Così l’altro made in Italy prepara lo sbarco in Borsa

Così l’altro made in Italy prepara lo sbarco in Borsa

Farmaceutica, commercializzazione dei diritti cinematografici, produzione di occhiali eco e credit information. Le quattro aziende più vicine allo sbarco a Piazza Affari appartengono ad altrettanti settori solitamente esclusi dalle analisi sul made in Italy che si fa strada a livello internazionale. Eppure ad accomunarle c’è proprio la forte vocazione alla crescita fuori dai confini nazionali.

Meglio Milano di Londra

Prima dell’estate è atteso il debito di Rottapharm Madaus, azienda monzese da 600 milioni di fatturato e 2mila dipendenti, che ha fatto della ricerca la leva per crescere nei campi della neutraceutica, dei cosmetici farmaceutici e dei parafarmaci. Fino a poche settimane fa l’orientamento della famiglia proprietaria (i Rovati, da poco entrati anche nel capitale della Marco Tronchetti Provera Sapa, a monte della galassia Pirelli) era di quotare la società a Londra, con l’obiettivo di avere maggiore visibilità a livello internazionale, ma poi si è scelto di dare fiducia al listino milanese.

La società fattura 600 milioni di euro e ha circa 2mila dipendenti. 

Sul mercato potrebbe arrivare il 40% del capitale, con un’operazione che promette di sfiorare i 2 miliardi di euro. Un valore non trascurabile per un listino, come quello milanese, che complessivamente capitalizza appena 400 miliardi di euro, 100 in meno della sola Apple, un decimo dei capitali gestiti da Blackrock, il più grande fondo di investimento al mondo.

Rottapharm è stata fondata nel 1961 da Luigi Rovati, oggi presidente del gruppo, come laboratorio di ricerca indipendente e nel tempo ha ampliato il suo raggio d’azione anche ai settori della parafarmaceutica e della nutraceutica, puntando ad anticipare i trend del mercato. Il grande salto è avvenuto nel 2007 con l’acquisizione della tedesca Madaus che ha consentito alla società monzese di conquistare la leadership mondiale dei farmaci di origine naturale.

Un assaggio del mercato è già avvenuto nei mesi scorsi con l’emissione di un mini-bond da 400 milioni di euro (la domanda ha superato di quattro volte l’offerta) e scadenza a sette anni, che è andato in porto a un tasso del 6,125 per cento. La mossa è stata spiegata con la volontà di ripagare alcuni finanziamenti bancari vicini alla scadenza e disporre di nuova liquidità per eventuali acquisizioni, senza la necessità di fornire particolari garanzie, come invece di solito succede quando si batte la strada del prestito bancario. Nuove risorse fresche sono attese dallo sbarco a Piazza Affari, con l’obiettivo di crescere ancora all’estero, che già oggi vale il 70% del fatturato.

Il cinema italiano soffre, ma c’è spazio oltreconfine

I tempi in cui il cinema italiano faceva scuola nel mondo e le grandi produzioni americane sceglievano Cinecittà per girare kolossal come “Quo Vadis?” e “Ben Hur” sono lontani anni luce, ma negli ultimi tempi il settore sta riguadagnando prestigio a livello internazionale, e non solo per l’Oscar conquistato da “La grande bellezza” di Sorrentino.

Punta a cavalcare questo filone Notorious Pictures, costituita nell’estate di due anni fa a Roma, che acquista i diritti dei film quando sono ancora allo stato embrionali, alla fase dei copioni (i cosiddetti full rights) e li commercializza attraverso tutti i canali di distribuzione (cinema, home video, pay tv e free tv e new media). Lo scorso anno la società ha registrato un fatturato di 9 milioni di euro, ma le prospettive per l’anno in corso sono più elevate, dato che il primo trimestre si è chiuso a quota 9,4 milioni (contro gli 1,5 dello stesso periodo del 2013), un ebitda (il risultato operativo lordo) di 5,4 milioni e un utile netto di 2,9 milioni. Qualche settimana fa ha presentato la domanda di ammissione all’Aim Italia, nato sulla scia dell’omonimo listino londinese per accogliere le piccole e medie imprese. Al momento sono 41 le società quotate, ma Borsa Italiana attende almeno 20 sbarchi da qui a fine anno, sulla spinta del calo delle tensioni sul fronte degli spread e del permanere del credit crunch, che suggerisce alle aziende di cercare nuove fonti di finanziamento. Rispetto al listino principale (Mta), l’Aim semplifica la fase di ammissione, durante la quale non è richiesta la pubblicazione di un prospetto informativo (sostituito da un documento semplificato di ammissione) e successivamente non richiede la pubblicazione dei resoconti trimestrali di gestione. A garantire la trasparenza sul mercato è il Nomad, che si fa carico di valutare l’appropriatezza delle società che richiedono l’ammissione.

