La malattia dell’Umberto e la lunga agonia della Lega

L’Italicum e gli sbarramenti troppo alti

Non ne ha parlato quasi nessuno. Silenzio in televisione, qualche riga su pochi quotidiani. A celebrare il doloroso anniversario sono rimasti solo i militanti più fedeli, leghisti di un’altra epoca. Eppure sono trascorsi dieci anni da un evento che ha sconvolto l’universo del Carroccio, modificandolo alla radice, mutandolo dall’interno, scardinandone i rapporti personali e umani, portandolo a una lenta agonia che potrebbe concludersi con la scomparsa sin dalle prossime Europee. Quell’evento è il malanno o l’accidente, per dirlo alla lombarda, che nella notte tra il 10 e l’11 marzo del 2004 colpì Umberto Bossi, il leader, il fondatore, il trascinatore di un partito che alla fine degli anni ’80 somigliava tanto al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo di oggi.

Intendiamoci, secondo i leghisti duri e puri di allora, il declino della Lega Nord è incominciato molto prima. Almeno alla metà degli anni ’90, quando Bossi non diede il via alla rivolta armata del settentrione contro Roma ladrona. «E iniziò a pensare soprattutto ai suoi interessi» ricordano in tanti. Ma se c’è una data che corrisponde “all’inizio della fine” (copyright di tutti i leghisti) è proprio quella della “malattia del Capo”. Su quella malattia si è detto di tutto, se n’è parlato nei bar della Brianza, in Parlamento e alle feste leghiste. Un pensiero che ricorre ogni volta che l’Umberto si trascina stanco per i corridoi di Montecitorio o pronuncia qualcosa al microfono o all’interlocutore di turno, mormorando spesso parole difficili da interpretare. 

Dieci anni fa la Lega era all’apice del suo successo. Aveva trovato un accordo con Berlusconi nel 2001, viaggiava spedita con tre ministeri in mano e l’obiettivo di conquistare tutto il Nord del Paese. Iniziava a mettere mano sulle nomine nelle aziende pubbliche, scardinava i vecchi sistemi bancari da sempre appaltati alla vecchia Dc settentrionale. Metteva piedi nelle fondazioni, nelle municipalizzate, incominciava l’occupazione militare del potere. Dopo quella notte tutto è cambiato. Bossi ha lottato tra la vita e la morte, ne è uscito nel migliore dei modi possibili. Ma che un partito “iconografico”, identificato in una persona sola, nel suo leader, avrebbe avuto problemi di sopravvivenza fu subito chiaro a tutti. Di certo in molti sbagliarono sui tempi di vita del movimento. Ma di fatto la Lega da quel giorno è cambiata per sempre. 

Le cronache degli ultimi anni hanno spiegato nel dettaglio quello che accadde dopo la malattia di Bossi. La nascita del cerchio magico – i fedelissimi capitanati dalla moglie Manuela Marrone – fu il punto di non ritorno di un partito dove iniziarono a volare coltelli, veleni, sulla gestione politica e soprattutto su quella della cassa. Fu allora che iniziò il calvario della Lega Nord. Negli ultimi anni, dopo lo scandalo del tesoriere Francesco Belsito, delle indagini sulla cattiva gestione dei fondi pubblici, della fallimentare discesa in politica del Trota Renzo Bossi, all’opinione pubblica è parso che i cattivi fossero solo quelli del cerchio. «In realtà tutti hanno approfittato della malattia di Bossi» spiega un ex leghista, grande amico dell’Umberto sin dagli anni ’80. Del resto Roberto Maroni è diventato presidente della regione Lombardia nel 2013, forse in uno dei momenti più bassi da punto di vista elettorale del movimento. Lo ha salvato, certo, portandolo al Pirellone che era lo storico sogno di Bossi, ma allo stesso tempo lo ha svuotato, facendo perdere nell’avvicendamento alla segreteria federale tutto il mordente che negli anni ’90 e 2000 era del vecchio Capo. 

