Provette scambiate: tragedia moderna, morale antica

Provette scambiate: tragedia moderna, morale antica

È davvero difficile provare a dire cose intelligenti quando ci si esprime su problemi molto complessi, quando giudicare vuol dire – anche – giocare con le vite degli altri. È molto difficile, ad esempio, esprimersi sul probabile (ma non ancora certo) scambio di provette avvenuto all’ospedale Pertini di Roma, dove una coppia di genitori che avevano fatto ricorso alla fecondazione assistita ha denunciato la gravidanza e l’attesa di una coppia di gemelli che secondo i primi esami hanno un patrimonio genetico del tutto estraneo al loro.

È ovvio,  comprensibilmente, lo shock della madre che ha scoperto di avere in grembo due embrioni che non gli appartengono: ed è ancora più comprensibile il dramma dell’altra madre, quella che ha già abortito spontaneamente un embrione che non le apparteneva, e ora deve rassegnarsi a perdere quella parte di sé che con tanta determinazione ha voluto riprodurre, incubata nell’utero di un’altra donna. Eppure, se dopo queste doverose precisazioni si pensa alla storia, e alla sua drammatica – quanto banale – dinamica, si scoprirà che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: cambiano le modalità, gli strumenti, si staglia su tutto lo spettro odoroso di zolfo della fecondazione medicalmente assistita, c’è la legittima paura degli apprendisti stregoni, e c’è anche l’inevitabile timore dei Frankenstein della provetta, che per noi è come uno scetticismo ancestrale che si accompagna in modo incoerente alla fiducia finalistica nel progresso della scienza (e che convive schizofrenicamente con lei). 

Ma se si abbandona per un attimo quest’elemento, non si può che constatare come lo scambio dei figli, la confusione degli infanti non abbia nulla di inedito, è un congegno narrativo classico dei miti e delle fiabe, un genere che è finito non solo nei romanzi d’appendice, ma anche nella narrativa e nel cinema. Lo scambio di materiale genetico, esattamente come lo scambio dei neonati, non è che l’ultima evoluzione possibile di questo schema: è ovviamente deprecabile, ma sempre possibile che si verifichi, perché esistono la fatalità, il caso, l’errore umano e tutti questi elementi, come sempre, operano potentemente nella storia. Operano malgrado la scienza, contro la scienza o magari grazie a lei. La morale di questo tremendo paradosso, la storia di genitori che si sottopongono al sacrificio per accedere alla genitorialità, e poi si ritrovano beffati, o premiati oltre ogni aspettativa, è che alla fine di tutto esiste una potente legge della natura secondo cui, provette o non provette, i figli sono di chi li cresce. Lo so che qualcuno si risentirà, per quello che sto per dire, ma è come se ci fosse una sorta di contrappasso istruttivo anche in questa vicenda: più ci si avvicina alla possibilità di sofisticazione e pianificazione assoluta dei patrimoni genetici, più ci si illude che la virtualità della procreazione assistita possa pianificare ogni cosa, più la casualità dell’errore continua ad affermare la legge sovrana del destino.

La procreazione assistita, il più sofisticato dei riti di riscrittura della traballante legge naturale, porta con sé una morale antica: la storia e la realtà sono sempre piu forti di qualsiasi illusione di programmazione. O meglio: ogni volta che sogniamo (o tentiamo) di avvicinarci alla divinità, scopriamo che l’unica trascendenza che ci è concessa è quella di diventare padri o madri. E non è poco, anzi è tutto: persino nelle sacre scritture, infatti, provate a immaginare che a Dio riesce il miracolo di diventare padre, ma non quello di essere genitore.