Sisma in Molise del 2002, lavori a metà e soldi finiti

“Forse abbiamo assunto troppe persone”

Centinaia di sfollati e ricostruzione ferma a neanche metà, con possibili nuovi rallentamenti nei prossimi mesi. Sono passati oltre undici anni dal terremoto che fece 30 vittime in Molise. Era il 31 ottobre 2002: a San Giuliano di Puglia una scuola crollò e uccise 27 bambini e una maestra. Ad aspettare ancora gli interventi post-sisma sembrano essere soprattutto le altre località colpite: quelle in cui non ci fu una strage, ma molti rimasero senza casa.

«Finora sono stati spesi circa 800 milioni – dice Nicola Romagnuolo, sub-commissario alla ricostruzione dal 2007 al 2011. – Poco più di un quarto è stato investito per San Giuliano, che ha avuto una contabilità separata dal resto. In pratica è stata demolita e rifatta. Altre centinaia di milioni sono servite alle misure di prima emergenza, alla messa in sicurezza di tutte le scuole della provincia di Campobasso e agli interventi sugli edifici di culto». Secondo dati ufficiosi della Cisl, oggi ci sono ancora almeno 900 persone che non sono rientrate in casa. Una cifra confermata anche da Romagnuolo. «Resta ancora da fare circa il 60% del lavoro. Siamo fermi a dove eravamo un anno fa».

Un anno fa si votava per le politiche, e in Molise anche per le regionali. Ha vinto Paolo Di Laura Frattura (centrosinistra), dopo 12 anni in cui il presidente era stato Michele Iorio (centrodestra). Romagnuolo è entrato in Consiglio regionale nel 2008, ed è stato nella maggioranza per circa cinque anni. Ora è all’opposizione. «L’amministrazione precedente a quella attuale – dice – è stata boicottata dalla minoranza, e ha subìto un flusso finanziario sofferto: i soldi sono arrivati un po’ alla volta. C’è stato anche un cambio normativo in corsa, mentre partiva la ricostruzione delle case. Prima i controlli sulle autorizzazioni sismiche si facevano sul 5% dei progetti; poi, giustamente, si è deciso che quei documenti servono in tutti i casi. Per mettere in moto questo sistema ci abbiamo messo un anno e mezzo. Insomma, qualche lentezza forse c’è stata, ma ora è chi governa a dover dimostrare che sta facendo le cose giuste».

La scossa più violenta, di magnitudo 5.8 (Maw), venne registrata alle 11.32 del 31 ottobre e localizzata nella zona del basso Molise, a nord-est della provincia di Campobasso, tra i Monti Frentani e la valle del Fortore. Ebbe una durata di 60 secondi e fu avvertita distintamente nell’intero Molise, nel Foggiano, in provincia di Chieti. Venne percepita fino nelle Marche, a Bari, Brindisi a Roma, a Potenza, a Napoli e Salerno, a Taranto. L’evento causò 30 morti, tra cui 27 bambini, circa 100 feriti e 2.925 sfollati nella sola provincia di Campobasso. Anche nella provincia di Foggia ci furono numerosi sfollati e una decina di comuni riportarono danni di rilievo ad edifici storici e abitazioni.

Romagnuolo sostiene che la nuova amministrazione ha bloccato tutto o quasi, e cita un altro problema. In questi mesi scadono i contratti di circa 200 dipendenti dell’agenzia regionale di Protezione Civile: salvo colpi di scena, parte di loro non avrà il rinnovo. Erano entrati con un concorso bandito proprio per continuare a riparare i danni del sisma. La Regione dice che non ci sono soldi per tenerli tutti, e che presto si saprà quanti di loro resteranno. «L’assenza di chi rimarrà a casa si farà sentire – avverte Romagnuolo – . Teniamo conto che entro giugno la Protezione civile deve mandare i progetti di intervento al Cipe (Comitato Interministeriale Programmazione Economica). Se non ce la farà, perderemo 360 milioni promessi alla vecchia amministrazione».

Salvatore Ciocca, consigliere regionale delegato al post-sisma, assicura che non ci saranno rallentamenti. «Useremo anche tecnici che al momento sono in altri uffici. La verità è che in passato sono state assunte più persone di quante possiamo permetterci. Ora si tratta di individuare le figure professionali che ci servono e i loro costi». Anche Ciocca dice che i lavori sono fermi intorno al 40 per cento. «Oggi dovevano essere almeno all’80. La nostra maggioranza ha ereditato la situazione da quelle precedenti. Poi c’è Roma che ci finanzia col contagocce, quando invece dovrebbe toglierci il patto di stabilità. Ora bisogna cambiare le cose. In due anni la ricostruzione va portata al livello che doveva aver raggiunto già oggi».

Di responsabilità delle amministrazioni di centrodestra parla anche Laura Venittelli, deputata molisana del Partito democratico. «Su questo aspetto però non devo essere io a giudicare. In parlamento mi sto impegnando perché le risorse per il post-sisma siano svincolate dal patto di stabilità». Venittelli conferma il meccanismo descritto da Romagnuolo: «Per avere i finanziamenti servono le schede di valutazione degli edifici. La mancanza di risorse, però, obbliga la Regione a interrompere alcuni rapporti di lavoro, e senza i tecnici non si possono preparare i documenti necessari a ottenere i fondi. Così non possiamo finire la ricostruzione, e la gente non può tornare a casa». La deputata cita diversi piccoli Comuni che aspettano da anni. «Penso a Larino, Casa Calenda, Provvidenti, Colletorto, Rotello. Oppure Bonefro, dove ci sono ancora anziani che vivono in case di legno, e fuori dal paese c’è una vera propria frazione che ospita i terremotati».

Anche i sindacati temono un ulteriore allungamento dei tempi. «Vogliamo dati certi – dice Vincenzo Traniello, segretario generale reggente Cisl Funzione pubblica Abruzzo-Molise – . Quanto manca esattamente a finire i lavori? Quanti e quali professionisti servono? Quali ammortizzatori sociali avranno gli addetti della Protezione civile lasciati a casa? Non cerchiamo polemica, ma chiarezza». Traniello non indica colpevoli per i ritardi della ricostruzione, ma ammette che forse il sindacato avrebbe potuto vigilare di più. «Non vogliamo giudicare. Mi limito a dire che ognuno di noi dovrebbe riconquistare un minimo di dignità». Per evitare che tra undici anni si parli ancora di sfollati e lavori da completare. 

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