Portineria MilanoQuei ricatti della cricca Expo sui padiglioni stranieri

Quei ricatti della cricca Expo sui padiglioni stranieri

È la realizzazione dei padiglioni stranieri il piatto forte dell’inchiesta su Expo 2015. La presunta cricca del “professore” Gianstefano Frigerio, del “Compagno G” Primo Greganti e di Luigi “detto Gigi” Grillo lo sapeva bene. Per capirlo basta leggere le carte dell’inchiesta che li ha portati in carcere per associazione a delinquere e turbativa d’asta giovedì 8 maggio. L’obiettivo, secondo l’accusa, non sarebbe stato altro che quello di «forzare» e «velocizzare» la messa in atto delle opere per costringere i Paesi a utilizzare società vicine alla cupola bipartisan per poi incassare le tangenti. Ci sono tutte, dalla Cmc di Ravenna alla Cmb di Carpi, dalla Maltauro alla Mantovani, già coinvolte dopo l’arresto dell’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni. Del resto non c’erano solo gli appalti da assicurare all’amico Enrico Maltauro, il più importante per la cricca, anche diverse altre aziende «del sodalizio», tra cooperative rosse e bianche, avrebbero dovuto sedersi intorno al tavolo della grande torta dell’Expo. Nelle carte compaiono la Conexxa, la Safond Martini, la Gestione Logistica Interna o la Zucchetti Informatica.

Il giro d’affari della realizzazione dei padiglioni dei paesi stranieri si aggira secondo stime intorno a 1,3 miliardi di euro, un giro vorticoso di commesse che oltre a vedere il coinvolgimento di aziende costruttrici conta pure quelle di ristorazione, della logistica, di tutti i servizi accessori, come dei cantieri e della piastrina. Frigerio e Greganti trovano in Angelo Paris, direttore generale di Expo 2015, l’interlocutore perfetto per pilotare gli appalti, influenzare e soprattutto superare il commissario unico Giuseppe Sala, garantirsi protezioni a livello istituzionale e di sistema. Più di una manifestazione all’insegna della cooperazione e dell’amicizia tra paesi, quello che emerge è un giro di ricatti e minacce proprio agli stranieri costretti a operare sui propri padiglioni in base a quanto deciso dalla cricca. La prossima settimana i commissari dei vari stati interessati, dalla Spagna alla Germania fino a Giappone e Stati Uniti, saranno a Varese per fare il punto della situazione. A rischio ci sono i rapporti diplomatici portati avanti in questi anni. E non è detto, si vocifera, che qualcuno di questi possa alzarsi e salutare tutti. Come potrebbe fare persino il Vaticano di Papa Francesco.

Sta infatti tutto nel braccio di ferro tra i paesi e la società Expo 2015 il problema della realizzazione dei padiglioni. Sono ditte italiane o quelle estere a dover portare avanti e realizzare i lavori? Vogliono il cosiddetto «self built» o vogliono affidarsi alle nostre di aziende? E’ un problema, quest’ultimo, che non è stato ancora del tutto chiarito. Tra i timori dei 61 stati che hanno firmato il protocollo d’intesa, finiti in mezzo a inchieste, scontri politici, infiltrazioni mafiose e i ritardi sulla realizzazione dell’esposizione universale. Proprio di questo parlano nelle intercettazioni gli indagati, registrati dalla Guardia di Finanza e dalla Dia, dalla fine dell’anno scorso all’aprile di quest’anno. Tutto parte da una lettera, agli atti dell’indagine, concordata il 21 febbraio di quest anno tra Paris, Simona Trapletti, responsabile area patrimonio di Infrastrutture Lombarde (già indagata nel primo filone d’inchiesta su Rognoni ndr) e a quanto pare anche dal Bie (Bureau lnternationa des Expositions ) che organizza il grande evento, dove si stabilisce che entro la fine di luglio, tutte le attività «underground dei lotti dei Paesi devono essere concluse, quindi scavi e fondazioni… e con la relativa cantierizzazione». Non solo, si intima che l’invio del relativo progetto va completato entro il 30 aprile 2014. Paris ne parla con la Trapletti e precisa che, in alternativa, «se entro il 30 aprile non mi mandi il progetto, lo faccio io d’ufficio (…) se invece entro il 30 aprile mi mandi il progetto o accetti la mia offerta, ti faccio quello che vuoi». Paris in pratica, secondo gli inquirenti, prima di inviare all’amministratore delegato Sala e ai delegati dei paesi vuole «raffinare le offerte». 

