Roma città morta

Macchiette capitoline

E dunque il sindaco della Capitale d’Italia, Ignazio Marino, ha spinto la propria provinciale dissipazione fino a elemosinare una foto all’aeroporto con Barack Obama, passando per stalker con gli americani e per mendicante con gli italiani. La storia è nota: lo staff presidenziale gli ha negato un incontro al Colosseo e lui, Marino, ha alla fine allertato persino la Farnesina e la nostra diplomazia internazionale per ottenere, in extremis e con il teleobiettivo, una sgranatissima foto che lo ritrae mentre Obama gli poggia una mano sulla spalla prima di salire le scalette dell’Air Force One. Certo, sono dettagli che non bisogna sopravvalutare, non vi è dubbio che, tra i mille protagonisti e comprimari che si esibiscono sui palcoscenici del Pd e di Forza Italia, non v’è pressoché nessuno che, una volta eletto sindaco di Roma, avrebbe resistito alla tentazione sempliciotta di buttarsi a tuffo su Obama come Paperon de’ Paperoni nei suoi dobloni. Costi quel che costi, anche al prezzo d’una piccola, crudele umiliazione: te lo facciamo incontrare il presidente, ma per non più di tre minuti, e sulle scalette dell’aereo.

Eppure, quando i dettagli occupano tutta la scena, vuol forse dire che è cominciata la stagione delle briciole, dei resti, e dei mozziconi. Così Marino, che male amministra una città al collasso finanziario, sempre più sporca e disfunzionale, è venuto a dirci che riceve le pacche sulle spalle da Obama. E pazienza se la metropolitana non funziona, se i tassisti taglieggiano i clienti, se la monnezza ricopre il prato di Colle Oppio, se sotto i ponti del centro storico spuntano baracche di disperati che arrostiscono e mangiano strani pesci tirati su dalla cloaca massima del Tevere. Per adeguarsi ai tempi bisogna “fare l’americano”, e dunque anche Marino dicono abbia masticato il suo inglese parlando con il presidente Obama, come Carosone, e come tutte le altre maschere italiane, che sono simpatiche proprio perché vestono inadeguatezze. Eppure Ignazio Marino non è simpatico, e purtroppo non è nemmeno Carosone. E per capirlo è sufficiente girare lungo le strade di Roma, una città che non sa gestire la realtà dei grandi numeri, siano quelli dei concerti del primo maggio, quelli del calcio, o quelli dei pellegrini in visita da Papa Francesco che, se stipati in ambiti inadeguati, non sono più innocui pellegrini ma inconsapevoli lanzichenecchi. Con i romani che, secondo Marino, non vedono l’ora di pregare insieme ai pellegrini di tutto il mondo, anche se sui muri del Campidoglio sono riapparse le antiche quartine: “Che so’ li pellegrini? So girannoloni che ce vengheno a rompe li cojoni”.

Ma non si può comprendere Marino se non si studiano i suoi predecessori, Gianni Alemanno, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, i tre disastri, e se non si capisce bene tutto quest’ambiente romano, molle e greve, con i cronisti cittadini che ingentiliscono le domande con fini notazioni di costume: “A Mari’, governa’ Roma non è mica ‘na stronzata, nun te pare?”. A Roma si ha sempre l’impressione di toccare l’essenza del cosiddetto paese reale. E si resta sgomenti. I sindaci si susseguono, uno peggiore dell’altro, sempre più inclini a non governare ma a galleggiare tra festival e friccichi de luna, foto con Obama e pedonalizzazioni spot, mentre i lavori della metro C sono ancora in corso dal 1997, i dipendenti dell’Atac falsificano e spacciano biglietti dell’autobus contraffatti, e il corpo dei vigili urbani è forse il più corrotto d’Italia. Intanto la città e i suoi abitanti assorbono tutto, con ottusa, animalesca indifferenza e offrono ai turisti lo spettacolo d’una maestà in rovina, del Colosseo circondato dalle bancarelle abusive, del Pantheon presidiato da improbabili e cenciosi centurioni romeni (non romani); e infine offrono pure le crepuscolari lusinghe d’una via Veneto posticcia, una strada morta, popolata di giapponesi che mangiano a prezzi da rapina pizze surgelate in squallidi baretti che si chiamano “dolce vita”, “Fellini”, “paparazzi”. La politica romana è come il campo degli Uscocchi, sul palco siedono i pirati della Dalmazia e della Jugoslavia: pirati di seconda battuta. Il grande confronto delle potenze imperiali ha lasciato il posto alle guerre barbaresche, i parvenu hanno rimpiazzato i potenti, e una storia confusa ha ormai dato il cambio alla grande storia.

A Roma anche il vizio si trascina in un’aura svagata e mediocre, Ignazio Marino dunque non deve impressionare: c’è di peggio. E basta guardare la “Grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino, che ha per protagonista la scrostatissima classe dirigente romana, i suoi intellettuali, gli scrittori senza talento, i boiardi malvissuti, i registi col sussidio pubblico, i giornalisti esausti, i gran burocrati arricchiti, i galleristi che spacciano la monnezza per arte e che farebbero sorridere chiunque a New York come a Londra o a Milano. E dunque ecco Jep Gambardella e i suoi amici, gli uomini pasturati da Alemanno e poi da Marino, da Rutelli e poi da Veltroni, dalla politica e dalla mediocrissima clientela. Ripensate alle scene del film di Sorrentino, i personaggi esistono davvero, e persino il regista Sorrentino (adottato dai salotti della capitale) fa parte di questo mondo che descrive: uomini giovanili ma non più giovani, ben pasciuti, euforici, vestiti con un’eleganza immodesta che si pascono d’avverbi smodati con i quali magnificano il film italiano di prossima programmazione (“il regista lo conosco”), o il romanzetto dell’amico che nessuno legge ma che pure una grande casa editrice nazionale pubblica comunque. E d’altra parte Marino, come Alemanno, come Veltroni e come Rutelli, sono solo un prodotto di Roma e del suo declino. Sono il sintomo, non la malattia della città.

Perché a questo mondo sfinito che va disseccandosi nei salotti, fatto di giochi di parole, celie intelligenti, familismo e alcool, corrisponde poi il popolino romano, che ignora tutto ciò che sarebbe giusto o dolce conoscere, ma sa il nome di battesimo, il peso corporeo, l’età, le abitudini, il colore degli occhi, la statura, lo stato civile dei centravanti della Roma e della Lazio. Visi inintelligenti ma soddisfatti che circolano nel traffico selvaggio d’una città perennemente in tilt, vandalizzata dall’ignoranza diffusa, dalla mancanza di regole, di governo, di minima cultura civile, con i graffiti che ricoprono ormai persino i monumenti, mentre i cosiddetti intellettuali magnificano le incomprensibili esposizioni del Maxxi, il museo patacca per eccellenza, la greppia della politica e del familismo romano. Così, con Marino che si autoriduce a macchietta di fronte a Barack Obama, in realtà Roma si compie, si mostra, si rivela per com’è. La città morta ha quello che vuole, ha il sindaco che si merita.