Portineria MilanoCatania, carrello dei bolliti in Confindustria Digitale

Catania, carrello dei bolliti in Confindustria Digitale

Non ci sono esempi o nomi sull’enciclopedia Treccani alla voce “boiardo di Stato”. Si legge, al secondo significato, “alto dirigente di impresa statale”. C’è pure un rimando ai boiari, dal russo bojar, antica nobiltà russa o anche aristocrazia rumena e bulgara. L’Italia è ricca di personaggi con profili di questo tipo. A poco a poco stanno scomparendo, o almeno questo sarebbe obiettivo del premier Matteo Renzi. Ma c’è sempre qualcuno che resiste. E uno in particolare è stato capace negli ultimi anni di riciclarsi, di sopravvivere al crepuscolo del berlusconismo, di accumulare incarichi a ripetizione, lasciandosi dietro fallimenti con stipendi a cinque zeri, macchina e autista, casa ai Parioli, capace di cadere sempre in piedi, tra vernissage e mondanità, tra un tennis al Circolo Aniene di Roma e una prima della Scala a Milano, perché in fin dei conti per lui una presidenza, un posto da dirigente o in qualche consiglio di amministrazione si trova sempre. Sarà anche per questo che nei salotti Elio Catania viene chiamato “l’ultimo boiardo”. 

Se c’è un think tank che annovera professori o politici, se c’è un’associazione sulle relazioni internazionali tra paesi, se c’è un comitato consultivo, non si può non trovare che lui, Elio Catania, detto anche “tocco di medusa”. Nato a Catania, quartiere Civita, nel 1946, è il boiardo di Stato perfetto, il manager storico degli anni dei governi di Silvio Berlusconi, forte delle sue relazioni industriali, amico di Guidalberto Guidi, padre dell’attuale ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. È stato appena nominato presidente di Confindustria Digitale (federazione di rappresentanza industriale nata con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo dell’economia digitale ndr) grazie al predecessore Stefano Parisi, l’uscente non in buoni rapporti con il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi. La nomina di Catania, infatti, pare avesse proprio l’obiettivo di indebolire Squinzi, perché ha superato almeno quattro candidature di livello, tra cui quella di Pietro Guindani, numero uno di Vodafone. L’incarico sarà ufficializzato durante l’assemblea dell’8 maggio, ma subito dopo — sussurrano in Confindustria — del caso potrebbero occuparsene i probiviri, perché ci sarebbero state forzature “pesanti” per ottenere la nomina. Del resto, Confindustria Digitale è un colosso che fa capo a imprese come Vodafone o Fastweb — solo per citarne alcune — per un totale di oltre 250.000 addetti che realizzano un fatturato annuo superiore ai 70 miliardi di euro. Un settore di frontiera, dove ci si aspetterebbe che una associazione come Confindustria scegliesse manager motivati e di nuova generazione. Invece… 

Invece Catania è un boiardo a tutto tondo, inaffondabile. Ha superato le difficoltà in Ferrovie dello Stato dove — ricordava persino il leader del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo un paio di anni fa – lasciò un buco di quasi 500 milioni di euro, tra le proteste più vibranti che si ricordino da parte dei sindacati e della politica. Ha schivato persino le difficoltà in Atm, l’azienda dei Trasporti di Milano, anche qui tra polemiche di ogni tipo, su stipendi faraonici e incidenti a ripetizione. Ha ricoperto incarichi da consigliere in Telecom e in Intesa San Paolo, ha tutt’ora un ruolo da consulente in Spencer Stuart, società privata statunitense di consulenza aziendale, «specializzata nel reclutamento di figure dirigenziali», utilizzata dal Tesoro nell’ultimo rinnovo di nomine pubbliche. È stato vice Presidente di Alitalia, vice Presidente di Assonime, membro del Direttivo di Confindustria, persino vice presidente del Consiglio per le Relazioni Italia-Stati Uniti, organismo dove è presidente onorario Sergio Marchionne.

È poi uno degli storici soci dell’Aspen Institute di Giulio Tremonti e Giuliano Amato, perché Ibm — dove racconta di aver esordito da manager dopo aver tirato una monetina per scegliere tra il colosso informatico statunitense e la nostra vecchia Sip — ne è stata sempre finanziatrice. Tanto che nel 2004 la sua nomina ad amministratore delegato di Ferrovie dello Stato fu una vittoria di Tremonti, che riuscì a imporsi sul candidato di Pietro Lunardi, quel Pietro Ciucci, attuale presidente di Anas. Catania non ha mai smesso di lavorare per posti dirigenziali, ultimo la nomina a numero uno della Confindustria Digitale. In uno dei Paesi dell’Unione Europea più indietro sugli investimenti Ict, non poteva che arrivare Catania a rilanciare uno dei settori forse più importanti per la sburocratizzazione italiana, un processo di digitalizzazione che ha già assistito al fallimento di Francesco Caio nell’Agenda Digitale. «Ce la possiamo fare» ha sostenuto però Catania in varie interviste. «E’ necessario capire come le nuove tecnologie vengono innervate all’interno dei processi dell’impresa e della PA, se si vuole davvero assistere alla rivoluzione digitale». 