Il 25 febbraio 2014 è Stefano Gatti, l’ambasciatore Expo e responsabile dei lotti, a contattare Paris lamentandosi del contenuto della lettera destinata ai rappresentanti dei Paesi partecipanti ad Expo 2015 «affinché si occupino della piastrinatura dei rispettivi Padiglioni secondo le ristrette tempistiche». La conversazione – scrivono gli inquirenti – evidenzia l’intenzione di Paris di scavalcare Giuseppe Sala, in merito alla realizzazione dei padiglioni. Gatti difatti precisa: «Mi arrivano in mano cose che sono totalmente diverse da quello che è stato deciso (. ..) già lo parola “imposta” è una follia assoluta (. ..) io continuo  a concordare delle cose con Peppe (Sala, ndr) e poi mi arrivano delle cose da te che sono completamente diverse, vengono inserite tutta una serie di cose in più che mai sono state discusse con il Bie, mai sono state discusse con Sala (. ..) Tu stai entrando in un circuito di una pericolosità pazzesca che finirà ad incidenti pazzeschi con i Paesi (…)». Paris non ne sembra turbato. E il 26 i due ne continuano a discutere. Paris sottolinea che «la situazione in cui il cantiere si trova è tale per cui dobbiamo dare un’accelerata su quella roba lì … (…) anche i Paesi dovranno prendersi alcune limitazioni barra forzature (.. )». Gatti dal canto suo precisa: «Non puoi dire i Paesi devono stringere (…) Io dico che i Paesi stanno venendo con una modalità, in un numero, una velocità mai vista in tutte le precedenti Esposizioni Universali (…) questa cosa degli scavi e fondazioni è una cosa mai vista prima! (…) Angelo, tu vuoi entrare nei cantieri dei Paesi (…)».

E chi può risolvere la situazione se non il Professore che ha conoscenze che passano dalla Guardia di Finanza fino ai Servizi Segreti o alla politica italiana. Persino al Prefetto di Milano. E’ lui che il 28 febbraio incontra Paris al Westin Palace in piazza della Repubblica. Frigerio dispensa consigli, spiega come fare, come spacchettare i lavori e affidarli alle aziende che «sono già dentro». Soprattutto raccomanda nuovamente una soluzione «di emergenza» destinata a ripartire le assegnazioni solo «tra i principali appaltatori già assegnatari dei lavori da svolgere», tra quali, quindi, gli imprenditori di riferimento del sodalizio. Dice Frigerio: «Prendete le più grosse, gli date dieci per una…semplifica! …». C’è un problema però. La Cina, che vuole fare di testa sua. ÈGatti a mostrare una serie di preoccupazioni in ordine all’eccessivo margine di autonomia lasciato ai cinesi: «Dobbiamo storcere il più possibile il braccio al cinese… perché se diamo il messaggio al cinese “tana libera tutti”(…) io non lo so come il cinese fa gli scavi e le fondazioni (…) … se a un certo punto passa il messaggio che il cinese fa come cazzo gli pare, gli altri dicono scusa ma perché a me hai rotto i coglioni…?». 

La questione del padiglione cinese è di particolare rilevanza perché rappresenta «uno degli affari di massimo interesse per il sodale Greganti» – si legge nelle carte – che a Shangai ci ha lavorato per trent’anni e ha portato pure un ufficio della Cmc di Ravenna. Greganti si adopera proprio per la Cmc come per la Cooperativa Viridia di Settimo Torinese. Con la prima intrattiene rapporti con Marco Travanini (Contracts Manager Cmc) e con Roberto Leonardi (direttore della divisione esterna dell’azienda). Il Compagno G ne parla proprio con Paris il 6 marzo del 2014: «… Se riesci ad aiutare … quella cooperativa al di là dell’allestimento». E Paris: «Do incarichi, spot, cosette libere». Il tesserato del Partito Democratico è molto attivo sui padiglioni della Russia, un affare da 30 milioni di euro, mentre su quello della Cina, 50 milioni di euro. Greganti riceve da Cmc 10mila euro a semestre e una percentuale del 1% a progetto tramite la sua società Seinco. La Viridia, invece, lo ripaga con «una nuova autovettura». La Cina, insomma, è vicina.