«Nel 2008 l’azienda per cui lavoravo è fallita. Due settimane più tardi mi sono rimboccato le maniche e ho iniziato a fare il “mercataro”». Franco Casiraghi, 58 anni, lombardo, racconta con orgoglio e soddisfazione la sua seconda vita. Da disoccupato, sei anni fa, in pochi giorni raccoglie dalle cantine dei parenti tutto ciò che il tempo e l’apparente inutilità avevano accumulato. Da quegli oggetti, distribuiti su un telo di plastica nel mezzo del mercato di Bonola, periferia Sud-Ovest di Milano, Franco ricava 600 euro e la promessa di una nuova vita.
Non è il solo. Secondo uno studio del Centro di ricerca economica e sociale dell’associazione Occhio del Riciclone, sono 80mila le persone che animano i 3.200 mercati di seconda mano sparsi sul territorio italiano. Il riutilizzo di beni è anche al centro del progetto Prisca, un partenariato italiano cofinanziato dalla Commissione europea attraverso il Programma Life+ di Politica e governance ambientali, al quale l’Unione europea ha dedicato 1.647.165 euro, da settembre 2012 a giugno 2015. Quella del riuso è un’economia che in Italia è tutt’altro che laterale, i cui numeri sono in crescita, soprattutto nel Centro e Nord. La sola Lombardia, nel 2013, contava 480 mercati delle pulci, il record italiano. Un business per molti, italiani e non. E, sempre più spesso, un’alternativa alla scarsità di lavoro o a salari troppo bassi.
Ė il caso di Sabili, cinquantenne marocchino, con una paga da operaio di fonderia. Arrivato da Casablanca nel 1990, quattro anni fa, per arrotondare, ha investito i pochi soldi a disposizione nel business dell’usato. Si è concentrato fin da subito sugli utensili edili, che recupera su internet e da conoscenti. Nel tempo libero ripara e assembla ciò che può. Poi vende in rete e nei mercati in giro per l’Italia. Lavora tutti i week end assieme alla moglie, «meglio che rimanere in casa», e incassa ogni volta almeno due o trecento euro. Mentre racconta della sua attività, contratta sul prezzo di una bicicletta adocchiata da tre ragazzi sudamericani. Alla fine spunterà quaranta euro, un’altra quota per la scuola calcio del figlio.
Pile di vecchie bobine cinematografiche, elettronica introvabile, specchi dorati, gabbie per uccelli, orologi, statue spezzate e martelli pneumatici. Nei mercati dell’usato si compra e si vende senza orizzonti, chi conosce fa ottimi affari, chi vuole risparmiare è accontentato, chi cerca nuovi sbocchi commerciali è benvenuto. Oreste Sciola è il proprietario e fondatore della Hbs helmets, azienda che da 30 anni produce caschi da moto e da diciotto attraversa le fiere e i mercati di tutta Europa. «La mia è una passione», racconta Oreste. «Fino a qualche anno fa lavoravo con grandi aziende, come la NewMax, l’impresa che ha fatto il casco della Piaggio, della 500, le prime linee della Momo design, dei caschi Ferrari. Avevo una mia linea di caschetti e ne producevo 6mila l’anno». Poi la crisi e i prodotti cinesi hanno cambiato il mercato, la concorrenza è diventata inaffrontabile ed è iniziato a essere difficile mettere assieme il fisco con la cena. Così dopo la chiusura della NewMax, i mercati della domenica e quello di internet sono rimasti i suoi unici sbocchi. Oreste oggi produce 500 caschi l’anno, fa decorazioni e repliche, nonostante rivendichi con soddisfazione di essere ancora imprenditore di sé stesso: «La crisi si sente, però almeno si è indipendenti, si paga per avere la piazzola e si lavora», conclude.
Nei mercati si incontra questa Italia e quella alla ricerca di un risparmio, della maglietta griffata sottocosto e delle scarpe usate. Maurizio, riparatore di impianti di condizionamento, ogni domenica mattina scruta tra i banchi l’occasione. Li conosce da anni e ogni tanto, come molti altri, lascia a un “mercataro” di fiducia la bici o il cellulare di un amico, un contovendita che alla fine della giornata può accontentare tutti. Secondo la sua esperienza, essere conosciuti è fondamentale per farsi un nome e far sapere che la domenica successiva ci si rincontra. «Io so dove trovarli», spiega Maurizio, «per cui non possono darmi una fregatura. Questa è l’importanza di tenere un mercato nello stesso punto, sai che la settimana dopo ti ritrovi». È così che ha imparato anche a evitare quei banchi in cui si offrono oggetti nuovi, una condizione che per Maurizio «non è un bel segno. Io non comprerei mai un cellulare cellofanato in un mercato di seconda mano, da dove vuoi che arrivi?».
Sempre più numerosi gli oggetti provenienti da aste giudiziarie, fallimenti aziendali e svendite, così come da cantine e solai. La questione è spinosa, i controlli non sempre possono essere approfonditi. Le forze dell’ordine verificano la merce e la presenza di abusivi, accertano che tutti abbiano le autorizzazioni per la vendita. Eppure nei mercati non manca chi vende e compra oggetti rubati, un reato quest’ultimo per cui si può essere accusati di ricettazione o, nel migliore dei casi, di incauto acquisto. Un pericolo che può essere evitato, come nel caso di cellulari e smartphone, per i quali il punto di riferimento si chiama Imei, acronimo di International mobile equipment identity. Un codice composto da 15 cifre che permette di individuare un dispositivo e scoprire se ne è stato denunciato il furto. Per i prodotti Apple esiste anche una pagina dedicata, dove attraverso i codici del telefono si può sapere se è stato bloccato, smarrito o rubato. Per altri tipi di acquisti, si può controllare che non siano segnalati come oggetti sottratti nelle banche dati della Polizia di Stato e dei Carabinieri, tutte online.
Per comprare in sicurezza, rimane fondamentale il rapporto di fiducia che si crea tra “mercatari” e clienti. Un fattore che a volte può diventare anche un volano per processi di integrazione sociale. Accade nel quartiere di Bovisa, zona Nord di Milano, dove l’associazione Gaia da quattro anni gestisce con successo il mercato locale dell’usato. I venditori sono 108, di cui sessanta disoccupati e docici esodati, fra cui molti stranieri. È l’unico ad avere una speciale concessione del Comune di Milano, rilasciata dopo anni di valutazioni e controlli. «Questo mercatino è un’associazione che opera nel sociale, puntando su aggregazione e valutazione del territorio», spiega Alessandro Rizeq, tra i responsabili del progetto. «Ci siamo resi conto», racconta, «che nel quartiere c’era diffidenza verso chi non era italiano. Il rapporto di fiducia che nel mercato si crea fra chi compra e chi vende sta contribuendo a superarla».