Il destino ha voluto che proprio in questi giorni sia stato messo sotto indagine Luciano Bresciani, ex assessore alla Sanità lombarda, finito nel tritacarne della gestione Formigoni e storico medico proprio di Bossi. Non è neppure una casualità per un partito che oltre a dividersi in fazioni, in questi anni ha pensato bene di dividersi soprattutto il bottino di caccia, tra chi pensava che il Trota Bossi fosse l’erede naturale del Capo e chi nelle sezioni sperava (e confida tutt’ora) che la secessione si possa ancora realizzare. E così adesso la Lega Nord ha finito per assomigliare al vecchio Msi, un gruppo di nostalgici, unico partito sopravvissuto alla prima Repubblica, dove ormai gli stessi militanti non credono più nel futuro. Persino Grillo negli ultimi giorni ha rilanciato la teoria delle macroregioni e della questione settentrionale di cui Gianfranco Miglio, ex teorico del Carroccio, parlava negli anni ’80. Ma le nuove generazioni non lo ricordano neppure. «Noi siamo morti, bene che almeno ci sia qualcuno che porti avanti quelle istanze», racconta un leghista dei più duri di Varese, che lottò durante la presa del potere di Maroni ma che adesso non vede che macerie.

  

Il triste anniversario leghista rischia di accompagnare la calata del sipario. Stando ai sondaggi, la sparuta delegazione padana in Parlamento è prossima ad abbandonare Roma. Già provate dagli ultimi risultati elettorali, le armate bossiane accampate lungo il Tevere si sono già ridotte di numero. Una ventina di deputati, altrettanti senatori. Nel giro di poco tempo potrebbero levare le tende anche loro. L’accordo sulla legge elettorale tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi non lascia molto spazio all’ottimismo. Le soglie di sbarramento dell’Italicum rischiano di abbattersi come una mannaia sul Carroccio. Quando si tornerà al voto, sarà impossibile tentare l’avventura da soli. L’8 per cento da superare per i partiti non coalizzati non permette neppure il tentativo di una candidatura solitaria. Più fattibile la corsa al fianco dello storico alleato. Assieme a Forza Italia – e tutte le altre sigle del centrodestra – la Lega Nord può sperare di trattenere una rappresentanza in Parlamento raggiungendo il 4,5 per cento a livello nazionale. Ma forse è troppo anche questo.

A Montecitorio si è spesso favoleggiato di una norma ad hoc. Una clausola Salva-Lega nella legge elettorale che tutelando i partiti più radicati sul territorio potesse garantire la presenza a Roma del Carroccio. Alla fine non se n’è fatto nulla. Decisivo è stato il coraggioso rifiuto di Matteo Salvini e dei suoi, che hanno sempre respinto la norma. Adesso l’orgoglio padano rischia di riportare lo spadone di Alberto da Giussano nelle valli. Sarebbe una rivoluzione per la politica italiana. Entrati in Parlamento come principale forza anti-sistema, ormai i leghisti rappresentano un punto fermo del partitismo romano. Il Carroccio è uno dei pochissimi simboli presenti nel Palazzo dal lontano 1987. Ma forse non tutto è perduto. La soluzione potrebbe essere un salvataggio in extremis. Qualcuno spera ancora che l’emendamento Salva-Lega possa essere inserito durante il passaggio a Palazzo Madama. Del resto su quote rosa e rappresentanza femminile qualcosa dovrà essere modificato, come ormai si sarebbero convinti anche gli uomini di Matteo Renzi. 

Il primo banco di prova restano le elezioni di maggio. Per rimanere a Bruxelles, i leghisti dovranno confermarsi attorno al 4 per cento. Non è facile. Paradosso vuole che in questa fase di emorragia elettorale qualcuno avrebbe persino pensato a Bossi come possibile candidato all’europarlamento: (lui non sembra averne voglia, ma tale sarebbe la disperazione in casa del Carroccio). Come se non bastasse da qualche tempo il Movimento Cinque Stelle ha iniziato a drenare i voti anti-Euro. Beppe Grillo sembra in grado di attrarre come una calamita tante preferenze un tempo stretto appannaggio del leghismo. A via Bellerio nessuno vuol prendere neppure in considerazione l’ipotesi di un tracollo elettorale. «Se la Lega non raggiunge il quorum del 4 per cento rimetto il mio mandato. Se fallisco mi dimetto da segretario» ha spiegato pochi giorni fa Matteo Salvini. Ma il pericolo esiste. Eppure un inatteso soccorso potrebbe venire dal Senato. Martedì prossimo Palazzo Madama proseguirà l’esame del disegno di legge volto a inserire le quote rosa alle Europee. L’ipotesi che nel provvedimento venga inserita anche una limatura alle soglie di sbarramento – dal 4 al 3 per cento – è sempre più insistente. Vuoi vedere che per tutelare le donne, il Palazzo non finisca per salvare anche la Lega Nord?

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