E a mezzanotte il Pd bocciò il conflitto di interessi

Nessuna modifica alla legge elettorale

Conflitto di interessi, no grazie. Evidentemente in Italia non è ancora il momento giusto. E così la Camera dei deputati preferisce bocciare l’emendamento alla legge elettorale che si proponeva di regolare il tema nell’Italicum. È successo ieri sera a Montecitorio. Della concitata discussione che ha preceduto il voto resta traccia nel resoconto stenografico. Un dibattito che merita di essere riletto. Al centro della vicenda c’è la proposta di modifica 1.308 presentata dal deputato Gregorio Gitti, ex montiano del gruppo Per l’Italia. Il testo prevede l’ineleggibilità per i titolari di imprese concessionarie di beni o servizi pubblici «a livello quantomeno nazionale». Non solo. «È equiparata alla titolarità diretta – si legge – la titolarità indiretta o la titolarità attribuita ad una società fiduciaria o ad un trust».

«È l’unico emendamento in materia di conflitto di interessi» spiega in Aula Gitti. In realtà ce ne sono altri due, che saranno discussi e votati la prossima settimana. Uno di Sinistra Ecologia e Libertà, l’altro dei Cinque Stelle. Chiedendo il voto positivo ai colleghi del Partito democratico, il capogruppo di Sel Gennaro Migliore è più enfatico: «Questa è la riforma fondamentale del ventennio che si deve chiudere, introdurre il conflitto di interessi è la riforma fondamentale che chiude il ventennio berlusconiano». A illustrare l’emendamento è il centrista Mario Marazziti. Il parlamentare annuncia senza mezzi termini una battaglia storica per il nostro Paese. Poi entra nello specifico: «Questa legge va a toccare un problema, il problema per cui l’incompatibilità, l’ineleggibilità, non è solo dei titolari, legali, delle aziende che hanno concessioni pubbliche, ma di chi davvero ha potere economico in quelle aziende che hanno concessioni pubbliche. Tocca cioè il problema della commistione tra potere economico e politica». 

Niente da fare. Il Partito democratico non è pronto a sostenere il progetto. La lunga spiegazione viene affidata all’ex esponente della segreteria dem Davide Zoggia. Il tema del conflitto di interessi resta centrale nella politica del partito di Matteo Renzi. Il deputato lo conferma, assicurando «l’impegno di affrontare nelle sedi dovute l’importante tema posto in discussione». Eppure questo non è il momento giusto. «Ogni cosa al suo posto» ripete Zoggia. «Il nostro Paese sta aspettando da anni una nuova legge elettorale. Siamo al punto di arrivo e credo non sia giusto, in questo momento, inserire all’interno della proposta di legge elettorale delle osservazioni, delle considerazioni, delle proposte che sono corrette, che sono giuste, ma che non fanno parte di questa discussione». Il rischio, a sentire il deputato del Partito democratico, è che il conflitto di interessi finisca per rallentare, se non bloccare, il percorso parlamentare dell’Italicum. «Le cose vanno fatte con ordine».

La replica delle opposizioni è durissima. «Non votiamo l’emendamento sul conflitto di interessi perché loro, quelli del Pd, vogliono andare con ordine? Dopo vent’anni, con ordine? Cosa significa? Che avevate come priorità il conflitto di interessi dopo trent’anni?» alza la voce il grillino Riccardo Fraccaro. I partiti si schierano. La Lega prende posizione a favore dell’emendamento. Così come il deputato socialista Marco Di Lello. «Per noi socialisti è una norma doverosa, di progresso, di giustizia, d’altra parte prevista nei principali ordinamenti a cui dobbiamo fare riferimento». Cita la Francia, la Spagna, Germania e Stati Uniti. Si smarca Scelta Civica. «Il conflitto di interessi – spiega il montiano Andrea Vecchio – è una cosa troppo seria. La disciplina contro il conflitto di interessi è una cosa che abbiamo agognato da venti anni, e quindi non può essere affidata a un semplice emendamento in una legge elettorale, che verrà preso sottogamba, in secondo ordine». Scelta Civica assicura di non essere contraria al tema della proposta di modifica, in astratto. Anzi, «io e il mio gruppo ci faremo promotori di proporre una legge di questo tipo, in questa direzione». Però al di fuori della riforma elettorale. 

