La demagogia della crociata contro i superstipendi

La demagogia della crociata contro i superstipendi

Capisco che è molto impopolare, ma forse sarà il caso di dire che la caccia allo stipendio eccellente in questi mesi ha assunto dei toni populistici e a tratti anche molto demagogici. Intendiamoci: si può anche legittimamente predicare il pauperismo, si può legittimamente essere francescani o bolscevichi, si può propugnare la dittatura del proletariato o la logica della spoliazione draconiana dei beni per motivi di ideologia o di fede. Ma il fatto singolare, oggi, che la lotta contro gli stipendi alti nella pubblica amministrazione, non viene portata avanti dai neo-catecumenali o da movimenti neo-protestanti, e nemmeno dagli intellettuali neo-marxisti, quelli che almeno il capitalismo lo criticano davvero. Oggi, a capo della campagna sul “Non si può guadagnare più di 240mila euro”, ci sono molti che guadagnano almeno il doppio o il triplo, e in quel caso non si fanno nessun problema di principio o di compatibilità «con il paese che soffre».

Così bisognerebbe provare a partire da una domanda dritta e chiara: per quale motivo nel mondo in cui viviamo, totalmente fondato sulla mitologia del profitto, del merito, del valore, per quale motivo dovrebbe essere sbagliato guadagnare — che ne so? — trecentomila euro l’anno? Lo so che si rischia di essere crocifissi, ma perché mai una dirigente della Rai come Annamaria Tarantola (cito un nome a caso) dovrebbe guadagnare settantamila euro lordi, meno — cioè — di un caposervizio di un piccolo quotidiano, anche scalcagnato? Dove sta scritto che un manager debba guadagnare meno di un capo dello Stato, che percepisce un emolumento simbolico, perché si presume che arrivi a quel ruolo alla fine di una carriera che si immagina assolutamente garantita dai precedenti guadagni? Come si può paragonare lo status regale del Quirinale da quello di un dirigente che è nel pieno della carriera?

Io non sono un fanatico del turbocapitalismo, ma, se si parla di principi, non si può essere schizofrenici: o un principio vale per tutti, o non deve valere per nessuno. Perché il direttore del Corriere della Sera, o del Giornale devono guadagnare un milione o poco meno, mentre un direttore del Tg della Rai dovrebbe guadagnare meno di tutti gli altri e meno di un quarto di questa cifra? Perché Marchionne deve essere esaltato anche per i suoi redditi e un manager pubblico come Moretti impallinato come un ladro? Perché si presume che un dirigente Rai o un manager di una impresa a partecipazione pubblica debba guadagnare meno perché deve essere meno bravo? O deve guadagnare meno perché deve essere meno professionista, e magari beneficiato da una logica di nomina politica? Inorridisco per entrambe le possibilità. Per i risparmi? Malgrado i numero che circolano sono molto contenuti. O facciamo il socialismo reale, oppure bisognerà rassegnarsi: la lotta ai superstipendi (soprattutto a quelli dei bravi) è una follia.

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