Marco Buti, l’alter ego del commissario Rehn

Marco Buti, l’alter ego del commissario Rehn

Di lui dicono che è un maestro nel combinare accademia e politica economica molto concreta. Parliamo di uno dei funzionari più potenti nella Commissione Europea, il direttore generale per gli Affari economici e finanziari (in gergo Dg ECFIN), l’italiano Marco Buti. Toscano – di Molino del Piano, alle porte di Firenze -, classe 1957, è visto un po’ come l’alter ego del suo commissario, Olli Rehn, con cui condivide la linea generale del rigore di bilancio unito però alle riforme strutturali per rilanciare le economie. Pochi giorni fa ha colpito – ora che Rehn è in congedo temporaneo per la campagna elettorale delle Europee, ed è sostituito ad interim dal vicepresidente della Commissione Siim Kallas – che sia stato Buti a firmare la breve lettera di risposta («valuteremo») al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sul rinvio al 2016 del pareggio di bilancio in termini strutturali. Qualche maligno sostiene che in questa fase di “interim”, con Rehn in congedo, il vero commissario “ombra” è proprio lui.

Buti, padre di tre figli con una moglie fiamminga, appassionato di mountain bike e tennis, si laurea nel 1982 in Economia e Commercio all’Università di Firenze, nel 1986 ottiene un master all’Università di Oxford. Subito dopo, fino alla fine del 1987, lavora come economista all’Ente Studi della Fiat a Torino, quindi, lo stesso anno, approda alla Commissione europea. La sua formazione lo porta subito a quella che sarà la direzione generale che oggi dirige, la ECFIN. Viene subito notato per quella che European Voice definisce «l’inconsueta capacità di mettere in relazione le più recenti tendenze accademiche con i problemi politici attuali e le future sfide». L’accademia, peraltro, gli piace, è stato professore ospite presso l’Università libera di Bruxelles, l’Ateneo di Firenze, l’Istituto universitario europeo, e continua a pubblicare scritti di teoria economica. Nel 2008, inoltre, ha guidato la redazione del rapporto «EMU@10» sui primi dieci anni dal lancio dell’Unione monetaria (1998), considerato uno dei migliori studi economici sull’Eurozona.

Una capacità, insomma, di farsi da «ponte» tra gli studi accademici e la politica concreta. Capacità combinata però all’arte di non schierarsi per una parte politica specifica, insomma di non farsi «etichettare», arte che non lo ha certo ostacolato nella sua brillante carriera. Così Buti passa per i gabinetti di due commissari italiani: tra il 1991 e il 1992 con Filippo Maria Pandolfi (commissario alla Scienza e alla Ricerca), poi tra il 1993 e il 1995 con Raniero Vanni d’Archirafi (Mercato Interno), entrambi di area ex Dc. Sarà poi tra il 2002 e il 2003 membro del gruppo di consulenti economici del presidente della Commissione Europea Romano Prodi, per arrivare poi nel 2008 alla sua attuale carica anche con il sostegno di esponenti del Pdl come Giulio Tremonti e Antonio Tajani, oltre che del presidente della Commissione José Manuel Barroso, di centro-destra.

Di Buti si dice che alla sua Dg ha saputo individuare chiare priorità, evitando duplicazioni con altri organismi e istituzioni economiche (dal Fmi all’Ocse), soprattutto nel tempestoso periodo in cui si è trovato ai vertici, con la crisi economica e finanziaria e dell’Eurozona. Soprattutto,ha cercato di conciliare la gestione della crisi con il rispetto del Patto di stabilità, e a far sì che i programmi per i Paesi in difficoltà (Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro) utilizzassero nel modo più efficiente le risorse messe a disposizione. Buti, al pari di Rehn, non è favorevole ad allentamenti del Patto di stabilità e al ritorno alla spesa pubblica per far ripartire l’economia, ed è un fautore del Fiscal Compact. «L’impegno a mantenere i conti pubblici in ordine non può venir meno negli anni successivi al 2013» ha detto, riferendosi all’Italia, in un’audizione alla Camera del marzo 2012. Eppure c’è chi lo definisce «neokeynesiano», per l’importanza che dà all’azione pubblica non più tanto in termini di investimenti (come il Keynes classico), quanto per le riforme strutturali indispensabili per l’economia, con una particolare attenzione agli effetti delle politiche di un singolo paese sugli altri. Del resto, a proposito di keynesismo, Buti è tra quanti considerano il consolidamento di bilancio indispensabile, ma che debba anche essere «differenziato e favorevole alla crescita»: «occorre dare priorità – ha detto nel corso dell’audizione alla Camera – alla spesa che costituisce un investimento per la crescita futura. Inoltre, la struttura della tassazione deve essere chiamata a sostenere sia la crescita sia l’aggiustamento». Buti, va detto, è tra quanti hanno favorito il passaggio dell’attenzione della Commissione – ai fini del Patto di stabilità – dal deficit nominale a quello strutturale, depurato di fattori ciclici e una tantum (e con più ampi spazi di interpretazione). Di recente come ricetta per far ripartire l’Eurozona, Buti ha parlato di una «trinità»: e cioè primo, «profonde riforme di bilancio e strutturali all’interno dei singoli Paesi», secondo «una rotazione della domanda tra i vari Paesi europei per contribuire ad aggiustamenti più simmetrici» (l’allusione è per esempio alla Germania, che esporta moltissimo ma consuma troppo poco, a danno dei vicini); terzo, «un’unione bancaria al livello dell’Eurozona nel suo complesso».

Buti ha inoltre rivelato anche una particolare attenzione – fatto piuttosto nuovo in seno alla Commissione – per i mercati finanziari, che hanno giocato un ruolo cruciale (nel bene e nel male) nella crisi di questi anni. Secondo il direttore generale, politiche assennate dei governi, soprattutto in termini di riforme strutturali, possono ottenere subito una reazione positiva dei mercati. Se è vero, è in sostanza il ragionamento, che le riforme strutturali, come dice Padoan, hanno effetti positivi a medio-lungo termine, i mercati possono in parte «anticipare» i benefici, anzitutto con tassi più bassi.Cruciale però è la fiducia, e qui non è mancato un riferimento a Matteo Renzi. «Il ruolo del nuovo governo italiano – ha detto a marzo in una conferenza dell’Istituto per gli Affari internazionali – è chiave per rafforzare la fiducia nell’Europa»

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