Non fidiamoci del “lo dico dopo il voto”

Non fidiamoci del “lo dico dopo il voto”

C’è una censura quasi invisibile, in questa campagna elettorale, una rimozione discreta di cui si parla poco. Ci sono una raffica di partite aperte che si giocheranno solo dopo le elezioni, perché il risultato potrebbe costringere la politica ad esporsi e a perdere consensi, o anche semplicemente a scegliere. Fateci caso: il calo del prodotto interno lordo nel primo trimestre di questo anno è scomparso dai giornali e dai titoli dei tg. Ma se il calo fosse confermato anche nel prossimo trimestre (visto che il documento economico e finanziario prevedeva una crescita dello 0,8% nell’anno) sarà necessaria una manovra correttiva di almeno dieci miliardi.

Non si parla dell’Ilva, e nemmeno di Alitalia: ma la sopravvivenza della più grande acciaieria d’Europa è appesa ad un filo e – quando si chiuderà l’accordo di vendita della compagnia di bandiera con gli arabi – arriveranno nuovi costi, nuovi licenziamenti, nuova cassa integrazione: sacrifici, sofferenza, lavoratori in piazza, scelte dolorose. Si parla molto – ma ci si capisce poco – del pasticciaccio della Tasi, che per i noti ritardi del 90% dei comuni nel determinare l’aliquota di tassazione la maggioranza degli italiani pagheranno a ottobre, o addirittura (così ha previsto il governo) a dicembre.

Ma la cosa più clamorosa è che mancano ancora i decreti attuativi per provvedimenti che sono stati già votati, come quello per i finanziamenti garantiti dal governo per le imprese che non ottengono credito (90 milioni) e che non si sa se saranno rinnovati gli incentivi auto che (come avevamo previsto) hanno bruciato in un mese tutto il capitale finanziato: la cosa surreale è che gli spot continuano ad annunciarli (“Fino a cinquemila euro!”) anche se nessuno può dire se quegli sconti effettivamente ci saranno (la cosa più probabile è che non siano rinnovati.

Restiamo sospesi, parliamo dei vaffa o delle lupare bianche, ma non chiudiamo mai i nostro conti. Siamo un Paese semi-commissariato, non (solo) per l’ingerenza della perfida Bruxelles o della cattivissima Merkel, ma perché ci riduciamo come quei concorrenti di “Scommettiamo?” a cui Mike Bongiorno concedeva il diritto di scavalcare le domande più difficili con la formula rituale del “Lo dico dopo”. Ma un Paese serio, un Paese che vuole stare in Europa, e nella modernità non può rinviare tutto, fare del rinvio un metodo, non può “dire dopo”, deve farlo adesso.

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