
Forse è meglio dare ossigeno alla Francia, piuttosto che vederne l’economia precipitare in nome della disciplina di bilancio – con rischi giganteschi per l’intera eurozona e oltre. Nella rigorista Berlino si sta diffondendo questa riflessione, non senza forti «mal di pancia» nel paese finora più geloso custode del rigore della disciplina e del rispetto delle regole. Un cambiamento di umori, diremmo anzi una crescente apertura che potrà fare solo comodo a Matteo Renzi che conduce – sia pure con una situazione diversa (l’Italia, a differenza della Francia, è fuori procedura per deficit eccessivo) – una sua battaglia per «rimodulare» i tempi di riduzione del debito.
Di una «comprensione» tedesca per un possibile nuovo rinvio a Parigi (che nel 2015 dovrebbe riportare il deficit sotto il 3% del pil, ma quest’anno sarà al 4,3% anziché il concordato 4,1%) se ne sente parlare, sia pure sommessamente, da giorni a Bruxelles. E la Süddeutsche Zeitung ci ha addirittura aperto il giornale, a firma di uno dei più noti (oltre che meglio informati) giornalisti politici tedeschi, Claus Hulverscheidt. Quel che più conta è che né a Bruxelles, né a Berlino qualche esponente o portavoce del governo tedesco si è premurato di smentire le voci né l’articolo del giornale. In realtà, anche senza l’ausilio dell’autorevole quotidiano tedesco, basta fare due chiacchiere con diplomatici tedeschi per sentirsi riassumere i forti timori di Berlino: e cioè che è imperativo dare alla Francia lo spazio di manovra indispensabile di fare le urgentissime riforme proposte, con misure per 50 miliardi di euro, che mal si conciliano con un rigoroso corso di austerity. Riforme lanciate questo martedì dal nuovo governo francese, e – significativamente – «anticipate» alla vigilia a Berlino di persona dal neoministro delle Finanze Michel Sapin al suo omologo Wolfgang Schäuble. Da notare che Sapin non si è peritato di fare lo stesso con una visita a Bruxelles.
Una cosa è chiara: Berlino ha letteralmente il terrore che l’economia francese possa avvitarsi in una spirale negativa, con la possibilità che i titoli francesi comincino a vedere i tassi d’interesse schizzare alle stelle fino a diventare insostenibili. Come dice una fonte del governo tedesco alla Süddeutsche, «il fondo salva-stati (Esm n.d.r.) perderebbe un contributore molto importante (la Francia n.d.r), che anzi si troverebbe ad esser lui stesso in situazione di bisogno. E la crisi sarebbe allora incontrollabile». Tradotto: altro che Grecia, questa sarebbe una crisi dell’euro all’ennesima potenza. D’altro canto, qualunque alto esponente tedesco ammette che nel 2003 a fare annacquare il patto oltre a Parigi fu la stessa Berlino. Con una differenza sostanziale: l’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder utilizzò – al contrario dei francesi – i nuovi margini per fare urgentissime riforme (l’Agenda 2010) che ha rimesso in marcia l’economia della Germania, allora giudicato il «paziente d’Europa».
Ed ecco il «mal di pancia» tedesco: da una parte l’esigenza di non mandare a carte quarantotto il Patto di stabilità (solo pochi giorni fa il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha ammonito a non «minare la credibilità» del Patto con ulteriori concessioni a Parigi). Dall’altra, per citare la stessa fonte tedesca del giornale di Monaco, «non ci servirebbe a niente se per principio tenessimo duro, ma alla fine l’economia francese finisse a terra». Berlino, insomma, di fronte alla possibilità di un disastro che non potrebbe che coinvolgere anche la stessa Germania, sta seriamente pensando di cedere e dare via libera al terzo rinvio a Parigi. Ha colpito molto gli osservatore il fatto che nella conferenza stampa congiunta questo lunedì a Berlino di Sapin e Schäuble, al di là di un generico riferimento del tedesco al fatto che la Francia «è consapevole dei suoi impegni», non si è sentito altro. Anzi, incalzato dai giornalisti sul rinvio, il ministro delle Finanze tedesco ha risposto secco: «non ci diamo i voti a vicenda».
La congiunzione astrale, bisogna dirlo, non potrebbe essere più favorevole di così alla Francia: la Commissione Europea è ormai agli sgoccioli – scade a novembre, entro giugno sapremo chi sarà il successore di José Manuel Barroso. Come se non bastasse, il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn è in congedo elettorale, visto che si presenta alle elezioni europee. Tornerà il 25 maggio, ma se sarà eletto – come appare quasi certo – risparirà definitivamente a luglio con l’avvio della nuova legislatura del Parlamento Europeo. A sostituirlo è l’opaco commissario ai Trasporti Siim Kallas. Tradotto: sul fronte di Bruxelles Parigi praticamente non ha una controparte di peso. La partita, insomma, si giocherà in buona sostanza in sede di Eurogruppo. Se Parigi avrà il sostegno di Berlino, è molto probabile che l’avrà anche da parte italiana e spagnola (Madrid ha a sua volta ottenuto un rinvio). Per l’Italia, in particolare la partita sarebbe ghiotta: come ammettono a Berlino, sarebbe difficile negare a Roma – oltretutto tra i pochissimi a rispettare la regola del deficit (sono 4 contro 14 sotto procedura) – un rinvio sul debito quando ne è stato concesso uno a Parigi sul deficit.
Il problema che però tormenta la Germania, ma anche la Bce (oltre a Weidmann si dice che anche il presidente dell’Eurotower Mario Draghi non veda di buon occhio un nuovo rinvio, con l’occhio rivolto ai mercati) è come salvare la credibilità del patto. Nessuno per ora ha la formula. Una possibilità potrebbe essere un accordo sotto banco, in cui formalmente si fa la voce grossa con Parigi ma dietro le quinte la si autorizza a sforare, promettendo che non vi saranno reali sanzioni. Soprattutto, però, si punta sul fatto che il primo ministro Manuel Valls faccia sul serio, e attui davvero riforme incisive ed efficaci che rimettano in moto l’economia francese. E’ la stessa identica cosa che vale per Matteo Renzi. Le riforme sono la chiave di tutto.