La Chiesa di destra prepara la fronda a Papa Francesco

La Chiesa di destra prepara la fronda a Papa Francesco

Fin dal principio, l’Opus Dei ha appoggiato il nuovo corso di Papa Francesco: la crisi della Chiesa e in particolare della Curia romana erano fin troppo evidenti; la svolta ritenuta necessaria da più parti; e la maggioranza che in conclave sosteneva un cambiamento radicale risultava ampia. Così è avvenuto, nel corso di questi primi 12 mesi, che la Compagnia di Gesù e la Obra fondata da Josemaria Escrivà de Balaguer, si trovassero, sia pure a distanza, accomunati nella stessa impresa dopo essere stati a lungo avversari irriducibili. Ma ora qualcosa sta cambiando:il Papa infatti, oltre alla riforma della Curia vaticana, a un’azione di trasparenza finanziaria portata avanti con una certa decisione e alla promozione di un modello di Chiesa più austero e attento ai bisogni della gente, ha fatto capire che intende procedere anche a profonde modifiche del magistero su temi delicati come quelli della famiglia. Ma Francesco si è spinto anche oltre prendendo di petto le tematiche economiche e socialiLe sue critiche al modello capitalistico espresse nel documento Evangelii Gaudium hanno suscitato le reazioni piccate dei think tank conservatori d’Oltreoceano, della destra cattolica Usa nostalgica del wojtylismo, del tea party e di quella stampa che sostiene l’inossidabilità della religione neoliberista nonostante la crisi.

È tutta un’area che comincia a scalpitare di fronte alle troppe novità del pontificato: così nei giorni scorsi a Roma su iniziativa dell’Acton Institute, laboratorio economico conservatore a stelle e strisce d’ispirazione cattolica, si è tenuta una giornata di studi su “Fede, Stato e Economia, prospettive da oriente e da occidente”. Relatore d’eccellenza il sacerdote e professore Martin Rhonheimer, appartenente all’Opus Dei, docente di Etica e filosofia politica presso la Pontificia Università della Santa Croce, ovvero il prestigioso ateneo della Obra nella capitale. Rhonheimer ha sostenuto, in sintesi, che lo stato sociale, come ogni forma di tutela pubblica, finisca con il limitare la libertà d’impresa e il libero mercato; sono invece questi ultimi gli unici veri pilastri della diffusione del benessere, i regolatori – insieme alla responsabilità individuale fondata su principi etici – del progresso economico e sociale. Non solo, per lo studioso dell’Opus Dei lo stesso concetto di redistribuzione economica è un inganno.

È il mercato che “lavora” per il bene comune, rileva Rhonheimer, è dunque al suo interno che si sviluppano imprese profit e no-profit e di conseguenza iniziative caritative, non c’è bisogno dello Stato, l’essenziale è incoraggiare la libera iniziativa dei cittadini. Anche nella tradizione cattolica, ha sottolineato Rhonheimer, è stato alimentato il mito di “un capitalismo crudele e selvaggio” che va regolamentato dallo Stato attraverso interventi su prezzi e salari per arrivare a meccanismi di redistribuzione della ricchezza. Tutto sbagliato, una forma di sussidiarietà assoluta è la strada maestra per garantire forme di solidarietà sociale (private e non pubbliche), il governo si deve ritirare entro confini ben precisi, le forze del mercato e della responsabilità del singolo sono in grado di autoregolamentarsi da sole. Niente di nuovo, eppure la radicalità dei toni è sorprendente.

La posizione espressa da papa Francesco sia nell’Evangelii gaudium che in varie interviste fra cui quella alla Stampa, era agli antipodi di questa impostazione. Bergoglio ha riaffermato più volte le proprie critiche alle «teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo». «C’era la promessa – rilevava il pontefice – che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri». Questo, osservava poi il vescovo di Roma, non significa essere marxisti; ma la precisazione non bastava a fermare i sospettosi critici d’Oltreoceano. Del resto lo stesso Bergoglio sembra quasi provocare l’ala teocon quando twitta, come è avvenuto lo scorso 28 aprile, affermazioni del tipo: «La diseguaglianza è la radice dei mali sociali». Non si contano poi gli interventi del papa nei quali si chiedono “politiche” e per arginare la povertà e le disparità sociali, cioè interventi pubblici.

Non solo: è in arrivo un’enciclica ambientalista che sarà scritta con il contributo dei vescovi dell’Amazzonia (in particolare con il contributo di monsignor Erwin Kräutler che ha subito minacce per la sua difesa delle popolazioni indigene), difficile che ne venga fuori una laudatio del mercato libero e selvaggio. Così dal Financial Times a Forbes il papa sudamericano che mette in discussione la globalizzazione finanziaria suscita malumori che si allargano sempre di più all’area cattolica vicina ai teocon.

Del resto a capo dell’Acton Institute c’è un sacerdote, Robert Sirico, reaganiano della prima ora e sostenitore di un liberismo radicale in economia, secondo un modello in cui il datore di lavoro è libero di licenziare in qualsiasi momento come il lavoratore può cambiare lavoro quando vuole perché i due soggetti sono in realtà sullo stesso piano. La sua è stata definita «l’opzione preferenziale per la libertà» in contrapposizione «all’opzione preferenziale per i poveri» coniata dai vescovi dell’America Latina nella seconda metà degli anni Sessanta, quando prendeva piede la teologia della liberazione.

Ancora da notare che fra gli sponsor di riguardo della giornata di studi organizzata dall’Acton Institute, figura anche il Dignitas Humanae Institute, presieduto dal cardinale americano ultratradizionalista Raymond Leo BurkeNel board dell’organismo troviamo anche l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, e poi i porporati conservatori Elio Sgreccia, Francis Arinze, Malcolm Ranjth e Walter Brandmuller, quindi l’ex arcivescovo di Hong Kong, Joseph Zen Ze-Kiun – contrario alla linea del dialogo con Pechino sui temi della libertà religiosa – che era pure fra i relatori del convegno. L’evento per altro oltre a godere del sostegno di altre strutture dell’Opus Dei, era promosso allo stesso modo da diverse altre organizzazioni fra le quali spiccava l’Istituto Sturzo. Forse in modo ancora incerto si sta coagulando una prima opposizione interna al Papa? È quanto si capirà nei prossimi mesi quando anche il sinodo sulla famiglia entrerà in nel vivo.

Allo stesso tempo va però ricordato che il prelato dell’Opus Dei, Javier Echevarria, ancora nei giorni scorsi ha ripetuto in un’intervista al Tempo come da parte della Obra non vi sia alcuna opposizione rispetto a quanto sta facendo il pontefice. Quest’ultimo, da parte sua, continua a muoversi con attenzione rispetto alla prelatura: ha approvato fra l’altro la beatificazione di Alvaro del Portillo, il primo successore di Balaguer come prelato dell’Opus Dei; il 29 aprile ha poi nominato il vescovo Carlos Lema Garcia quale ausiliare della diocesi di San Paolo in Brasile, una delle più grandi del mondo. Considerato che l’Opus con il giovane vescovo José Gomez già “governa” la mega-diocesi di Los Angeles, va rilevato che alcuni uomini dell’Opus Dei sono in ascesa. Non tutti però: in Perù l’arcivescovo di Lima e potente cardinale opusiano Juan Cipriani Thorne è fortemente contestato dall’episcopato locale. La partita insomma è aperta.

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