L’ipo di Notorius è attesa entro fine giugno con l’obiettivo di raccogliere risorse utili a espandere le quote di mercato e di entrare nella produzione e coproduzione di opere cinematografiche, anche a livello internazionale.

Il modello del fast fashion si fa strada nell’occhialeria

Si appresta a tagliare i dieci anni di vita Nau!, brand che crea e distribuisce nei propri negozi occhiali ricchi di colore e design con un’impronta eco. Nel 2007 l’azienda di Castiglione Olona (Varese) ha dato vita alla prima collezione al mondo di occhiali in plastica riciclata, diventando partner di Legambiente, e quattro anni dopo è stata la prima azienda di occhialeria in Europa a ottenere la certificazione ambientale Uni En Iso 14001.

Un’altra chiave del successo è nella scelta di proporre una nuova linea di prodotti ogni 30 giorni (e sempre in edizione limitata), secondo un modello tramutato da alcune esperienze di successo in altri comparti del retail da colossi del retail come Ikea e Zara.

Nel 2005 Nau ha aperto il primo negozio a marchio proprio; oggi i punti vendita sono 65, alcuni sono in gestione diretta e altri in franchising, ai quali si aggiunge anche uno shop online in italiano e inglese. Proprio la crescita oltreconfine è tra gli obiettivi che hanno spinto l’azienda lombarda ad aderire a Elite, piattaforma messa a punto da Borsa Italiana che offre competenze industriali, finanziarie e organizzative per farsi conoscere sui mercati dei capitali internazionali e migliorare i rapporti col sistema bancario. Il prossimo step è lo sbarco all’Aim, con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo del fatturato, che nel 2013 ha raggiunto quota 14,5 milioni di euro, con un progresso del 15% rispetto all’anno precedente.

Le informazioni creditizie facilitano il rapporto con il credito bancario

Dimensioni più elevato ha il Cerved, gruppo specializzato nell’analisi del rischio aziendale e nel credit information, un settore che negli anni ha assunto un’importanza crescente nei rapporti tra le aziende e il mondo bancario. Fondata nel 2009 con l’integrazione di sette società (Centrale dei Bilanci, Cerved, Lince, Pitagora, Databank, Finservice e Consit), lo scorso anno la società milanese ha raggiunto un fatturato di 313 milioni di euro, con un ebitda per 151 milioni.

La domanda di ammissione al listino principale di Piazza Affari risale a inizio aprile, con l’obiettivo di arrivare all’Ipo nel giro di qualche settimana, con un flottante atteso dagli analisti intorno al 35-40%, per un’operazione tra i 600 e i 700 milioni di euro. Tecnicamente si tratterà di una Opvs (Offerta pubblica di sottoscrizione e vendita), in quanto il socio di riferimento – il fondo Cvc Capital Partners attraverso Chopin Holdings – è destinato a ridurre la sua quota, pur mantenendo la maggioranza del capitale sociale. Il resto delle risorse servirà a finanziare la crescita, puntando in primo luogo sui mercati internazionali (in Italia la società è già leader di mercato con una quota del 40%) e sull’acquisizione di realtà innovative, come accaduto di recente con la SpazioDati, startup pisana attiva nel settore dei big data, che si occupa di trasformare l’enorme mole di testi, immagini e coordinate geografiche che viaggiano sui circuiti telematici per trasformarli in indicazioni di business per le aziende. È il caso, ad esempio, delle abitudini d’acquisto dei consumatori riportate dalle carte fedeltà, che possono servire alle aziende per migliorare l’offerta e ridurre le eccedenze. Una sorta di stele di rosetta in chiave moderna: così come la pietra di granito riportante le iscrizioni in tre differenti grafie ha consentito di decifrare i geroglifici, consentendo di studiare la civiltà egiziana, allo stesso modo questa tecnologia promette di dare un senso a dati che oggi sono disponibili in forma grezza.