Gorky ParkUcraina: tra guerra civile e sfiducia politica

Ucraina: tra guerra civile e sfiducia politica

Il premier ucraino Arseni Yatseniuk ha detto che ormai la Russia ha iniziato a esportare terrorismo. Probabilmente ha ragione. Il problema, però, è che l’export va a gonfie vele poiché nelle regioni orientali dell’Ucraina i compratori sono molti e anziché diminuire sembrano essere, col passare del tempo, in aumento. I primi tre giorni dell’offensiva annunciata domenica sera dal presidente ad interim Olexandr Turchynov hanno mostrato il dilemma in cui Kiev si trova: il solo fatto di aver mandato l’esercito, le forze speciali Alpha, la guardia nazionale appena battezzata e anche le milizie di Pravyi Sektor, è stato il segnale che a Donestk e dintorni ha preoccupato buona parte della popolazione, anche quella — la maggioranza — che non vuole certo un’annessione alla Russia. I separatisti filorussi, teleguidati da Mosca, sono però ucraini: ex militari del Berkut, le forze speciali sciolte dopo la rivoluzione di febbraio e il massacro di Maidan, bande pagate dagli oligarchi, giovani estremisti nazionalisti orgogliosi di portare al petto l’ordine di San Giorgio, e sono circondanti da gente normale. Se la gran parte è silenziosa, chi scende in piazza a fianco degli autonomisti lo fa soprattutto perché è contro l’attuale governo, che in questi due mesi ha contribuito a far sprofondare il paese nel caos. Polizia e funzionari amministrativi hanno lasciato spazio agli occupanti e spesso hanno dato loro una mano.

Se a febbraio nel Donbass la fiducia verso Turchynov e Yatseniuk era bassa, ora è scesa sottozero. Così si spiega che per Pasqua qualcuno si augura la resurrezione di Victor Yanukovich, che ladro era, ma almeno non aveva portato il Paese sull’orlo della guerra civile, quando in realtà avrebbe potuto farlo, mandando i carri armati a liberare i palazzi del potere occupati dai nazionalisti nelle regioni occidentali. Ora è nel sudest, dove la situazione è differente da quella in Crimea, che gli ucraini si trovano di fronte ai tank. E molti si lamentano di venire trattati alle stregua di terroristi. Il governo di Kiev sa benissimo che un bagno di sangue non solo offrirebbe su un piatto d’argento la scusa al Cremlino di intervenire militarmente a fianco della minoranza russa, che è nelle regioni in questione in realtà una maggioranza, sia etnica che linguistica, ma è consapevole che il pugno duro aumenterebbe in ogni caso la distanza tra centro e periferia, difficile da colmare anche con l’aiuto degli oligarchi messi senza troppo successo alla guida degli oblast per tentare di bloccare i moti autonomisti. Ammesso e non concesso che l’operazione antiterrorismo si concluda con effetti collaterali limitati, i cocci da raccogliere rimarranno comunque per lungo tempo.

Kiev è condizionata evidentemente della mosse di Mosca, anche se ha fatto del suo peggio per complicare la situazione. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti. Come era stato previsto. Una delle prime mosse del governo di Yatseniuk, appena insediato in un parlamento non eletto, ma trasformista, è stata l’abolizione della legge sull’utilizzo ufficiale della lingua russa. Se la Rada l’ha approvata, poi Turchynov non l’ha firmata, ma ormai il danno era fatto, accendendo le prime micce in Crimea. Lo scioglimento del Berkut è stato siglato all’unanimità, vale a dire dalle due formazioni governative (Patria, di Yatseniuk e Yulia Tymoshenko, e Svoboda di Oleg Tiahnybok), mentre Vital Klitschko (Udar) metteva in guardia che la mossa avrebbe potuto rivelarsi errata. Non c’era bisogno della sfera di cristallo per prevedere che le tre forze che avevano costretto alla fuga Yanukovich si sarebbero poi scontrate: quando il nuovo presidente del Consiglio di sicurezza nazionale Andrei Paruby (fondatore con Tiahnybok del Partito social-nazionalista ucraino) ha annunciato l’introduzione del visto per i cittadini russi, il giorno dopo è stato smentito a Bruxelles dallo stesso Yatseniuk. A Kiev una mano non sa spesso cosa fa l’altra e quando lo capisce non c’è tempo e voglia per rimediare. E questi sono solo gli esempi più evidenti. Quando un gruppo di deputati della destra radicale ha malmenato il direttore del primo canale televisivo per costringerlo alle dimissioni, Kitschko ha chiesto a Tiahnybok di far dimettere i parlamentari esagitati e Yatseniuk non ha potuto fare altro che voltare la faccia, visto che Svoboda è comunque fondamentale per la tenuta del governo.

La compagine che guida il paese ha già perso per strada il ministro della Difesa, senza citare la girandola di poltrone che Turchynov ha avviato tra amministrazione e servizi, e quello degli Interni Arsen Avakov, abituato a comunicare più via Facebook che attraverso i canali ufficiali, anche per quel riguarda le operazioni militari, è da un paio di settimane sotto pressione. I radicali di Pravyi Sektor chiedono la sua testa dopo l’uccisione di uno di loro, Sasha il Bianco, durante una operazione della polizia che tentava di arrestarlo. Secondo la versione di Avakov si sarebbe ucciso, per Pravyi Sektor si è trattato di un’esecuzione. Visto che i colpi mortali al cuore sono stati due, qualcosa da chiarire forse c’è. I gruppi paramilitari, che non solo sono stati inviati all’est, arruolati accanto alle truppe ufficiali, ma continuano a presidiare a Kiev Maidan e dintorni, sono il simbolo che il governo non ha proprio tutto sotto controllo e se da un lato si appoggia, o non può fare a meno di appoggiarsi, alle camicie nere guidate da Dmitri Yarosh, dall’altro rischia di gettare con questa alleanza ancora più benzina sul fuoco del Donbass.

Al di là di tutto questo e dell’emergenza prima in Crimea e ora nel sudest, il governo è davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. Intanto le casse delle stato si sono svuotate, la grivna ha perso il 40 per cento nel giro di due mesi, industria e finanze sono bloccate. Se si aggiunge il fatto che il problema del gas con la Russia è passato in secondo piano solo perché è primavera, si capisce come Turchynov e Yatseniuk e tutti gli ucraini siano in realtà seduti su una bomba a orologeria. Alla fine di maggio sarà eletto un nuovo presidente, a dar retta ai sondaggi l’oligarca Petro Poroshenko, e anche il governo subirà necessariamente un rimpasto, soprattutto se il re del cioccolato sfonderà davvero e dovrà condividere il successo anche con il suo alleato che si è ritirato in corsa, Klitschko. Il decentramento e le modifiche della costituzione promesse da presidente e governo entro l’appuntamento elettorale sono rimaste per ora lettera morta, ma la crisi del sudest non lascia spazio a ulteriori ritardi. Cosa e da chi in realtà verrà deciso a Kiev rimane però ancora un mistero.