Penny Dreadful: bello da paura

Penny Dreadful: bello da paura

Bastano gli occhi gelidi e penetranti di Eva Green per rendere Penny Dreadful un successo? A quanto pare sì. La provocazione è d’obbligo: ovviamente non è solo lo sguardo ipnotico della bella attrice, già musa di Bertolucci in The Dreamers, a garantire la buona riuscita della nuova serie horror di Showtime, eppure si potrebbe dire che in un certo senso il suo fascino racchiude la quintessenza dello show.

Penny Dreadful è infatti la dimostrazione di quanto estetico e ineccepibile possa essere il genere e di quanto al tempo stesso sia in inesorabile declino. Ossimoro, penserete voi. E invece no. La produzione, che unisce forze britanniche e americane, è l’apoteosi del bello e dell’arte. Da un punto di vista visivo, nulla nello show è fuori posto: «art is dead. No wait, art is death» [l’arte è morta. No, aspetta, l’arte è morte], ha scritto TV.com in occasione della messa in onda della prima puntata e il concetto espresso è semplice. Immagini travolgenti, sapiente uso dei colori, fotografia splendida, ricostruzione perfetta di una gotica Londra Vittoriana. La puntata pilota della serie ha confermato come il bello possa esistere davvero solo laddove si trovi a viaggiare a braccetto con la violenza o la minaccia di morte: non è un caso che siano quasi tutte le serie più spaventose a toccare i punti più alti in termini di estetica. La ragione potrebbe essere di natura pratica: l’horror ha bisogno della grazia per non risultare disturbante, fastidioso, indigesto. E in Penny Dreadful il bello è ovunque: a partire da Eva Green, regina indiscussa, nei panni di una glaciale, impostata e misteriosa medium, intenta ad aiutare Sir Malcom Murray a dare la caccia a strane creature soprannaturali pronte a disturbare il sonno (e non solo) degli abitanti di Londra.

Penny Dreadful , da questo punto di vista, è poesia pura. Sono poetici i personaggi, il loro andare, il loro combattere. È ricco di pathos il tono della loro voce. È suggestivo lo scenario. Quello che forse in questo armonico universo stona è il contenuto. Non che non ci sia storia, chiariamo. La trama c’è ed è pure intrigante: la ricerca della figlia di un ricco esploratore, rapita da una creatura soprannaturale. Sono gli stilemi raccapriccianti a tuonare come già visti. Miliardi di volte. L’horror dovrebbe essere il genere più creativo in assoluto, dovrebbe portare sullo schermo le nostre infinite paure, risvegliare i nostri demoni e invece finisce troppo spesso per cadere nel citazionismo o nello scontato. E nel primo episodio non mancano elementi a ricordarcelo: i momenti di terrore sembrano palesi. Come se ci fosse un campanello d’allarme, un minuto prima della scena clou, pronto ad avvisarci: “attenzione, sta per succedere qualcosa”. Il qualcosa succede, puntualmente, ma ormai si è perso il fattore sorpresa.

A questo si aggiunge l’utilizzo di archetipi ricorrenti della narrativa horror. Non bastavano ragni, serpenti e crocifissi, lo show scomoda per l’occasione tutti i personaggi più spaventosi della letteratura britannica e irlandese, da Frankenstein a Dorian Grey, passando per Dracula. Una scelta che spinge a riflettere sul presente e sul futuro delle produzioni che fanno dell’orrore il proprio cardine: davvero è necessario avvalersi di un immaginario già noto? Non è possibile spaventare se non chiamando in causa le creature orripilanti del passato? Penny Dreadful sembra dimostrare quanto ancorato alle etichette e allo standard sia l’horror e quanto tuttavia questa carenza di estro poco influisca sul successo della serie. Del resto è bastato che la telecamera inquadrasse Eva Green per mandare in visibilio gli amanti del genere.

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