Renzi per ora salva l’Italicum. A schiantarsi è il Pd

Alla Camera il governo rischia sul serio

L’intesa tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi vacilla più volte, ma finora tiene. L’accordo sulla legge elettorale supera indenne le votazioni di Montecitorio, anche le più insidiose. Chi rischia di non reggere l’urto dell’Italicum è il Partito democratico. Fra scrutini palesi o segreti, emendamento dopo emendamento, il partito del presidente del Consiglio si scopre sempre più diviso. Riemerge la minoranza che l’ascesa del sindaco rottamatore a Palazzo Chigi aveva messo all’angolo. Si aprono uno dopo l’altro nuovi fronti di scontro tra correnti che sembravano archiviate. Intanto la giornata politica è scandita da una lunga serie di strappi. La scorsa settimana aveva fatto discutere la decisione del Partito democratico di affossare un emendamento sul conflitto di interessi. Immolato sull’altare dell‘accordo con Forza Italia. 

In nome dell’intesa sull’Italicum nella sera del 10 marzo si è consumato il dramma sulle quote rosa, bocciate dal gruppo democrat in tre agitatissime votazioni segrete. Oggi il tema tiene ancora banco. Se la deputata Alessandra Moretti accusa senza mezzi termini i colleghi «vigliacchi»,  è il presidente della commissione Bilancio Francesco Boccia a chiamare direttamente in causa Matteo Renzi. Già lettiano, avvicinatosi al presidente del Consiglio durante le ultime primarie, Boccia ha strappato con il Presidente del consiglio: «Ci siamo impegnati a cambiare per le preferenze e per la parità di genere e ora tutto viene rinnegato. Non vorrei che nel giro di due mesi si sia completamente stravolta la cultura del Pd», spiega annunciando di voler lasciare la maggioranza del partito. A scanso di equivoci, conferma che in Aula non voterà la legge elettorale. 

Alla prova del voto sulla legge elettorale, il Partito democratico si scopre lacerato. Mai come adesso. Nel primo pomeriggio a scatenare la minoranza è un emendamento del Pd Marco Meloni. Una proposta di modifica in linea con una delle grandi battaglie politiche del partito: le primarie. Per ovviare alle liste bloccate dell’Italicum, l’ex esponente della segreteria dem chiede di introdurre per legge «la designazione dei candidati nelle proprie liste attraverso elezioni primarie». Il governo dà parere contrario. Per non venir meno all’accordo con Silvio Berlusconi, il partito di Renzi è costretto a smentire se stesso. 

«Dispiace che all’interno dell’equilibrio che si è trovato sul testo di legge questo tema non vi rientri – si giustifica in Aula il Pd Ettore Rosato – Quindi esprimo il nostro rammarico per non poter dare un parere favorevole a un emendamento che poneva un argomento che per noi resta ed è rilevante». L’onore delle armi non basta, il partito si divide. L’ex viceministro Stefano Fassina interviene sostenere la proposta. Alla fine con voto palese la Camera respinge l’introduzione delle primarie. 

Poco dopo a mettere in difficoltà la tenuta del Partito democratico è la parità di genere, ancora una volta. Solo ieri – dopo la bocciatura degli emendamenti sulle quota rosa – diverse parlamentari dem avevano lasciato l’Aula in segno di protesta. Questa sera lo scontro riprende. Al centro delle polemiche è l’emendamento a prima firma Gregorio Gitti sulla doppia preferenza di genere. Di fatto si chiede di introdurre la possibilità per gli elettori di scegliere i propri candidati, con l’unico vincolo dell’alternanza tra uomo e donna. È «l’ultima chiamata» dopo il discusso voto di ieri sera. Rosy Bindi ci mette la faccia. «Non intendo nascondermi dietro il voto segreto – spiega in Aula – e quindi vorrei dire che voterò questo emendamento. I partiti non sono associazioni private, stavolta il Partito democratico ha perso l’occasione di incidere sulle regole democratiche del Paese». A stemperare la tensione, invano, è il capogruppo Roberto Speranza. «Gli errori di ieri ci sono stati e sono stati gravi, ma non si cancellano con altri e più gravi errori». Il tema è sempre lo stesso: chi modifica l’intesa con Forza Italia si assume la responsabilità di mettere in pericolo l’approvazione della legge elettorale. Una riforma che il Paese non può più attendere.  Stavolta il governo rischia davvero. L’emendamento Gitti viene respinto con soli venti voti di scarto. Alla fine risulta fondamentale la presenza in Aula di sottosegretari e ministri. 

In serata arriva la sconfessione più amara, dall’ex ministro Pd Arturo Parisi. Uno dei pochi dirigenti democrat ad aver sostenuto Renzi in tempi non sospetti. Da sempre in prima fila nella battaglia per la legge elettorale, Parisi boccia la riforma del governo. «Al milione e mezzo di cittadini che poco due anni fa, dopo un lungo silenzio, insorsero invano contro il Porcellum possiamo solo dire che la loro domanda è andata ancora una volta delusa». 

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