La sentenza contro Google potrebbe cambiare Internet

La sentenza contro Google potrebbe cambiare Internet

A molti il nome Mario Costeja González forse non dice nulla. Eppure questo cittadino spagnolo potrebbe aver cambiato per sempre le modalità di utilizzo di Internet. La vicenda che ha visto protagonista González non può che essere paragonata a quella di Davide e Golia, dove il gigante battuto non è altro che Google. 

Il 14 maggio la Corte europea ha emesso una sentenza ai danni della società di Mountain View in merito ad una causa intentata nel 2010 dallo stesso González. L’oggetto del contendere riguarda una notizia (di un paio di righe) pubblicata sul giornale spagnolo la Vangaurdia nel 1998, che tratta della vendita all’asta di un immobile di proprietà di Costeja e moglie a causa di un debito contratto con la previdenza sociale spagnola. A più di dieci anni di distanza, González cerca il suo nome su Internet e si imbatte nuovamente in quella notizia, nel frattempo era finita in Rete dopo la digitalizzazione dell’archivio da parte de la Vanguardia. Ipotizziamo che per la necessità di dimostrare che il contenzioso era risolto, visto che il debito contratto era stato saldato, González decide di rivogersi a un giudice per richiedere la rimozione definitiva di quel contenuto dalla Rete. A nulla valgono gli sforzi profusi nella battaglia nei confronti del quotidiano spagnolo per la rimozione dell’articolo, che si concludono con un nulla di fatto. González allora decide di rivolgersi direttamente a Google, ma il risultato è identico. L’ultimo tentativo è appellarsi al garante della privacy spagnolo (Agencia Española de Protección de Datos), il quale ritiene di dover agire contro Google.

Vista la resistenza di Google, il caso approda a Bruxelles e, a sorpresa, il 14 maggio arriva la sentenza che dà torto al gigante di Mountain View. Il testo recita così: «il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento dei dati personali pubblicati sul web da terzi. Nel caso, in seguito a ricerca effettuata partendo dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostra un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla detta persona, questa può rivolgersi direttamente al gestore per sopprimere il collegamento». Questo significa che nel caso in cui il gestore in questione (Google gestisce il 90% delle ricerche in Rete in Europa), non dia seguito alla domanda, la persona può rivolgersi alle autorità competenti per ottenere, qualora sussistano le condizioni, la soppressione del link dall’elenco dei risultati. E non basta perché, visto e considerato che la soppressione dei link dall’elenco di risultati potrebbe avere conseguenze sull’interesse degli utenti di Internet, la Corte precisa che è necessario ricercare un giusto equilibrio tra tale interesse e il diritto al rispetto della vita privata di e il diritto alla protezione dei dati personali.

A leggerla così si capisce quanto si tratti di un tema complicato, e il caso in questione, se riproposto per altre fattispecie, potrebbe far sorgere delle complicazioni nella valutazione di cosa è e cosa non è di interesse pubblico. E quindi quali contenuti vanno pubblicati e quali altri rimossi. In una parola è stato ufficialmente stabilito quello che in molti hanno definito “diritto all’oblio”. Il discorso cade ovviamente sul diritto alla privacy, di cui ogni utente gode, ma soprattutto sul fatto che il motore di ricerca di Mountain View, così come tutti i motori di ricerca, utilizzi i dati degli utenti anche e soprattutto a fini commerciali. Ecco perché tutto ciò rappresenta un grosso grattacapo per Google, questo precedente infatti potrebbe dare il via ad una serie di eventuali azioni legali di cui il motore di ricerca più utilizzato al mondo dovrà rispondere. Va poi sottolineato che la direttiva sulla protezione dei dati in Europa risale al 1995, quando in pratica Google ancora non esisteva, e anche se un nuovo regolamento, che pare sia in corso di progettazione, verrà realizzato non si potrà fare a meno di prendere in considerazione la sentenza González.

Per concludere: forse d’ora in avanti faremo sempre più attenzione alla pubblicità che ci viene propinata sui social network, blog e siti vari che frequentiamo. Ci accorgeremo, forse, di come quel prodotto che vediamo a lato dalla nostra bacheca di Facebook, sia confezionato su misura per noi, o meglio ancora è proprio quello che stavamo cercando. O ancor di più è quello che avevamo soltanto pensato di cercare, e invece ce lo ritroviamo già lì a portata di click: più semplice di così? Forse d’ora in poi comprenderemo che utilizzare i motori di ricerca (così come i social network) significa tracciare una carta d’identità virtuale di noi stessi e dei nostri bisogni. E consegnarla a qualcuno che all’occorrenza ci dirà cosa vogliamo senza neanche sforzarci di pensarlo. Niente di preoccupante sia chiaro, ma intanto da oggi in poi, forse, potremmo aver riacquistato il diritto di essere dimenticati.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta