Usa, la democrazia “imposta” finanziando le ong

Usa, la democrazia “imposta” finanziando le ong

È stata una sorta di Baia dei Porci digitale, il progetto di un “Twitter cubano”, foraggiato dall’agenzia americana per lo sviluppo internazionale (United States Agency for International Development, meglio nota come Usaid). Come ha rivelato un’inchiesta dell’Associated Press, il programma portato avanti “con discrezione” dagli Stati Uniti, per usare le parole del capo dell’agenzia, Rajiv Shah, è naufragato miseramente. Non solo non è riuscito a mobilitare contro il regime i 4.0000 cubani che l’hanno utilizzato, ma ha fornito al castrismo ulteriori strumenti di informazione e di controllo, oltre a solidi argomenti di propaganda anti-occidentale.

Probabilmente la valutazione (esagerata) del ruolo dei social media nella primavera araba ha spinto l’Usaid verso il progetto di una Cuban Spring che potesse portare al collasso del governo. Ma non è la prima volta che l’agenzia, creata nel 1961 da John Fitzgerald Kennedy per promuovere e coordinare gli aiuti esteri, veste i panni delle “barbefinte”. Tra gli anni Sessanta e i Settanta, infatti, la struttura fu accusata di collaborare, attraverso l’Office of Public Safety, oggi chiuso, con la Cia, addestrando le polizie di altri Paesi, come Vietnam, Filippine, Indonesia e Thailandia, e insegnando loro a maneggiare “tecniche di terrore e di tortura”.

L’agenzia negò qualsiasi coinvolgimento, ma la sua immagine ne uscì ammaccata. Più recentemente, l’Usaid è finita nel mirino di leader anti-americani, come Hugo Chavez ed Evo Morales, che hanno accusato gli Stati Uniti di mascherare come aiuti allo sviluppo iniziative di sostegno all’opposizione, in vista di un regime change. Secondo un cable pubblicato da Wikileaks nel 2013, l’Office of Transition Initiatives della Usaid avrebbe portato avanti una strategia di infiltrazione della base chavista e di isolamento del presidente venezuelano dalla comunità internazionale.

Sempre l’anno scorso, il capo di Stato boliviano Morales ha cacciato dal Paese alcuni ufficiali dell’agenzia, sostenendo che stessero cospirando contro il suo governo, manipolando i movimenti sociali ed utilizzando strumentalmente alcuni programmi, come gli incentivi ai contadini per passare dalla coca ad altre colture. Nel 2009 un contractor dell’Usaid, Alan Gross fu arrestato a Cuba per spionaggio e condannato successivamente a quindici anni di prigione. Lo stesso Putin arrivò ad espellere i funzionari dell’agenzia, accusandoli di fomentare l’opposizione in occasione delle elezioni del 2012. Quest’anno un ministro keniota, Francis Kimemia, ha sostenuto che dietro le proteste anti-governative andate in scena a febbraio a Nairobi ci fosse proprio l’Usaid.

In molti casi si tratta di paranoia o, più semplicemente, del tentativo di un governo in difficoltà di individuare un nemico esterno, su cui scaricare le colpe e contro cui compattarsi. È altrettanto vero, però, che la Cia si è spesso appoggiata ad agenzie nate con altri obiettivi (nel caso dell’operazione Bin Laden, persino ad alcune organizzazioni non governative). L’Usaid, d’altro canto, è sempre più ambiziosa e a questo scopo sta modificando il proprio ruolo e le proprie strategie.

Il budget annuale, nelle intenzioni del suo amministratore, deve essere orientato non verso le società americane, che da anni collaborano con l’agenzia, bensì verso i gruppi locali che operano nei vari Paesi, anche garantendone i prestiti contratti con le bancheMa il vero cambiamento è un altro. Il capo dell’agenzia, Rajiv Shah, che in passato ha lavorato con la Fondazione di Bill Gates e di sua moglie Melinda, vede con favore un’alleanza operativa con il capitale e la tecnologia privata, allo scopo di combattere la povertà e incoraggiare la democrazia.

