Milano-Londra: bilancio di una fusione in Borsa

Milano-Londra: bilancio di una fusione in Borsa

Si è appena celebrato il quarantesimo anniversario di Consob. Come ogni anno la cerimonia si è tenuta a Piazza Affari. Nonostante le nozze di smeraldo l’evento è stato sotto tono. Mancava la politica e i rappresentanti dei salotti buoni hanno subito una dieta drastica. Di fatto si è parlato di etica grazie all’intervento del Cardinal Angelo Scola. Niente sostanza finanziaria, né strategia. Sul tema si era già espresso Giuseppe Vegas al suo primo insediamento nel 2011. In Italia resta irrisolto il problema di incentivare lo sviluppo del mercato azionario per le medie imprese, problema che rappresenta uno dei più importanti elementi di ritardo del nostro sistema finanziario», ha sostenuto Vegas. Che in una successiva audizione in Commissione Finanze alla Camera ha sottolineato come oltre a questo resti «un problema più generale di sviluppo delle strutture di trading e post-trading del nostro Paese». 

Per lo sceriffo della Borsa «la fusione fra Borsa Italiana e Lse non ha portato ad una riduzione dei costi di quotazione e, comunque, non è detto che minori costi di listing siano sufficienti ad attrarre le aziende verso il mercato azionario». Più o meno in contemporanea Giampio Bracchi, l’allora presidente dell’Associazione italiana del private equity e venture capital (Aifi), ha apertamente criticato la fusione fra Milano e Londra. «Piazza Affari è una Borsa che non riceve, l’integrazione con il London Stock Exchange non ha portato visibili benefici», specificando che se gli scambi sono aumentati dopo l’integrazione, il numero delle imprese quotate è rimasto molto basso

Sulla difesa dell’italianità di Borsa ha fatto in passato (in concomitanza con il passaggio di consegne tra Massimo Capuano e Raffaele Jerusalmi) una battaglia anche il quotidiano di via Solferino. Per bocca dell’economista Stefano Micossi (dg di Assonime) il Corriere ha più volte sparato sull’operazione di fusione lasciando intendere che ha comportato una svendita del sistema Italia. Le accuse, passate attraverso le colonne del quotidiano, non hanno però mai sviscerato con precisione quali fossero gli ostacoli dell’Lse verso le aziende tricolore. Appare però un po’ riduttivo puntare il dito solo sull’operazione di fusione senza andare a scandagliare le zavorre tipiche dell’Italia. Come ha sottinteso Vegas nel suo intervento del 2011 a pesare è l’aspetto fiscale tricolore (ancor più devastato dall’approvazione della Tobin tax), la scarsa cultura finanziaria e la storica dipendenza delle Pmi dal credito bancario. E a confermare il peso delle zavorre esterne ci sono i numeri dei bilanci di Borsa spa che mostrano nei fatti un percorso parallelo tra alto efficientamento e scarsa attrattiva.

Tra le fusioni globali tra Borse quella tra Borsa Italiana e London Stock Exchange è in realtà uno dei casi più interessanti. Nel 2007 ha dato vita a un colosso finanziario del calibro di London Stock Exchange Group, il principale gruppo borsistico europeo. I punti di forza di Borsa Italiana nel mercato azionario italiano, nei derivati, nei titoli a reddito fisso e nei servizi di post trading sono stati coniugati con quelli della London Stock Exchange. Con il risultato di avere una realtà più dinamica e dotata di una massa critica idonea ai nuovi scenari macroeconomici. Il che ha consentito un primo effetto difensivo. Da un lato, Londra è riuscita a controllare il rischio di acquisizioni ostili, aumentando le proprie dimensioni e riaffermando un ruolo centrale nel mercato europeo, Borsa Italiana ha difeso il proprio mercato di dimensioni contenute da operazioni di acquisto che l’avrebbero privato del suo dna. E questo è un aspetto da non sottovalutare. Il gruppo London Stock Exchange-Borsa Italiana dopo la fusione si è posizionato a livello globale al terzo posto per capitalizzazione con 5137 miliardi di dollari, al quarto posto per imprese quotate e all’ottavo posto con un volume di scambi.