Per capire lo spessore politico di Catania basta citare un aneddoto del giugno del 2011, a poche ore di distanza dalla vittoria di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano. Dopo aver appoggiato Letizia Moratti per tutta la campagna elettorale, dopo aver prestato il suo uomo comunicazione, Marco Pavanello (che da Fs si portò in Atm ndr), come responsabile della strategia per affissioni, spot e campaing manager, dopo aver pagato tramite Atm con una consulenza da 160 mila euro il giornalista Roberto Poletti, sempre per la campagna elettorale morattina, nel giorno della sconfitta “Elio” cambiò idea. E inviò una lettera al neo primo cittadino parlandogli «da tecnico» sull’importanza e la centralità del trasporto pubblico. La missiva non servì a molto, perché alla fine Catania ha dovuto fare le valigie da Milano per lasciare il posto a Bruno Rota. Ma vi ha lasciato comunque un ricordo indelebile, soprattutto per le polemiche sul suo stipendio oltre che per la serie di innumerevoli incidenti avvenuti durante la sua gestione. 

Se c’è una cosa oltre alle poltrone a cui Catania non ha mai rinunciato sono i grandi eventi mondani. Buon giocatore di tennis, negli anni ’90 amava dilettarsi al Circolo Aniene di Roma insieme con Giancarlo Abete, il presidente della Figc, altro boiardo tra i boiardi. Poi c’è stata la Sardegna, dove è stato spesso di casa negli anni d’oro del berlusconismo, quando andava al Billionaire di Flavio Briatore con la moglie Mercedes, i ministri Lucio Stanca (predecessore di Catania in Ibm ndr) e Gerolamo Sirchia, persino Daniela Santanchè. Del resto Catania ha saputo negli anni tessere rapporti a destra e manca. Dopo l’esperienza in Ibm Italia, fu grazie a Berlusconi che nel 2004 arrivò in Ferrovie dello Stato. La sua gestione si ricorda tra le peggiori di tutti i tempi. Il 2006 si chiuse con un passivo di circa due miliardi di euro, triplicando così le perdite del 2005. 

Il 31 gennaio 2006, un’interpellanza parlamentare di Pierluigi Castagnetti recitava così: «I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere — premesso che: i servizi di trasporto ferroviario italiani hanno subito un forte peggioramento qualitativo dal 2001 ad oggi e la drammatica ripresa di incidenti ferroviari di diversa natura impone un ripensamento delle scelte ad oggi adottate dall’Esecutivo e della propria politica dei trasporti». Il ministro dell’Economia di allora, Tommaso Padoa Schioppa, lo accompagnò alla porta con una buonuscita da sette milioni di euro. Ma Catania non si diede per vinto. Non appena sceso dal treno salì sul tram, appunto grazie a Letizia Moratti. 

All’ombra del Duomo, ricordano alcuni esponenti della Prima Repubblica, c’era una vecchia regola tra gli anni ’60 e ’80: lo stipendio del presidente di Atm era di appena un milione e 200 mila lire, l’80% di quello del sindaco. Per i tempi era una fortuna, ma certo fa impressione notare come nel 2000, con l’avvento di sindaci di centrodestra e della cosiddetta lobby di Confindustria, nelle municipalizzate milanesi il tetto degli stipendi iniziò a lievitare in maniera vertiginosa. Nel 2009 Catania riuscì a superare e aggirare le polemiche sullo stipendio incassando due incarichi, quello di presidente e amministratore delegato e, allo stesso tempo, direttore generale del gruppo. Doppio incarico per doppia retribuzione. “Elio” percepiva 76.643 euro lordi all’anno per l’incarico nel cda. E 290.000 euro lordi all’anno per la carica di direttore generale. In totale 366 mila euro, difesi fino all’ultimo con i denti, pure con un ricorso al Tar.

Negli anni ha incassato pure i gettoni per le poltrone nei cda di Telecom, con paga base da 110mila euro annui, più altri 100mila per tre poltrone nei comitati. E poi Intesa San Paolo (150mila euro all’anno). Non solo. Catania percepisce una pensione Inps da 12.276 euro netti al mese. E da buon boiardo di Stato non poteva mancare l’inchiesta in carico. Nel settembre del 2013 rassegnò le dimissioni dal consiglio di amministrazione di Telecom «al fine di consentire un sereno svolgimento delle attività del Consiglio, in una fase così complessa per l’azienda, e del lavoro degli inquirenti, nel ribadire la piena correttezza dei miei comportamenti». Era stato indagato per insider trading con l’accusa di aver diffuso indebitamente alla stampa informazioni privilegiate destinate ai soli componenti del Cda. Fughe di notizie, pubblicate in particolare dl Messaggero che avrebbero provocato forti scossoni al titolo in borsa con ribassi fino al 5%. Del resto, senza un’indagine non sarebbe stato il boiardo di Stato “perfetto”. 

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