Pizza ConnectionIl ponte della droga tra Italia e Stati Uniti

Operazione “New Bridge”

“New Bridge”, Nuovo Ponte, questo è il nome dell’operazione con cui la polizia italiana e l’Fbi hanno eseguito lo scorso 11 febbraio 26 arresti tra diverse regioni d’Italia e gli Stati Uniti. L’operazione è stata eseguita da parte dagli uomini della squadra mobile di Reggio Calabria e del servizio centrale operativo della polizia di Stato nelle province di Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Torino, Benevento, Catanzaro e a New York negli Stati Uniti. Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti oltre quaranta persone indagate nell’ambito di indagini riguardanti l’associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, spaccio e riciclaggio di denaro.

L’inchiesta è stata condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e firmata dai pm Paolo Sirleo, Nicola Gratteri e dal capo della procura di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho sul versante italiano, mentre dall’altra parte dell’Oceano hanno coordinato le operazioni i magistrati statunitensi Steven Gold, Sterling Johnson Jr., Loretta Lynch e il direttore in carica dell’FBI di New York George Venizelos.

Il tweet con cui il Federal Bureau of Investigations (FBI) di New York annuncia gli arresti avvenuti nell’ambito dell’operazione “New Bridge”

DA “OLD BRIDGE” A “NEW BRIDGE”

“Nuovo Ponte”, il nome dell’operazione, perché quello vecchio, che polizia italiana e Fbi colpirono nel 2008 riguardava le famiglie mafiose palermitane collegate al boss di Cosa nostra Salvatore Lo Piccolo e soggetti riconducibili alla famiglia Gambino di New York. Allora le accuse andarono dall’associazione mafiosa, fino omicidi, estorsioni e altri delitti, portando in manette 80 persone. Le indagini di quella che venne ribattezzata “Old Bridge” evidenziarono i rapporti tra la Cosa nostra americana e il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco, braccio storico negli Usa di “Cosa nostra” siciliana.

Al centro dell’operazione del 2008 c’era Frank Calì, ex capomafia della famiglia Gambino a New York, cui era riconducibile tutta la struttura societaria, in particolare nel settore delle costruzioni e della distribuzione di prodotti alimentari, per un giro d’affari di milioni di dollari, con cui venivano coperte le attività criminose del gruppo.

A gettare le basi del vecchio ponte furono gli “scappati” della guerra di mafia negli anni ’80, gli Inzerillo e i componenti della famiglia Gambino, storicamente operanti nelle infiltrazioni nell’economia legale in particolare nel settore delle costruzioni, degli alimentari, degli esercizi pubblici e nel sindacato dei lavoratori dell’edilizia. A farla da padrone erano sostanzialmente le famiglie siciliane, che raccolsero l’eredità delle cinque grandi famiglie mafiose di New York. E in nome proprio di quel nuovo asse Palermo-New York le famiglie siciliane uscite vincitrici dalla guerra di mafia e gli stessi “scappati”, che quella guerra la persero lasciando sul campo centinaia di morti, strinsero nuovi accordi in nome del dio denaro.

OPERAZIONE “NEW BRIDGE”

Il nuovo ponte che collega l’Italia con l’America è invece quello costruito dalla ’ndrangheta, grazie ai buoni rapporti costruiti negli anni prima con i narcotrafficanti sudamericani, in particolare i cartelli della droga messicani, e successivamente con le famiglie di cosa nostra negli Stati Uniti e in Canada che hanno trovato nella criminalità organizzata calabrese un referente affidabile e “solvibile”. Oltre all’affidabilità e alla solvibilità gli uomini delle ’ndrine impegnati nel traffico di stupefacenti possono contare sulla base reggina del crocevia europeo dei traffici illegali: il porto di Gioia Tauro. Vera e propria porta d’ingresso della droga che arriva in Italia: si pensi che tra giugno 2012 e luglio 2013 quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (1.600 kg sui 3.700 complessivi) è stata intercettata a Gioia Tauro. Non è un caso che nell’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia un passaggio sia proprio dedicato al porto e ai controlli che mancano: «Le chiavi di questo traffico», scrivono i magistrati dell’antimafia, «sono in Calabria dove operano le cosche che più di tutte le altre hanno dimostrato di avere i capitali e gli indispensabili rapporti internazionali con i cartelli sud-americani della cocaina che consentono la gestione a livello elevatissimo di questo affare che rimane il polmone finanziario della ’ndrangheta. E ciò senza contare che è in Calabria, nel porto di Gioia Tauro, che passa circa la metà della cocaina importata in Italia. E ciò non avviene per caso. Perché a Gioia Tauro chi deve fare i controlli è più distratto che altrove. Avviene perché in quel porto il controllo mafioso è penetrante e capillare. Dunque anche sotto questo aspetto, per nulla secondario, viene in rilievo una posizione di preminenza delle cosche reggine ed una loro posizione strategica rispetto a tutte le altre».

