Se saltano sottosegretari e Italicum c’è da festeggiare

Sottogoverno e vecchia politica

In un’intervista a La Repubblica, virata di toni pacatamente e vagamente irati, Giovanni Toti attacca Matteo Renzi e spiega che se si continua così la legge elettorale potrebbe saltare, insieme al patto tra Forza Italia e Pd per le riforme istituzionali. Capisco i motivi della delusione di Toti, e capisco anche che la mancata approvazione della legge entro febbraio sia già il primo impegno mancato del programma con cui Matteo Renzi prevedeva quattro riforme in quattro mesi e si imponeva un calendario cadenzato e stringente: eppure la politica è un luogo strano, in cui tutto cambia velocemente, e quindi se questa promessa venisse disattesa, credo che dovremmo festeggiare. In primo luogo perché l’ipotesi di due possibili diverse maggioranze elettorali tra Camera e Senato che si configura in queste ore come punto di accordo sarebbe un pasticcio senza precedenti, un orrrore che produrrebbe sicura ingovernabilità. E poi perché, per quanto pochi lo dicano (o lo scrivano), l’Italicum è davvero una brutta legge, che esalta i principali difetti del Porcellum: un premio troppo grande che consente di governare con una maggioranza molto esigua (il 37% al primo turno), delle soglie di sbarramento che escludono potenzialmente dalla rappresentanza milioni di elettori, e – soprattutto – la perpetrazione delle liste bloccate, in cui si può essere eletti solo se nominati in lista da un capo di partito.

Ecco perché se salta la concitata tabella di marcia che ha al primo posto l’approvazione di questo testo sarebbe non una cattiva, ma una buona notizia. Così come è un segnale positivo di utile pressione dell’opinione pubblica, il fatto che il sottosegretario Antonio Gentile, appena nominato, sia già costretto alle dimissioni. Non c’è bisogno di una prova processuale, infatti, per verificare nei fatti, e nel comune senso del decoro, una situazione politicamente imbarazzante (per lui), per dedurre che la telefonata in cui un tipografo suo amico fa saltare la stampa di un numero de “L’Ora di Calabria” che pubblicava una notizia sgradita a Gentile, avesse come principale beneficiario il futuro sottosegretario. Che triste documento quella telefonata registrata dove lo stampatore prova a convincere il giornalista a non pubblicare la notizia che riguarda il figlio del senatore e dice, in una lingua sporcata dal gergo: «Ma ti vuoi rovinare per un prurito di culo?». Il vero fatto di questa storia è che alla fine quel giornale scomodo non è andato in stampa. 

Anche dietro questa vicenda c’è una lezione che riguarda la legge elettorale. Le dinamiche della politica avevano prodotto la nomina dei sottosegretari del nuovo governo avvenuta secondo le regole del manuale Cencelli, non in modo illegittimo, ma neppure in modo nobile: poi un moto di rivolta dell’opinione pubblica ha fatto saltare il tavolo. Dietro l’operazione immagine dei solo sedici ministri, molti dei quali giovani, insomma, si nascondono tanti sottosegretari designati che hanno problemi con inchieste in corso o tanti conflitti di interesse aperti.

Un altro neo nominato sotto inchiesta, l’avvocato Umberto Del Basso De Caro (quello che oggi grida «Non mi dimetto per una contestazione da 500 euro al mese»), tanto per fare un esempio, a prescindere dalla contestazione che gli viene fatta sui rimborsi, è lo stesso uomo che Nunzia De Girolamo indicava come regista della rivelazione dei nastri che avevano portato alle sue dimissioni da ministro e che accusava di gravi scorrettezze. Il fatto è che nel sottogoverno e nelle nomine delle seconde file, non appena sembra attenuarsi la luce dei riflettori dei media, i partiti di governo mostrano la loro vera faccia, infilano i nomi dei dragatori di voti che sono la reale base di consenso. 

Bisogna dunque pensare che la legge elettorale dei nominati creerebbe decine di dl casi di questo tipo, dove i partiti selezionano la loro classe dirigente al contrario, con un meccanismo darwinismo rovesciato: i grandi raccoglitori di voti e i professionisti di lungo corso prevalgono su tutto il resto, sulle competenze, sulla società civile in ogni singolo partito, sui loro stessi colleghi. Insomma, le liste bloccate, dove non sono gli elettori a scegliere, premiano la logica dello scambio da mercato delle vacche: posti nelle istituzioni in cambio di pacchetti di voti.

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