Le altre Sodastream: tutti i boicottati della West Bank

I paradossi del lavoro nelle colonie

Passi per la SodaStream, si può sempre comprare direttamente una Coca Cola o una Pepsi. Ma che dire dei pannolini della Pampers, dei computer Hp o dell’intimo targato Victoria’s Secret? Il boicottaggio anti-israeliano perde una Johansson e guadagna una banca danese, un fondo pensione norvegese ed uno olandese. Ma, soprattutto, avanza mediaticamente, esce da una nicchia di sinistra radicale per insediarsi tra le pagine del New York Times, dove Thomas Friedman, uno degli editorialisti di punta del quotidiano liberal, parla addirittura di “terza intifada”.

Il caso Johansson è storia recente. Il movimento Bds (Boycott, Divestment, and Sanctions) un’iniziativa nata nel 2005 per colpire economicamente Israele e spingerlo a raggiungere un’intesa definitiva coi palestinesi, invita Scarlett Johansson ad abbandonare il ruolo di testimonial della SodaStream, un’azienda israeliana, il cui business principale è un elettrodomestico, che permette di ottenere bibite gassate mescolando acqua minerale e miscele aromatiche di vario tipoLa compagnia, infatti, possiede una grande fabbrica a Ma’ale Adumim, in Cisgiordania. L’attrice americana, al contrario, ricopre da anni il ruolo di ambasciatrice di Oxfam, una confederazione di 17 ong, impegnate nella difesa dei diritti umani e schierate storicamente a favore della causa palestinese. In seguito alle polemiche, la Johansson congeda la Oxfam e difende con vigore la SodaStream. L’azienda, dice, non è un esempio di neocolonialismo. Anzi, la sua fabbrica è un modello di integrazione, perché israeliani e palestinesi lavorano fianco a fianco.

In effetti, SodaStream è l’emblema di un paradosso, e i differenti punti di vista sulla vicenda Johansson sono l’espressione di questo paradosso. Alcune compagnie possiedono fabbriche nelle colonie israeliane della West Bank (illegali, secondo le Nazioni Unite e la Ue). Allo stesso tempo, però, danno lavoro a un certo numero di palestinesi (10.000 persone), a cui vanno aggiunti quelli che lavorano nel territorio dello Stato ebraico (circa 60.000). Il motivo di questa offerta di manodopera è facile da intuire: lo stipendio medio è di 164 shekel (47 dollari) al giorno, mentre il salario palestinese si aggira intorno agli 84 shekel (24 dollari).

D’altronde, il parallelo tra i due sistemi è impietoso: il Pil pro capite israeliano è 10 volte superiore a quello di Ramallah; la disoccupazione nella West Bank è al 23 per cento, nello Stato ebraico al 7. Nonostante i fondi consistenti elargiti da Stati uniti ed Unione europea, e malgrado i progressi evidenti sotto il governo dell’ex premier Salam Fayyad, le opportunità fornite dall’economia palestinese sono ancora limitate.

Lavorare per i coloni della Cisgiordania, se da una parte viene visto come un tradimento della causa nazionale, dall’altra è una sorta di privilegio, una condizione preferibile allo stesso impiego in territorio israeliano, dato che non comporta un faticoso viaggio quotidiano al di là del muro di separazione. Gli stessi lavoratori della SodaStream si sono schierati con la Johansson, anche se alcune ong sostengono che le loro paghe e i loro diritti siano inferiori a quelli dei loro colleghi ebraici. Tecnicamente, negli insediamenti si applicano le leggi israeliane sul lavoro, ma le ispezioni, lamentano gli attivisti, sono piuttosto rare.

Il boicottaggio colpirebbe in parte i palestinesi, i quali, peraltro, lavorano con sempre maggiore frequenza per le aziende delle colonie. Mentre Oxfam chiede di non acquistare prodotti realizzati negli insediamenti, Bds ha obiettivi ancora più radicali: boicottare l’intera economia israeliana, fino a quando lo Stato ebraico non abbandonerà la West Bank. Quanto alle aziende che lavorano negli insediamenti, il movimento ha scelto di fare nomi e cognomi, creando una black list di prodotti che i consumatori occidentali dovrebbero escludere dalla lista della spesa.

La Procter & Gamble, ad esempio, produttrice dei pannolini targati Pampers, si rifornisce presso una compagnia israeliana, la Avgol Nonwoven Industries, che ha una fabbrica nel complesso industriale di Barkan, vicino alla colonia di Ariel (celebre per essere la sede della prima università israeliana nella West Bank). Secondo il gruppo pro-boicottaggio “Who profits”, metà delle vendite della Avgol prendono la direzione di Cincinnati. E che dire della Victoria’s Secret? La nota marca americana di lingerie è uno dei maggiori clienti della Delta Galil, che in Cisgiordania possiede una fabbrica, nella zona industriale di Barkan, e un negozio, proprio nell’insediamento di Ma’ale Adumim.

Altri nomi della blacklist? La Ahava, azienda israeliana di cosmetici, che esporta in 45 Paesi, la cui fabbrica si trova nella colonia di Mitzpe Shalem, sul Mar Morto (che ne detiene anche una partecipazione azionaria). Una scelta logica, perché la fama della Ahava è legata al fatto che utilizza i minerali del più celebre lago salato del pianeta. Nel girone dei cattivi non poteva mancare la McDonald’s – presa di mira per la sua partnership con lo Jewish United Fund – assieme a tre aziende dell’hi-tech. La Motorola, che fornisce strumenti di sorveglianza utilizzati dai coloni. La Intel, i cui processori si trovano nell’80 per cento dei computer del mondo, messa all’indice perché possiede alcune fabbriche a Kiryat Gat (oggi in territorio israeliano, ma in precedenza sede di due grandi villaggi palestinesi, Iraq al-Manshiya e al-Faluja). La Hewlett-Packard, che lavora con gli israeliani per la gestione dei checkpoint. Non si salva neppure la Volvo: l’azienda automobilistica svedese detiene infatti il 27 per cento della Merkavim, i cui bus vengono utilizzati per trasportare i palestinesi nelle prigioni dello Stato ebraico.

Quelle di Bds sono posizioni radicali, ma la vicenda Johansson ha gettato luce mediatica sul fenomeno del boicottaggio. In tempi recenti il Ministero delle Finanze norvegese ha annunciato di avere escluso le imprese israeliane Africa Israel Investments e Danya Cebus dal suo Government Pension Global Fund. La più grande banca danese, la Danske Bank, ha aggiunto la Hapoalim Bank tra le società in cui non può investire, per via delle regole di responsabilità aziendale. L’istituto di credito di Tel Aviv, infatti, finanzia la costruzione degli insediamenti.

La Pggm, la più grande società di gestione dei fondi pensione dei Paesi Bassi, ha ritirato tutti i propri investimenti dalle cinque maggiori banche di Israele, proprio perché hanno filiali in Cisgiordania e sono coinvolte nei progetti di edificazione delle colonie. Si tratta di numeri risicati, ma è lo stesso ministro delle Finanze israeliano, Yair Lapid, a sostenere che un taglio del venti per cento delle esportazioni verso l’Europa comporterebbe per Gerusalemme la perdita di cinque miliardi di dollari (e numerosi posti di lavoro). È vero che il Vecchio Continente e Israele hanno economie complementari. Ma la questione degli insediamenti, politicamente parlando, vede i due partner commerciali su fronti contrapposti.