Le ragioni di Deborah e Andrea

Le ragioni di Deborah e Andrea

Oggi ho un problema di coscienza. E oggi questo problema ha un nome e un volto, quello di Andrea Coltelli, il ventenne di Viareggio protagonista degli scontri di Roma di sabato, della guerra di immagini e di video che infuria da giorni sul web, ma anche nei nostri cuori. Andrea è il fidanzato di Deborah Angrisani, la ragazza che — mentre lo proteggeva — è stata calpestata dall’agente, Massimiliano A, quello che in un primo tempo avrebbe detto di aver messo il piede sopra uno zaino e poi di non aver visto. Quello (giustamente) insultato dal capo della polizia.

Se volessi salvarmi l’anima, e svolgere senza conflitti il mio ruolo di cittadino democratico e di sinistra mi limiterei a questo, isolerei la parte utile di questa storia, quella non conflittuale con la mia coscienza, potrei provare a dimenticarmi di una demenziale giornata di guerriglia urbana, e potrei accontentarmi di questa visione rassicurante: i due fidanzatini peynettiani e il poliziotto cattivo. C’è già un format, letterario e televisivo, pronto a spiegare tutto: ancora una volta un brutto caso di bad cops, e via una petizione per mettere i codici identificativi sui caschi, ed evocazioni di precedenti che giustamente consideriamo osceni. Ma siccome ormai qualche capello grigio inizio ad averlo persino io, siccome navigo nei cortei romani da quando avevo quattordici anni e di cose in questi anni ne sono accadute tante, troppe, non posso prendere in giro me stesso.

Ci sono delle foto che io considero terribili (le immagini le ma hostrate il Tg2, i fotogrammi oggi li ha pubblicati, per esempio, il Tempo) che ci fanno vedere un’altra faccia del ragazzo Andrea. In una si vede Andrea Coltelli in altri momenti del corteo, col viso rigato di sangue e gli occhiali da sole a mosca, Andrea con un bel fazzoletto barricadero rosso al collo, mentre è impegnato in una intensa attività di guerriglia urbana. Ci sono dei dettagli in cui lo vediamo impugnare e rompere una bottiglia, altri scatti in cui lancia oggetti contundenti contro la polizia, in uno – sembra – si fa sotto per dare calci. Se dico a me stesso che la giustificazione del “scusate ho pestato un zaino” non tiene, non posso nemmeno più credere alle fate, e tantomeno a Deborah e Andrea. Andrea ha una doppia faccia, e anche Deborah ce l’ha, se gli è stata al fianco durante il corteo. Questa doppia faccia, questa idea che dedicarsi alla guerriglia tutto sommato si può, questa smania di infilarsi nella piazza, magari distinti dalle tute nere dei Black block, ma poi pronti a fare gazzarra con loro quando il momento lo richiede, perché c’è una zona grigia in cui tu puoi nasconderti per giocare alla guerra, bene, tutto questo è quello che la sinistra dal 2001 a oggi dovrebbe considerare il peggiore rischio per la sua sopravvivenza. A intervalli regolari la febbre sale, Roma si riempie di manifestanti, e qualche pattuglia di teppisti ben addestrati si infiltra sempre nei cortei, con perizia scientifica, e si mette a giocare alla guerra. Oggi il mio problema di coscienza lo risolvo così: mi piacerebbe che Deborah e Andrea ci spiegassero, ci raccontassero di cosa significa vivere da dottor Jekill e mister Hide questa terribile scissione. Vorrei che si guardassero allo specchio, e dicessero cosa vedono davvero, senza curarsi — per una volta — del poliziotto Massimiliano A. Vorrei che una volta lasciassimo perdere l’alibi stupefacente dei poliziotti cattivi e ci occupassimo dei cattivi ragazzi che si nascondono dietro una faccia d’angelo. Sono loro che, ogni volta che si mettono a giocare alla guerra con le bottiglie, cancellano il diritto degli altri a manifestare senza diventare scudi umani dei professionisti della violenza.

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