«Fa parte del nostro mandato supportare i gruppi della società civile con comunicazioni moderne, consentendo loro di accedere ad Internet», ha dichiarato Shah, riecheggiando la battaglia dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton per una rete mondiale gratuita e aperta a tutti. La rivoluzione di Shah non piace ovviamente ai contractor riuniti nel Professional Services Council. «Non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca», ripete il suo presidente, Stan Soloway, «abbiamo anni di esperienza in questi Paesi, che non possono essere ignorati». I partner tradizionali si difendono dall’accusa di avere sprecato risorse federali e sostengono che i gruppi locali non abbiano le competenze per portare avanti progetti imponenti e per gestire milioni di dollari. «Molti di questi Stati hanno istituzioni deboli, altrimenti non lavoreremmo lì», sottolinea Karl Hoffman, presidente della Population Services International, un contractor Usaid che si occupa di programmi sanitari relativi a malaria e Hiv in più di 60 Paesi.

Dal canto suo, Rajiv, nato a Detroit da un immigrato indiano, oltre a un curriculum di tutto rispetto – laurea in medicina all’università della Pennsylvania, un lavoro governativo al dipartimento per l’Agricoltura, gli incarichi alla Fondazione di Gates, tra cui quello di direttore dei servizi finanziari destinati ai poveri – può vantare una serie di endorsement prestigiosi, come quello di Tony Blair, che lo ha definito «un visionario, con uno spirito profondamente pratico». Sotto la sua guida, il budget per i grandi contractor è calato di 400 milioni di dollari (da 9,6 miliardi a 9,2) e quello per i gruppi locali, sebbene ancora molto basso, è quasi raddoppiato (da 919 milioni a 1,6 miliardi). L’obiettivo è quello di destinare ai locals almeno il 30 per cento del bilancio.

I tagli operati dalle ultime amministrazioni hanno accresciuto la dipendenza dalle compagnie no profit, spesso fondate da ex impiegati dell’agenzia, e l’Usaid nel 2009 ha perso la propria autonomia, venendo assorbita dal dipartimento di Stato. La trasparenza nell’utilizzo delle risorse non è sempre garantita, come nel caso dell’Afghanistan, il Paese in cui l’agenzia investe più denaro, un miliardo di dollari. Shah vuole però scongiurare il declino della sua struttura. La nuova filosofia operativa è ben rappresentata da un progetto lanciato in Etiopia per distribuire sementi a 35.000 contadini. Anzitutto il denaro viene affidato al governo etiope e a cooperative locali, mentre la compagnia americana Acdi/Voca si limita a coordinare il progetto. In secondo luogo viene coinvolta una grande corporation, l’azienda chimica DuPont.

È stata probabilmente l’esperienza con Bill Gates ad ispirare Shah. Tra i nuovi membri dello staff ci sono ex broker di Wall Street e l’agenzia ha iniziato a lavorare con le grandi banche, stipulando accordi con compagnie di assicurazione e fondi pensione per sostenere i suoi progetti. Nel 2012, ad esempio, l’Usaid ha garantito i prestiti fatti da Cadiz, una società di servizi finanziari, consentendo così di investire fino a 150 milioni di dollari in circa 200 piccole iniziative private.

La partnership con le corporation viene incoraggiata. La General Electric ha garantito una parte dei fondi bancari che serviranno a costruire il nuovo ospedale pediatrico di Johannesburg, intitolato a Nelson Mandela, che aprirà nel 2016. Nella nuova creazione di Shah, lo U.S. Global Development Lab, presentato pochi giorni fa a New York sotto gli occhi di Hillary Clinton, i privati (aziende, fondazioni, università) sono tra i principali protagonisti. L’idea è quella di utilizzare la scienza e la tecnologia per escogitare soluzioni innovative che possano aiutare vaste fasce sociali, in molti Paesi, ad uscire dallo stadio di povertà, ad esempio, fornendo sui cellulari dei contadini africani alcuni dati agricoli digitalizzati (prezzi, previsioni meteo) oppure procurando energia off grid, ossia in maniera autosufficiente, non collegata alla rete.

Questo laboratorio partirà con uno staff di 165 persone, 65 dei quali scienziati, che lavoreranno in sette università d’èlite, tra cui Berkeley, il Mit, la Johns Hopkins. Scorrendo la lista dei sostenitori si capisce perché l’iniziativa abbia un notevole peso specifico. Ci sono ong, come Save the Children, centri culturali come la National Academy of Sciences e lo Smithsonian Institution, fondazioni come la Bill & Melinda Gates (ovvio), agenzie, come la Catholic Relief Services, e grandi corporation: Coca Cola, Cisco, Intel, Cargill, Glaxo, Johnson & Johnson, Microsoft, Nike, Unilever, persino la Walmart.