Il fisco predatorio che disincentiva il lavoro

Il fisco predatorio che disincentiva il lavoro

Il sistema fiscale non ha il solo obiettivo di redistribuire il reddito fra famiglie o gruppi, ma anche quello – forse meno identificabile a prima vista – di non disincetivare l’offerta e la domanda di lavoro. A questo proposito ciò che conta non sono le aliquote medie, certamente importanti, ma quelle marginali, che catturano l’effetto sulle imposte pagate di un piccolo (al margine) aumento del reddito. Il grafico mostra la decomposizione delle aliquote marginali per l’Italia e l’Ocse, per due tipi di famiglie, tenendo conto di tutte le poste del cosiddetto cuneo fiscale. L’asse delle ascisse mostra il reddito famigliare in percentuale del reddito medio.

Come è possibile notare il nostro sistema fiscale si caratterizza per aliquote marginali crescenti a “balzi”, rispetto alla media dei paesi Ocse. Questo implica che il passaggio ad una categoria reddituale più alta, causata per esempio dalla decisione di lavorare più ore, o dalla partecipazione del secondo percettore di reddito – spesso donna – al mercato del lavoro, comporta un forte disincentivo al lavoro. A titolo di esempio, per una famiglia senza figli, passando da redditi appena inferiori a quelli medi ad altri appena superiori, la quota parte di reddito assorbita dal fisco passa da tassi vicini al 50% a tassi vicino al 60 per cento. Per una famiglia con due figli addirittura dal 60% al 70 per cento. Per ogni extra-euro di lavoro generato ben 6 o 7 sono fagocitati dallo Stato, senza che la qualità di molti servizi pubblici possa in qualche modo giustificare questa voracità. Impossibile pensare che questo fisco predatorio non abbia effetti fortemente negativi sul tasso di partecipazione al mercato del lavoro, sopratutto per il secondo percettore di reddito.

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