Europa: a Ovest gli euroscettici, a Est cresce Pil

Europa: a Ovest gli euroscettici, a Est cresce Pil

Nella Felix Austria cantata da Stefan Zweig e Joseph Roth si sono invertiti i ruoli: la periferia ha raggiunto il centro, fino a superarlo. A un decennio di distanza dall’adesione all’Unione europea di alcuni Paesi dell’Est, compresa parte dell’ex impero asburgico, poi assorbita dal Patto di Varsavia, il quadro è mutato. Il passaggio dalla cortina di ferro al mercato unico ha avuto effetti largamente positivi, tant’è che oggi l’Unione gode di maggiore popolarità a Est che a Ovest. Il caso dell’Ucraina, in cui la piazza si è rivoltata contro il presidente Yanukovich proprio all’indomani della rottura delle trattative con Bruxelles, è emblematico. Mentre in Occidente i populismi anti-europei guadagnano consenso quasi ovunque e sono destinati ad occupare uno spazio sempre più largo nel Parlamento che verrà – anche se il loro effettivo impatto politico sarà comunque limitato – spostandosi verso Oriente il progetto lanciato da Schuman, De Gasperi e Adenauer conserva forza e rappresenta un’aspirazione diffusa.

Probabilmente a Kiev hanno studiato le conseguenze dell’adesione alla Ue dell’ex blocco sovietico. Secondo una recente ricerca realizzata da Bruegel, il più autorevole think tank europeo di politica economica, con sede a Bruxelles, ben tre capitali dell’Est, Varsavia, Bratislava e Praga, hanno un Pil pro capite (a parità di potere d’acquisto) maggiore di Vienna, un tradizionale punto di riferimento culturale, nonché ex baricentro politico dell’Europa centro-orientale. La stessa Budapest non ha un Pil molto distante e più in generale tutte le altre maggiori città della “nuova Europa” – come venne definita dall’ex segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, ai tempi della guerra in Iraq -stanno colmando il gap con la capitale austriaca.

Questo sviluppo, notano i ricercatori del Bruegel, è in netto contrasto con le tendenze del Sud del continente, le cui economie negli ultimi dieci anni (in particolare dal 2009) hanno cominciato a divergere rispetto alla media dell’Unione. Adesso Roma, Madrid e Lisbona hanno un Pil pro capite (sempre a parità di potere d’acquisto) comparabile a quello di Bucarest e più basso rispetto ai numeri di Varsavia, Bratislava, Praga e Budapest. Naturalmente quello utilizzato è solo uno degli indicatori che misurano le performance di un Paese e non può essere esaustivo. Ad esempio, Vienna è regolarmente nelle prime posizioni di tutte le classifiche mondiali sulla qualità della vita, che includono altri parametri, come il livello della sanità e della sicurezza, il rispetto per l’ambiente, gli investimenti in cultura (mentre le città satellite dell’impero austro-ungarico occupano posti più arretrati).

È significativo, però, chele economie dei dieci Paesi entrati nell’Unione nel 2004 (con alcune eccezioni, in particolare Slovenia e Cipro, a causa delle difficoltà del sistema bancario) abbiano iniziato un progressivo processo di convergenza verso la media europea, ovviamente con sfumature differenti, a seconda della capacità di sfruttare le prospettive nate dall’abbattimento delle frontiere. 

Secondo il think tank, l’ingresso in Europa ha notevolmente aumentato l’efficienza e la competitività di sistemi economici obsoletiImplementando le normative continentali, le istituzioni di mercato si sono rafforzate, migliorando la qualità dell’ambiente imprenditoriale ed attirando investimenti dall’estero, con una ricaduta positiva a catena su stock di capitale, produttività, governance delle imprese.

Le performance di questi Paesi sono la migliore risposta agli euroscettici: grazie all’entrata nel mercato unico, le compagnie dell’Europa centro-orientale si sono integrate in una catena globale, traendone benefici sia all’interno del settore manifatturiero che in quello dei servizi. L’accesso ai sistemi educativi dell’Occidente e la mobilità del lavoro determinata dalla caduta delle frontiere ha permesso un potenziamento delle competenze, ad ogni livello, con effetti trickle-down sulle economie locali (malgrado molti migranti non abbiano più fatto ritorno a casa). L’arrivo dei fondi Ue (in parte sottratti all’Europa meridionale, va detto) ha permesso lo sviluppo delle infrastrutture, del sistema educativo e sanitario, del settore della ricerca e dell’agricoltura (grazie ai sussidi).

I ricercatori nutrono alcuni dubbi sull’efficacia a lungo termine di questi incentivi, che talvolta rappresentano un’arma a doppio taglio, ma gli effetti al momento sono tangibili. Al tempo stesso, però, mentre le varie capitali prosperano – e l’afflusso di denaro favorisce un processo di concentrazione produttiva – le differenze regionali all’interno dei Paesi aumentano. Le province che erano più povere prima del 2000 tendono a convergere verso la media Ue meno rispetto a quelle più ricche (al contrario, le politiche di coesione di Bruxelles dovrebbero ridurre il gap, piuttosto che allargarlo). Ma l’integrazione nella Ue, per i nuovi membri, resta un fenomeno molto positivo, disegnando un quadro simile a quello dell’Italia negli anni del boom. Si capisce perché a Maidan chiedano più Europa e meno Russia.