L’argomento è così estraneo alla legge elettorale? Non proprio, a sentire il capogruppo del Misto Pino Pisicchio. «Vorrei tranquillizzare coloro i quali immaginano questa essere una materia ultronea o che non si incastra nel sistema elettorale: nella legge del 1957 c’è il meccanismo delle incompatibilità». Il rappresentate di Sel Sergio Boccadutri è più diretto: «La legge n. 361 del 1957 è la madre di tutte le leggi elettorali. Per favore, Partito Democratico, non prendete tempo e, soprattutto, non assumete voi la difesa di una cosa indifendibile come non approvare una seria norma sul conflitto di interessi. Fatelo fare a Forza Italia». 

E qui si scatenano gli esponenti di Sel. Il tema dell’opportunità diventa preponderante. «Signor presidente, è mai possibile che in questo Paese non è mai il momento giusto?» chiede Filiberto Zaratti. «Se non si mette in una legge elettorale – lo spalleggia Martina Nardi – dove lo si deve mettere il conflitto di interesse? Dove devono stare l’incandidabilità e l’ineleggibilità, se non, anche e soprattutto, in una legge elettorale?». Il problema rischia di interessare il calendario. «Siamo nel mese del poi, che anticipa come sempre l’anno del mai, in questa Italia disgraziata» denuncia Giovanni Paglia. Al centro delle critiche ci sono sempre gli ex alleati del Partito democratico. «Il messaggio è che qui non si cambia mai nulla, non è mai il tempo giusto, non è mai il tempo opportuno, c’è sempre un’emergenza diversa». Il clima sembra scaldarsi. «Ma è questa la rottamazione? – si lamenta Arcangelo Sannicandro – È la rottamazione delle promesse elettorali?».

Qualcuno punta il dito, neppure troppo velatamente, contro l’accordo siglato tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. È il leghista Gianluca Pini a sollevare il dubbio. Ironizzando sull’intervento del rappresentante del Pd, divenuto «la raffigurazione plastica non solo della difficoltà del Partito democratico, ma anche della difficoltà del Paese di essere schiavo di accordi che passano sopra la testa della gente». Accuse respinte al mittente. Il deputato dem Maino Marchi tiene il punto. La priorità del Paese è l’Italicum. Ogni modifica che rischia di metterne in discussione l’approvazione, non può essere presa in considerazione. «Il conflitto d’interessi ha bisogno di essere affrontato con una legge ad hoc e, certamente, noi siamo d’accordo di farla. Chi ha introdotto questa proposta vuol fare saltare la legge elettorale e, con essa, anche la norma sul conflitto d’interessi; cioè, non cambiare nulla. Noi cominciamo a cambiare la legge elettorale».

È tempo di votare. Dei 481 deputati presenti in Aula, 157 appoggiano l’emendamento sul conflitto di interessi. 319 votano no. Il resoconto stenografico registra asettico: «La Camera respinge». Rimane da registrare la posizione del Pd Pippo Civati, che stamattina sul suo blog torna sul tema, lanciando una proposta in grado di archiviare la votazione di ieri sera. Calendarizzare immediatamente la legge sul conflitto di interessi. «Se il Pd non vuole autodistruggersi e andare per l’ennesima volta contro il proprio mandato elettorale (il conflitto di interessi era al primo punto del programma che presentammo giusto un anno fa e uno dei mitici otto punti di Bersani), non può limitarsi a dire che non ci sta nella legge elettorale, perché altrimenti salta l’accordo. L’argomento è debolissimo e spiega molto poco a chi si aspetta un minimo sindacale dal partito che ha votato».

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