Gorky ParkKiev, cambiare tutto per non cambiare nulla

Stessa dinamica nel 2004

L’idea che Victor Yanukovich sia stato la causa di tutti i mali dell’Ucraina sparirà presto. Come è scomparsa velocemente quella che Leonid Kuchma, allora presidente, lo fosse nel 2004. La rivoluzione arancione, guidata a braccetto da Victor Yuschenko e Yulia Tymoshenko, naufragò in un battibaleno, lasciando immutato un sistema che passò solamente di mano mentre i meccanismi gestionali di politica ed economia rimasero intatti. Poteri forti e oligarchia in Ucraina sono ancora i medesimi. Chi comandava dietro le quinte tre lustri orsono, lo fa ancora oggi, e lo farà domani. Adesso, con la fine dell’era Yanukovich e l’inizio di un’altra che però non ha ancora un nome, la situazione è sostanzialmente la stessa, con l’aggravante di un epilogo grondante di sangue e l’ombra dei movimenti nazionalisti più radicali sul compromesso politico che si prefigura alle porte.

Sulla scena di Kiev è ritornata inoltre Yulia Tymoshenko. L’ex premier, condannata a sette anni di galera nel 2010 e sbattuta in prigione per due anni sino alla spettacolare liberazione dello scorso fine settimana, è un fattore da cui non si può prescindere, anche se la sua influenza sulla scacchiera e il suo seguito nel Paese sono più limitati rispetto al passato. È vero però che l’eroina della rivoluzione arancione è ancora in grado di mobilitare pedine ed elettorato e giocare un ruolo non secondario nel riposizionamento dei fronti. Se a livello parlamentare quella che era l’opposizione è diventata ora la maggioranza, la Rada (il parlamento ucraino) si trova in ogni caso davanti al difficile compito di trovare il nome di un nuovo primo ministro; poi sarà la volta del presidente, che sarà eletto il 25 maggio, dopo una campagna elettorale che è cominciata ufficialmente oggi. Se Yulia Tymoshenko si è già chiamata fuori dalla rosa dei candidati al premierato, dopo aver intuito che l’ala radicale della Maidan, non avrebbe fatto salti di gioia nel rivederla improvvisamente alla guida del Paese, per quanto riguarda l’ingresso al governo ogni opzione è ancora aperta.

giochi naturalmente non li fa solo il parlamento, ma la partita si gioca dietro le quinte, con gli oligarchi impegnati come prima nella risoluzione del rebus. Se al tavolo delle trattative mancano ora Yanukovich e Famiglia, la questione è sì diventata forse più semplice, ma non meno delicata, alla luce del fatto che sulla ripartenza con il piede giusto del nuovo governo ucraino vogliono mettere il sigillo di garanzia anche i movimenti che a Piazza dell’Indipendenza di Kiev hanno coordinato la protesta e che hanno dato un contributo decisivo quando è scoppiata la rivolta armata: Pravyi Sektor, la frangia radicale e combattiva della Maidan, richiede insomma un tributo che deve essere ancora politicamente quantificato.

Da una parte ci sono dunque parlamento e oligarchi, impegnati alla ricerca di un’intesa che non potrà che essere di mediazione, dall’altra gli estremisti, che rifiutano le mezze misure e vogliono cambiamenti radicali. Ecco perché Yulia Tymoshenko, prima principessa del gas negli anni Novanta poi al governo lo scorso decennio, non rappresenta per Dmitri Yarosh e camerati vari il nuovo che avanza. In realtà la destra radicale non vorrebbe nemmeno Arseni Yatseniuk, il leader moderato alleato nello stesso partito della Lady di ferro esponente di una tecnocrazia molto vicina all’oligarchia, né Petro Poroshenko, cresciuto nella fase turbocapitalista dopo il crollo dell’Unione Sovietica e abituato a gestire contemporaneamente cose economiche e politiche. I duri della piazza vedono meglio Vitaly Klitschko, considerato ancora uno senza scheletri nell’armadio, ma se fosse per Pravyi Sektor a guidare la nazione ci dovrebbe essere Oleg Tiahnybok, il populista che tuona contro il capitalismo ebraico e spara cannonate contro la Russia di Vladimir Putin.

La realtà è che il compromesso è tale per cui il nome che verrà fuori dal parlamento nei prossimi giorni sarà quello di un premier imposto dalle circostanze: la necessità di una fase di transizione tranquilla, senza frizioni con il Cremlino, alla luce dei bollori in Crimea e nel sud del Paese, è la priorità per gli oligarchi, i primi a sapere benissimo che i rapporti con la Russia sono a prescindere fondamentali. Lo stesso presidente ad interim Olexandr Turchynov, braccio dello di Yulia Tymoshenko, lo ha ribadito oggi, sottolineando che se l’obbiettivo dell’Ucraina rimane quello dell’integrazione europea, nessuno a Kiev ha intenzione di sbattere la porta in faccia alla Russia.

Unione europea e Fondo monetario sono pronti ad aiutare il Paese vicino al default, ma anche se a Mosca hanno criticato il turbolento passaggio di consegne a Kiev, al Cremlino sanno benissimo, e meglio che altrove, che in Ucraina saranno gli oligarchi di sempre (Rinat Akhmetov, Victor Pinchuk, Igor Kolomoisky, Kostantin Zhevago, Sergei Tigipko, solo per fare alcuni nomi) a rimettere in corsa un sistema con regole che, anche se saranno leggermente diverse da quelle vecchie, continueranno a consentire in ogni caso ai poteri forti controllo politico e rendite economiche    

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