Sulla strada verso l’Inferno insieme a True Detective

Everybody wears their hunger and hunt

Rendiamo giustizia a una delle serie più belle che si siano probabilmente mai viste e, un po’ come farebbe Rust Cohle, bando ai preamboli e arriviamo dritti al punto: True Detective racconta il viaggio di due persone verso l’Inferno. Due persone piuttosto diverse, a dire il vero: un vivo e un morto che attraversano il fiume Stige verso un Ade dai contorni molto vividi, e molto reali.

Mentre guardavo il corpo del grande Matthew McConaughey muoversi sullo schermo con quell’incredibile misto di superbia e fragilità infuso in ogni singolo movimento, continuavo a pensare che Rust Cohle, nella cosmogonia di True Detective, avesse approssimativamente il ruolo di Caronte (da Χάρων, “ferocia illuminata”, ditemi che non è una coincidenza perfetta) nella mitologia. Nel corso della serie ci viene detto più volte che questo personaggio ha un demone dentro, ma — piuttosto — è un demone: quando lo conosciamo, nella puntata pilota, Rust è già una creatura di un altro mondo, un essere umano trascendente non solo nella misura in cui è un organismo alieno in un sud degli USA ancorato ai rituali di un’eterna stasi nel tempo. La sua illuminazione è superiore, non appartiene più al mondo dei vivi. È morto. Il suo corpo è una carcassa martoriata dagli eccessi, incaricata soltanto di trascinare da una parte e dall’altra un animo molto pesante. È un agente di cambiamento. Un crociato della verità.

Rust è due volte Caronte. I suoi passeggeri siamo noi, davanti allo schermo e Marty, dentro lo schermo. È lui il vivo a cui tocca la straordinaria fortuna o sfortuna di essere guidato verso un luogo oscuro che è sia un luogo della Terra e dell’inconscio. Quando Marty incontra Rust parte per un viaggio iniziatico che lo costringe a fare i conti con la sua parte ctonia, con le istanze seppellite che lottavano da tempo per venire fuori ed esercitare il loro pieno potenziale distruttivo. Il placido ascetismo di Rust porta, per contrasto, il caos nella vita di un uomo che fino a quel momento era riuscito a tenere il suo thanathos sotto controllo; ma va così, il prezzo della traversata è elevatissimo. Caronte, sempre nella mitologia, pretendeva un pagamento per traghettare le anime da una parte all’altra del fiume (tanto che ai cadaveri venivano spesso messe delle monete sugli occhi, in Grecia) e nel caso di Marty quel pagamento è la rinuncia di tutto quello che è terreno. Banalmente: la casa, gli averi, il matrimonio, i figli, il sesso. Rust richiede una devozione completa; in altre parole, una tabula rasa di tutto. L’abbandono di ogni zavorra a favore della libertà che si prova quando non si ha nulla da perdere.

Durante le otto puntate di True Detective si capisce qual è il metodo di Rust (che ha un metodo, sì): essendo una creatura già staccata da tutto quello è superfluo in senso quasi francescano, vede e parla con gli altri dal livello superiore di un’intuizione che — per mettere in mezzo un personaggio pop — assomiglia a quella del Dr. Manhattan di Watchmen. Rust Cohle è praticamente su Marte. E se un rigoroso codice morale guida le sue azioni, la sua mancanza di tatto ustiona per la vita. Provate a immaginare di andare da un vostro amico timido, di cui avete intuito delle cose senza nessuna base precisa se non la vostra cruda comprensione dell’animo umano («everybody wears their hunger and their hunt», dice Cohle a un certo punto) e dirgli: «tu hai paura delle donne perché tua madre è una donna passivo-aggressiva che t’ha umiliato tutta la vita, e la verità è che se continui così consumerai cene al microonde finché non crolli morto d’infarto e il tuo cane ti mangerà la faccia». Lo fareste? Rust lo fa continuamente, con chiunque. È questo l’unico registro della sua conversazione, almeno nella prima parte della serie: parla al nucleo caldo, il resto è carne. E il risultato è quel che è: qualche volta funziona, e nel caso di Marty funziona fino a spingerlo al limite massimo della sua umanità, qualche altra volta lo fa passare per spostato completo.

Caronte mette alla prova, pretende. Il “metodo Rust” funziona tanto negli interrogatori perché si tratta di contesti con un fine preciso. Nella vita Rust lo persegue a dispetto della logica, come un prete maniacale in missione per conto di una coscienza più limpida, un predicatore, una persona che si è attribuita un ruolo preciso da cui è impensabile distaccarsi anche solo per un minuto. Ed è con quella stessa determinazione pazza che ci porta davvero, alla fine delle otto puntate, da un’altra parte: un posto che il traghettatore conosce molto bene anche se non è mai sceso a riva e che noi, semplici traghettati, avevamo una paura fottuta persino di concepire. Il viaggio è violento e sembra assolutamente definitivo. L’arrivo stesso lo esaurisce, o dovrebbe esaurirlo. Il resto è spoiler.

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