Le regole su misura di Fassino e della Juventus

Le regole su misura di Fassino e della Juventus

C’è qualcosa che lega la cultura delle regole, quella della trattativa, la mitologia demenziale e autoriferita del tifoso che si fa giustizia da sé ed esalta il condannato Speziale come se fosse un eroe greco, le interperanze scomposte (e negate) di un sindaco, o il conto delle stellette sulla maglia della Juventus.

C’è qualcosa che suona sempre più come moneta falsa in questo dibattito sulla violenza, in questo lavacro di dichiarazioni roboanti, di bisogno impellente di trovare un colpevole che possa pacificare l’opinione pubblica, e farle dimenticare lo spettro della trattativa “stadio-mafia”, il suo impatto visivo sull’opinione pubblica, il peso imbarazzante della “prova televisiva”. C’è qualcosa di ridicolo nel bisogno di individuare una responsabilità indiretta di Matteo Renzi, o persino del presidente del Senato Grasso, come se avessero ignorato volutamente una maglia ingiuriosa che dalla tribuna dell’Olimpico non potevano in alcun modo vedere. Come se fosse stato veramente possibile o utile il rito delle autorità che fuggono dallo stadio.

C’è qualcosa che mi stupisce nel gioco di simboli e di eventi che in queste ore drammatiche — con un ragazzo in lotta per la vita — si stanno susseguendo e affastellando nel calderone casuale della cronaca. Io per esempio mi chiedo se davvero sia possibile difendere la cultura del diritto e delle regole, in questo Paese, se poi c ’è un sindaco, a Torino, che mostra il dito medio ai tifosi. Il problema di Piero Fassino — oggi ribattezzato con geniale perfidia Fassinocchio da Massimo Gramellini — non è tanto il dito medio, esposto ai tifosi del Torino, tutti possiamo perdere la testa, ma l’assurdo di negare tutto, nel tempo dei cellulari e dello streaming para-permanente. Fassino — per quel che mi riguarda — può incazzarsi perché è fatto di carne e di ossa, non può permettersi di mentire in un comunicato ufficiale e di essere sbugiardato dalla “moviola” subito dopo.

Ma ancora più grave, secondo me, è che nessuno abbia considerato grave la maglietta celebrativa con cui la Juventus ha festeggiato la vittoria del 30esimo scudetto. Lo ha fatto scrivendo «Non c’è due senza 3»: un gioco apparentemente innocente che rappresenta un altro capitolo nella contestazione delle decisioni della giustizia sportiva con la revoca dei due scudetti. Il numero 32 ricorre anche nello Juventus Stadium, e costituisce una rivendicazione su cui bisognerebbe riflettere: chi può credere alle regole se gli stessi campioni d’Italia se le fanno da soli? Chi può credere alla giustizia se alcuni poliziotti (solo alcuni, per fortuna), applaudono dei condannati per omicidio come degli eroi? Chi può credere al sindaco che nega l’innegabile? E perché se lo Stato (o le autorità che lo rappresentano) ha trattato con Genny ’a carogna, poi dovrebbe processarlo e condannarlo? È ovvio che sono gesti, comportamenti e fatti totalmente diversi tra di loro per peso specifico e gravità: però uguale è il problema, l’impatto simbolico che producono. Chi ha responsabilità istituzionali, e politiche, in questo paese ha doveri civili superiori a quelli di un capo curva.