Hannibal: i rapporti umani fanno paura

Una strana e ossessiva bromance

Con la seconda stagione appena cominciata negli Stati Uniti, Hannibal è probabilmente destinata a diventare la serie preferita di tutti; o, almeno, di quelli che hanno il coraggio di guardarla. Infatti partiamo proprio da qui: fa paura. Una genuina, profonda paura che, pure, vi assicuro essere gestibile da chi è piuttosto impressionabile e si preserva da cose come American Horror Story.

Ma leviamo subito dal campo ogni dubbio: Hannibal non è terrorizzante per via del cannibalismo. È presente, certo, è un po’ il core business di uno show con uno smaccato lato foodie (coltivato da fior fior di chef arruolati nelle fila della produzione, peraltro) ma non credo sia questa la parte interessante dell’Hannibal Lecter del bravissimo Mads Mikkelsen. In effetti un cattivo così già visto e ingombrante difficilmente avrebbe retto l’urto di un’intera serie, al netto di un effetto sorpresa evidentemente assente e di un arco narrativo noto anche all’uomo della strada. No. Hannibal fa paura perché è una serie sul doppio giocato alacremente da due attori eccellenti.

I rapporti umani possono essere spaventosi: ci sono persone che tirano fuori parti di noi che facciamo fatica a controllare, esercitando un’ascendente quasi lunare. Hannibal Lecter e Will Graham hanno esattamente questo tipo di ascendente uno sull’altro e se nella prima stagione sono stati Sherlock e Watson, fratelli, complici, alleati e in ultima analisi amanti in un senso squisitamente cerebrale, ora si apprestano a diventare nemici. Ok, il loro — per farla semplice — è un bromance a tutti gli effetti ma incarna anche, forse, il peggior tipo di legame: costruttivo nella misura in cui fa emergere la profonda empatia connaturata a entrambi i personaggi, distruttivo nella misura in cui esplode il peggio di quella stessa empatia, è intimamente duplice e attualizza il suo funesto potenziale in protagonisti doppi per natura. Perché, sì, un’empatia mal gestita si trasforma in quello che Hannibal e Will vivranno probabilmente nel resto della nuova stagione: l’ossessione. Reciproca.

Vi ricordate quando, nei primissimi episodi di Lost, John Locke mostrava al piccolo Walt le due chip del backgammon? «Due giocatori, due squadre: una è oscura, l’altra è chiara». Questo potrebbe essere anche, un po’, il motto di Hannibal. Che assicurandosi una presenza massiccia accanto al suo protagonista e titolare riesce a cooptare le emozioni luminose e positive di un cattivo capace di amore. Che questo amore sia perverso e fanatico non c’è nessun dubbio: è patologico perché Hannibal Lecter è un grave psicopatico. Ma Will Graham resta la squadra chiara della serie: la stessa di cui parla John Locke e la stessa che purtroppo è destinata a spaccarsi ulteriormente in due (Will scopre il male dentro di sé) per riflettersi nella doppiezza del pericolosissimo psichiatra cannibale; la squadra oscura dello show.

Luce e ombra, insomma: una cosa che ci portiamo dentro tutti. E nel caso di Hannibal funziona grazie all’esoterismo che pervade la serie, illuminandola di sfaccettature manichee. Sì, in ultimissima analisi si tratta di uno show sul bene e sul male. Nulla di più semplice e nulla di più complesso. Eppure funziona, perché si serve bene del dualismo come meccanismo di progressione; se ne serve ancora e ancora, manipolando l’identità dei due protagonisti e caricandoli di doti quasi ultraterrene. Non meraviglia che il creatore della serie sia stato nelle fila di Heroes (che nelle sue prime stagioni è stato pazzesco, non dimentichiamolo) perché se Hannibal e Will da una parte assomigliano più a personaggi del teatro brechtiano che a individui veri e propri, dall’altra sono assai simili a due supereroi. Catacresizzati, di nuovo, nelle loro forze opposte, sono dotati di qualità impareggiabili che fanno di Will un medium e di Hannibal uno stregone. Non è marginale che gli scrittori abbiano traslato il suo carisma fino a trasformarlo, di fatto, in un’incarnazione demoniaca con tanto di corna.

E ora restate con me mentre domando a Wikipedia l’origine etimologica di “alchimia”: deriva dall’arabo al-kimiyah, al-kimiyà o al-khimiyah (الكيمياء o الخيمياء), composto dell’articolo al- e della parola kimiyà che significa “chimica” e che a sua volta, sembrerebbe discendere dal termine greco khymeia (χυμεία) che significa “fondere”, “colare insieme”, “saldare”, “allegare”. Ecco, ci siamo. Hannibal è uno show alchemico che deve tutto all’abilità degli sceneggiatori nel fondere elementi opposti canalizzati da due arieti dello spettacolo come Mads Mikkelsen e Hugh Dancy. E per farlo usa — davvero — del bagaglio della magia. Ho la sensazione che questa serie diventerà via via più spaventosa, non tanto — ripeto — per via dell’elemento cannibalismo, quanto perché si sporca sempre più le mani in un mondo affine a quello di David Lynch, ma anche a quello di Lost, Fringe eccetera portato avanti dalla cricca di J.J.Abrams. C’è da riflettere, su questo curioso ritorno dell’occulto, di cui Hannibal è già nuovo alfiere.