Se si prendono i bilanci dell’ultimo decennio si vede che la nostra Piazza affari ha macinato utili, valore aggiunto e produttività.

bilancio esercizio Ricavi Risultato operativo Proventi finanziari
2003 122.673 41.787 12.864
2004 116.101 44.241 18.624
2005 132.512 60.699 21.401
2006 144.812 69.025 27.893
2007 164.010 55.045 34.472
2009 150.300 128.058 71.119
2010 159.191 102.083 55.375
2011 152.993 119.171 54.663
2012 160.384 79.442 152.680
2013 148.301 226.364 162.377
bilancio esercizio Fatturato per dipendente Val. aggiunto su fatturato Costi
2003 776 46,20% 94.849
2004 710 46,60% 92.161
2005 765 55,30% 94.054
2006 800 58,10% 105.087
2007 824 51,40% 144.268
2009 799 66,60% 98.838
2010 820 64,90% 115.340
2011 732 70,00% 91.337
2012 756 73,40% 90.434
2013 692 72,40% 87.669
bilancio esercizio Utili
2003 23.449
2004 31.849
2005 43.138
2006 49.247
2007 37.133
2009 78.009
2010 81.848
2011 94.507
2012 124.607
2013 204.143

Si nota che fra il 2003 il 2013 si è verificato un aumento esponenziale del risultato netto passato da 23 milioni a circa 200. Dal dicembre 2007 al 31 marzo 2009, il periodo post fusione, è passato da 37milioni a 78 con un aumento del numero delle società entrate a far parte del gruppo. Anche i costi operativi totali per Borsa Italiana sono cresciuti dal 2005 al 2007. Nel periodo compreso fra 2009 e 2011, è nel 2010 che il dato ha visto il maggior rialzo con un peso sui ricavi totali di circa il 71%, in aumento rispetto al 2009 per l’incorporazione delle attività di BIt Systems e Pags. I costi operativi dopo un iniziale aumento dovuto agli adeguamenti di policy e di sistemi sono tornati a scendere e nel 2013 sono tornati al di sotto dei valori del 2003.

La fusione ha dunque fatto bene al bilancio della spa in termini di risultati operativi, produttività per dipendente e rapporto valore aggiunto su fatturato. I proventi finanziari sono schizzati dai 12 milioni del 2003 ai 162 dello scorso anno. Purtroppo il volume dei ricavi non ha seguito gli stessi trend. È rimasto più o meno nello stesso perimetro dei 150 milioni senza particolari sbalzi.

Il London Stock Exchange invece, nonostante l’aumento esponenziale dei costi, ha evidenziato dei buoni ricavi totali poiché diverse acquisizioni hanno avuto successo e contribuito a migliorare l’efficienza operativa, portando un aumento delle performance finanziarie. E questo, in parte, è da riconoscere alla Borsa Italiana. Che di fatto ha dato più che ricevere almeno in termini di volumi e capitalizzazione. Tuttavia non è facile fare un’analisi comparata del primo e dopo fusione. Nel frattempo i mercati finanziari hanno subito stravolgimenti storici e una serie di batoste. Dopo il fallimento nel 2011 dell’accordo fra London Stock Exchange e Tmx group (listino azionario canadese di Toronto), che avrebbe creato un altro colosso finanziario internazionale, il panorama si è ulteriormente complicato. Nasdaq e Singapore Exchange hanno fatto sentire il fiato sul collo a Londra, non più così sicura di essersi messa al riparo da eventuali acquisizioni. Forse il prossimo anno ripartirà il risiko e assisteremo a un nuovo capitolo negli equilibri mondiali.

Nel frattempo, mentre la capitalizzazione dell’Lse è andata crescendo, quella di Borsa è andata scemando. Nel 2002 il rapporto fra capitalizzazioni e Pil era del 36,4 %, nel 2012 era ben al di sotto di quota 25 per cento. A Londra nel 2002 il rapporto fra capitalizzazioni e Pil era a quota 107,7%, mentre dieci anni dopo era intorno all’82%, nonostante i cinque anni precedenti siano stati terribili dal punto di vista finanziario. Servirà probabilmente altro tempo per sentenziare se la fusione sia stato un affare per la piazza finanziaria e per il sistema Italia. Sicuramente la Borsa ne ha giovato e, pur rimpicciolendosi, ha evitato di scomparire sotto il peso della globalizzazione. Oltre al fatto che ha migliorato servizi, produttività e capacità di stare sul mercato. Dando anche alle aziende italiane una piattaforma veramente internazionale. Insomma, una scelta di ampio respiro. Se poi le aziende tendono a scappare, è colpa della Borsa o dell’Italia?