Un aspetto che la stessa indagine New Bridge ha evidenziato è proprio la possibilità di avere un addetto a disposizione da parte dell’organizzazione criminale che operava all’interno del porto in cambio di una contropartita in denaro che si sarebbe aggirata sui 200mila euro. «Era stato raggiunto», scrivono gli inquirenti, «un accordo di massima con l’addetto al porto di Gioia Tauro, in base al quale quest’ultimo, siccome prossimo alla pensione, avrebbe chiesto addirittura una contropartita di circa 200mila euro. Di fronte allo stupore di Jimmy (l’agente sotto copertura dell’Fbi di cui si parlerà più avanti, ndr) rispetto a questa pretesa che appariva esosa», uno dei mediatori si incaricava di sistemare la cosa. Al momento l’uomo non risulta identificato, contando però che il fatto è collocabile nell’agosto 2012 le forze dell’ordine non dovrebbero avere difficoltà nello stilare una lista di sospetti.

Uomo centrale dell’organizzazione del traffico di stupefacenti tra Italia e Stati Uniti è stato individuato dalla polizia italiana e dall’Fbi in Franco Lupoi, uomo cerniera tra la famiglia mafiosa dei Gambino di New York e la cosca di ‘ndrangheta degli Ursino di Gioiosa Jonica, nella locride. Lupoi, 44 anni, residente a Brooklyn, è personaggio noto al Federal Bureau statunitense, che oltre al traffico internazionale di stupefacenti gli contesta in patria i reati di riciclaggio di denaro (tramite un impiegato della Alma Bank di Brooklyn, Christos Fasarakis, avrebbe “ripulito” la somma di 500mila dollari in un conto aperto presso la stessa banca. Somma derivante sia dal mercato degli stupefacenti, sia dal traffico di armi).

Lupoi, in contatto con le famiglie calabresi tramite il suocero Nicola Antonio Simonetta, arrestato in Italia, cerca di aprire il contatto per iniziare il traffico di stupefacenti con l’Italia nel 2012. A dare il via alle indagini di Polizia ed FBI sarà l’incontro tra Simonetta e Lupoi avvenuto a Brooklyn nel 2012: un agente sottocopertura dell’FBI, ribattezzato “Jimmy”, da tempo sulle tracce dei traffici della famiglia Gambino di New York, registra l’incontro e dalla “Grande Mela”  arriva fino a Gioia Tauro.

L’AGENTE “JIMMY” E IL TRAFFICO DI STUPEFACENTI

Jimmy è il nome in codice dell’agente che, grazie all’iniziale aiuto di un fiduciario all’interno delle famiglie mafiose di New York, riesce a infiltrarsi nell’organizzazione e risalire alla fonte del traffico internazionale di stupefacenti imbastito tra Italia e Stati Uniti. Nel luglio 2012 Franco Lupoi e Jimmy giungono in Italia: da qui le relazioni di servizio dell’agente sottocopertura evidenziano le intenzioni dello stesso Lupoi e del gruppo calabrese, determinati a organizzare nel giro di pochi giorni le spedizioni sull’asse Italia-Usa e viceversa.

Jimmy si farà consegnare la “roba” per una prova, e non mostrandosi immediatamente soddisfatto sprona Lupoi e i calabresi, i quali non si tirano indietro e si impegnano alla ricerca di qualità migliori e quantità maggiori. “Jimmy” consegna in anticipo 20 mila euro e altri 10 mila li promette alla consegna di un chilo e mezzo di stupefacente. Gli uomini della cosca Ursino si organizzano e la merce arriva all’ “americano”, il quale la mette immediatamente nelle mani degli uomini della Squadra Mobile di Reggio Calabria e relaziona i suoi superiori dall’altra parte dell’oceano, i quali tramite un confidente vengono a sapere che nei primi quindici giorni di febbraio del 2014 si incontrano Francesco Ursino e Pietro Inzerillo, altro personaggio di spicco della Cosa Nostra americana, i quali si confrontano sulla possibilità di riciclare una somma di 11milioni di euro proveniente dal traffico di stupefacenti e l’acquisto di circa un migliaio di pezzi in armi da fuoco recentemente dismesse dall’esercito statunitense. Ma è il 4 febbraio che c’è l’incontro che gli inquirenti ritengono fondamentale per chiudere il cerchio: il boss della ’ndrangheta incontra direttamente uno dei Gambino, Giuseppe. Che gli chiede di portare i suoi saluti al padre, il boss Antonio in carcere da tempo. “Inutile dire – concludono i pm – che un fatto del genere dimostra la piena sinergia tra le varie organizzazioni”

