Morire di Metadati

SORVEGLIANZA GLOBALE

Glenn Greenwald, ovvero il giornalista del Guardian “scelto” da Edward Snowden in persona come custode delle rivelazioni e dei documenti dell’NSA leak, ha deciso di aprire in grande la sua nuova avventura, il sito di giornalismo investigativo The Intercept. Una delle due storie che inaugurano la piattaforma, che è solo una parte del più complesso progetto editoriale First Look Media fondato da Greenwald con il magnate di eBay Pierre Omidyar, getta una discreta quantità di benzina sul fuoco delle polemiche riguardo al modus operandi del sistema di sorveglianza targato NSA e di parte dell’esercito statunitense.

L’inchiesta, firmata oltre che da Greenwald anche da Jeremy Scahill, giornalista e autore del libro Dirty Wars: The World Is a Battlefieldcollega esplicitamente l’apparato di sorveglianza globale gestito dall’NSA con quello che definisce come “Assassination Program”. Si tratta dell’utilizzo, sempre più diffuso anche se legalmente controverso, da parte dell’esercito americano sotto l’amministrazionen Obama, di dispositivi militari come gli Unmanned Aerial Vehicle (UAV) ovvero gli aerei senza pilota comunemente noti come droni per operazioni militari di antiterrorismo in paesi in cui nessuna guerra è stata ufficialmente dichiarata. 

Nel periodo tra il 2009 e il 2013, sono stati lanciati circa 390 attacchi di droni in Somalia, Yemen e Pakistan. Più di 2400 sono state uccise e secondo The Bureau of Investigative Journalism almeno 273 sono state vittime civili innocenti. La fonte di Intercept, che vuole rimanere anonima, afferma di aver lavorato sia per l’NSA che per il JSOC (Joint Special Operations Command), l’agenzia americana che gestisce le operazioni dei droni e l’addestramento degli operatori. Dall’articolo emerge che l‘NSA 

“identifica gli obiettivi da colpire basandosi sulle tecnologie per tracciare i telefoni cellulari e una controversa analisi dei metadati. Piuttosto che utilizzare conferme ottenute sul campo riguardo l’identità degli obiettivi, la CIA o l’esercito americano ordinano gli attacchi dei droni basandosi sull’attività e la localizzazione di un telefono che si crede sia utilizzato dall’obiettivo”

L’Intelligence americana, in particolare l’NSA, e il programma di eliminazioni mirate attraverso l’utilizzo di droni comandati in remoto, sono programnmi tecnologici che condividono alcuni scopi e collaborano attivamente. Uno dei primi scoop di Intercept, dunque, ci svela un utilizzo concreto delle informazioni raccolte dal neo-orwelliano apparato di sorveglianza globale dell’NSA. Molte delle uccisioni di presunti terroristi islamici attraverso i droni sono state infatti possibili grazie all’identificazione del target grazie, appunto, a tecniche di geolocalizzazione e ai metadati relativi ai suoi comportamenti digitali e telefonici. Il problema è che “il target” diventa il dispositivo telefonico, non più la persona fisica. La fonte di Greenwald si dice francamente preoccupata della mancanza di accuratezza e della possibilità di errori insita in questa metodologia di identificazione dell’obiettivo da abbattere.

In un epoca dove la guerra e la pace, talvolta, si trovano confuse, le tecnologie di comunicazione condividono l’ambiguità della guerra nel favorire la morte e l’utilizzo della forza piuttosto che il progresso della società. Le stesse tecnologie che utilizziamo per lavoro o divertimento possono tranquillamente essere trasformate in terribili e ubiqui dispositivi di morte. I droni sono la prosecuzioni sotto altre spoglie del concetto di guerra preventiva tanto caro all’amministrazione Bush. Il nemico viene abbattuto perché ci sono probabilità che intraprenda in futuro azioni contro lo stato americano. Senza scomodare i precog di Minority Report, si tratta davvero di una guerra alle intenzioni portata avanti con le più avanguardistiche tecnologie militari. 

Nell’inchiesta di Greenwald si parla anche di un documento in cui si evidenzia il fatto che il 2009 è stato l’anno in cui sono stati addestrati più operatori di droni che piloti di aerei militari tradizionali. Si tratta del segnale di un punto di svolta nelle politiche dell’esercito americano. Forse gli scenari bellici sono cambiati e questa guerra a distanza “a bassa intensità” è solo il primo passo verso la cyberguerra. Il feticcio degli islamisti rappresenterebbe dunque un buon campo dove sperimentare una modalità radicalmente nuova di portare avanti i conflitti: non più invasioni con truppe di terra e neanche “no fly zones”, ma degli interventi ultramirati con lo scopo di uccidere i membri chiave di organizzazioni che hanno manifestato l’intenzione di colpire gli Stati Uniti. Spionaggio globale e azioni compiute con droni controllati in remoto rischiano di diventare un effetto collaterale permanente della società globale iperinformatizzata che tutti noi ci troviamo ad abitare.

Ciò che deve far riflettere di tutta questa situazione è che il potere, in questo caso il governo americano, ha l’abitudine di rendersi conto delle conseguenze della tecnologia a sua disposizione – non dimentichiamo che l’esercito americano ha sempre investito moltissimo in ricerca&sviluppo – soltanto dopo averla ampiamente sperimentata sul campo. L’Assassination Program che lavora in combo con l’apparato di sorveglianza delle telecomunicazioni messo in piedi dall’NSA, diventato di pubblico dominio grazie al caso Datagate, confermano una rischiosa tendenza inaugurata con le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki.

Tutto questo, tuttavia, può insegnare qualcosa sulla relazione tra potere e l’applicazione militare delle innovazioni tecnologiche. Queste ultime vengono sperimentate sul campo in operazioni in cui non è il fine che giustifica i mezzi, ma sono i mezzi stessi che si giustificano da soli: in questo caso il mezzo è davvero il messaggio. E il messaggio è non è certo di pace e fratellanza. 

Perché, dunque, gli Stati Uniti hanno messo in piedi un piano di sorveglianza globale? E perché utilizzando aerei-robot uccidono metodicamente persone dall’altra parte del globo al di fuori di qualsiasi legge internazionale? La risposta a queste du domande è la medesima: perché possono farlo. Hanno i mezzi, le risorse e gli uomini. Quest’ultima rivelazione di Greenwald, Snowdwn&CO rende dunque evidente come la tecnologia in mano a un potere che abbia le risorse necessarie non mancherà mai di usarle fino in fondo, rendendo concreti ed attuali anche gli scenari distopici più estremi. Mentre la guerra fredda era “combattuta” giocando sulla paura di entrambi gli schieramenti di una catastrofe di dimensioni planetarie, ora la minaccia non è più un’unica distruttrice esplosione, ma una sorveglianza ubiqua e diffusa, che ha le capacità di colpire chirurgicamente. O quasi.

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