Gorky ParkLa strada in salita di Poroshenko, Willy Wonka ucraino

La strada in salita di Poroshenko, Willy Wonka ucraino

Tutto come previsto. I sondaggi della vigilia non hanno fallito e Petro Poroshenko ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali. Sarà dunque lui, il re del cioccolato, il Willy Wonka in versione ucraina, ad entrare nel palazzo presidenziale in via Bankova a Kiev. Il successo, come hanno fatto capire gli exit poll che lo hanno dato subito oltre il 55%, è stato chiaro e inequivocabile.

Nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente è mai stato eletto al primo turno. Né negli anni novanta Leonid Kravchuk e Leonid Kuchma, né nello scorso decennio Victor Yushchenko e Victor Yanukovich. Gli ucraini, in questo difficile momento di transizione, con le regioni orientali sconquassate dai moti separatisti e l’economia dell’interno Paese allo sbando, hanno dato fiducia all’oligarca moderato, che in campagna elettorale ha promesso di rimettere in sesto la nazione, combattere la piaga della corruzione e ricucire gli strappi con la Russia.

Un trionfo al quale si è dovuta inchinare Yulia Tymoshenko, le cui possibilità di arrivare al ballottaggio erano minime, ma che non hai abbandonato la speranza di un miracolo. Gli elettori non le hanno però concesso molto credito: poco più del 12% secondo le proiezioni che l’hanno comunque collocata a grande distanza da Poroshenko. Una sconfitta annunciata e che con grande probabilità l’eroina della rivoluzione arancione cercherà di recuperare al più presto, tentando magari di entrare al governo facendo le scarpe proprio al collega di partito Arseni Yatseniuk, la cui posizione di premier nelle ultime settimane si è indebolita.

giochi di potere partiranno quindi a Kiev molto presto. Il voto ha comunque mostrato, alle spalle dei due maggiori contendenti che rappresentano in sostanza il nuovo-vecchio establishment al potere oggi nell’ex repubblica sovietica, un panorama diversificato. Poco successo hanno avuto i candidati legati alle regioni meridionali e orientali, forse anche condizionati dalla minore partecipazione negli oblast in questione. Poco più del 2% ha raccolto Mikhail Dobkin, ex governatore di Kharkiv ed erede di Yanukovich nel Partito delle regioni. La formazione dell’ex presidente è ormai sfilacciata e senza l’appoggio del suo principale sponsor di un tempo, il padre padrone del Donbass Rinat Akhmetov, sembra avviata all’inesorabile dissoluzione. Anche Sergei Tigipko, ex governatore della Banca centrale e alfiere degli elettori moderati del sudest, ha deluso le aspettative, sorpassando di poco il 4%.

Allo stesso modo, sull’altro versante, politico e geografico, sono naufragati gli uomini della destra radicale forti a occidente, da Oleg Tiahnybok, leader dei nazionalisti di Svoboda che è al governo con Yatseniuk, a Dimitri Yarosh, capo del gruppo paramilitare Pravi Sektor a cui l’aver smesso la mimetica e indossato il doppiopetto non ha portato molta fortuna. Poche briciole, tra l’1 e il 1,5%, hanno coagulato le ali estreme, segnale chiaro che gli ucraini non credono ai nuovi Führer. Meglio di loro, sul 2%, hanno fatto la cantante e coordinatrice dei medici a Maidan Olga Bogomolets e Vadim Rabinovic, magnate con passaporto israeliano dal passato poco pulito che si era buttato in corsa per fare dell’Ucraina la Svizzera dell’est.

La protesta antirussa si è incanalata invece su altri candidati, da Anatoly Grizenko (6%), ex ministro della Difesa che aveva chiamato alle armi i cittadini poco prima del bagno di sangue di febbraio a Maidan, e soprattutto Oleg Liashko (8%). Il numero uno del Partito radicale, popolare soprattutto nelle regioni occidentali, si è piazzato al terzo posto dietro Poroshenko e Tymoshenko, grazie ad una campagna aggressiva con lo slogan di “morte agli occupanti”, al quale sono seguiti i fatti.

Alla faccia degli accordi di Ginevra del 17 aprile che chiedevano il disarmo dei gruppi armati su entrambi i fronti, Liashko ha dato il nome a un proprio battaglione di mercenari che la scorsa settimana ha rivendicato tra l’altro l’esecuzione di un comandante filorusso.

Archiviato il voto, in attesa dei risultati definitivi che arriveranno con la consueta calma ucraina, senza contare le difficoltà registrate nelle regioni orientali, i problemi per Petro Poroshenko cominciano adesso. Ha annunciato che i primi passi da presidente li farà nel Donbass separatista, per cercare di mettere fine a una crisi che dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia rischia ulteriormente di precipitare.

Isuoi buoni canali con il Cremlino e il fatto che Vladimir Putin aveva già anticipato che avrebbe riconosciuto il voto costituiscono la base perché gli sforzi di riconciliazione abbiano successo. Ma la strada è in salita, proprio perché non si tratta di fare i conti solo con gli autonomisti teleguidati da Mosca, ma con un arcipelago di gruppi che rappresentano diversi interessi.

Poroshenko è un pragmatico e non può permettersi il rischio di fallire, visto che sul piatto c’è l’unità del Paese.

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