Lupoi e gli uomini delle cosche si fidano di “Jimmy”: pagava puntuale ed era un ottimo canale per l’invio di eroina negli States, ma dall’altra parte l’agente sottocopertura piazzava microspie e gettava la rete per i “pesci grossi” che nel frattempo agivano tra Italia, Stati Uniti, Guyana francese, Bahamas e Messico.

La droga diventa un automobile. «Senti, la Mercedes… il prezzo… euro o dollari?», chiede Jimmy. Lupoi fa sapere che l’affare si farà in euro, e si accordano su una cifra tra i 22-23mila euro al kilo. Tutti i coinvolti italiani nell’indagine conoscono ormai quell’americano affidabile, da Francesco Ursino (figlio di Antonio, capo ‘ndranghetista detenuto) a Giovanni Morabito, detto u’ scassaporti , della famiglia di Africo.

Passata l’estate Jimmy punta più in alto e passa dall’eroina alla “polvere bianca” da smerciare dagli Usa alla Calabria. Qui si affacciano altre due figure cruciali, il “cinese” Alexander Chan, 46 anni di New York (già condannato nel 1997 per droga e nuovamente indagato dall’FBI) e Josè Alfredo Garcìa detto “Freddy”, referente dei cartelli messicani del narcotraffico. Lupoi confida proprio a Jimmy che «di aver intrapreso (tramite Chan, ndr ) dei proficui rapporti con un membro di un “cartello” criminale messicano (“Freddy”) al fine di realizzare un traffico di cocaina su larga scala tra il Sudamerica e l’Italia». Un progetto, scrive Jimmy nella sua relazione, già in fase avanzata, che si sarebbe dovuto concretizzare con l’acquisto di circa un milione di euro di cocaina da parte di alcune “famiglie” calabresi le quali, per il tramite di Lupoi, una volta entrate in possesso della droga, avrebbero saldato l’intera partita in contanti.

Il trasporto, rivelano le indagini sarebbe dovuto avvenire tramite una nave mercantile da un porto della Guyana francese. Il “matrimonio”, così veniva chiamata in codice la spedizione, sarebbe dovuto essere “a base di pesce”, ma si farà poi “a base di frutta”, cioè all’interno di barattoli che avrebbero dovuto contenere frutta, spediti dalla New Sococo Enterprise, società con sede a Georgetown, importatrice di frutta in scatola. Negli stessi giorni in Malesia però 76 chili di cocaina nascosti nei barattoli della Sococo Enterprise vengono sequestrati e l’affare salta. Jimmy, l’FBI e gli inquirenti italiani hanno tutti gli elementi in mano per rimanere sulle tracce dell’organizzazione, seguirne le mosse e arrestare i protagonisti della vicenda.

«Questa operazione – ha dichiarato a margine dell’operazione il procurato di Reggio Calabria Nicola Gratteri – è la conferma che la ’ndrangheta è l’unica mafia presente in tutti i cinque continenti. Potremmo definirla l’unica mafia globalizzata. Fa affari con tutti: messicani, sudamericani. Negli Stati Uniti – ha aggiunto – la presenza della ’ndrangheta si registra sin dagli anni ’70, come in Australia. Quindi questa presenza non è per noi un fatto nuovo. Il dato allarmante, però, è che è sempre più presente e occupa sempre più una posizione dominante».

Un’operazione che riconferma, ha spiegato di nuovo Gratteri, anche il ritorno da protagonista dell’eroina sui mercati mondiali dello stupefacente, «un dato che registriamo negli ultimi 3-4 anni. Il motivo è essenzialmente il suo costo più accessibile rispetto ad altre droghe: la stanno vendendo a prezzi stracciati ed in questo momento di crisi internazionale questo è un aspetto da non sottovalutare. C’è da dire che la guerra in Afghanistan ha determinato un maggior potere dei Talebani, che stanno immettendo sul mercato mondiale tonnellate di eroina. La ’ndrangheta è stata pronta ad intercettare questa nuova frontiera, facendo arrivare la droga dalla Turchia, via ex-Jugoslavia o via Albania, direttamente in Italia».