Renzquemada: Renzi e il cambiamento dell’Italia

Renzquemada: Renzi e il cambiamento dell’Italia

Pubblichiamo un estratto da The Boy (Marsilio, 2014), il libro di David Allegranti che racconta l’Italia di Renzi e il suo cambiamento. L’autore, assieme al direttore Marco Alfieri e Maurizio Belpietro, presenteranno il libro questa sera in via Melone, 2 a Milano, presso la redazione de Linkiesta.

Un giornalino, una data – dicembre 1991 – e un titolo provvisorio: Il Dante. Sono i primi esperimenti di comunicazione all’omonimo liceo classico di piazza della Vittoria, Firenze, dove Matteo Renzi, sedici anni, della IIa, è appena diventato rappresentante d’istituto. Non è arrivato primo nella competizione. Novantanove voti per la sua lista cattolica “Al buio è meglio accendere una luce che maledire l’oscurità”, che prende il nome da una citazione di J.F. Kennedy nel suo discorso d’accettazione della candidatura democratica per la presidenza degli Stati Uniti ( «We are not here to curse the darkness, but to light a candle that can guide us through the darkness to a safe and sure future. For the world is changing. The old era is ending. The old ways will not do» ). La lista viene stracciata da quella concorrente “apartitica” (prima con 269 voti) guidata da Leonardo Bieber, oggi consigliere del Pd a Palazzo Vecchio. Una delle poche sconfitte di Renzi, insieme a quella del 1999, quando si candidò per il Ppi al Consiglio provinciale nel collegio Pontassieve-Rignano senza riuscire a passare (non era colpa sua, a dire la verità: impossibile essere eletto in una zona dove i Popolari raccoglievano percentuali bassissime).

I compagni di scuola ricordano un giovane Renzi parecchio intransigente: li rintronava di discorsi sulla Dc e sul sesso prematrimoniale, cui era ovviamente contrarissimo. «Era un vero bigotto», raccontano. E per farvi capire che opinione avessero di lui, sul primo numero de Il Divino Mensile (Il Dante nel frattempo ha cambiato nome), si vede un Renzi vestito da cardinale nell’atto di dare fuoco a una signorina in abiti discinti. Sotto, la scritta «Renzquemada». In un altro numero del giornalino – marzo-aprile-maggio-giugno 1993 – c’è una cronaca in forma di vocabolario, con tanto di foto, di una gita a Budapest. Alla “r” c’è Renzi, ritratto mentre dorme, poco prima di essere svegliato da una secchiata d’acqua. «Signore e signori, ecco la vera chicca del servizio. Nella foto 1 vediamo Matteo Renzi preso mentre se la ronfa in camera. Nella foto 2 il suddetto, pacioccone pacioccone, dopo che Guido Paolo John gli ha versato sulla testa una boccia d’acqua fredda. Ah, per i più curiosi: no, neanche questa volta siamo riusciti a farlo bestemmiare!».

Con i professori aveva un rapporto dialettico – conflittuale, diciamo – e, come ha raccontato in Fuori!, all’università si è giocato il 110 alla laurea (risultato finale 109) proprio perché la discussione della tesi si trasformò in un vivace alterco con un professore della commissione. Ma già al liceo vestiva i panni del grillo parlante. Quando il consiglio d’istituto non dette a lui e agli altri rappresentanti la benedizione e un po’ di quattrini per stamparsi il giornalino – perché nel numero zero che avevano prodotto c’erano un paio di articoli giudicati di cattivo gusto dai professori –, decisero di autoprodurselo e venderlo a 1000 lire a copia. «Al di là della validità dei due articoli incriminati ci sembra che in fondo siano stati censurati l’ironia e lo scherzo», scriveva la redazione nel suo editoriale d’apertura. La goliardia era sparsa per le pagine ciclostilate, con l’annunciata Cbf di fine anno, la «classifica belle fiche», primo premio a chi colleziona più forche e giustificazioni.

Calcio, articoli e note politiche. Primi germogli di manie di grandezza, al Dante, dove Renzi si inventa pure un torneo di calcetto aperto a soli “dantini”, lo chiama Freedom-Libertà, utile a finanziare il giornalino (già aveva capito come funziona la politica; da lì alle cene a 1000 euro a testa il passo è stato breve). Oltre a organizzarli, i tornei, li racconta pure: «Da segnalare – scrive il giovanissimo Renzi – la classifica dei cannonieri che vede in testa Carlo Petrocchi, il bomber della IIa che oltre a esser gobbo è anche un insulto al calcio». E con i professori? Discuteva, appunto. Soprattutto con quello di storia e filosofia, l’ex missino Giuseppe Cancemi. «Quando chiesi di conoscere meglio il pensiero, per me vertiginoso e affascinante, di Pascal, mi fu sostanzialmente stroncato», spiegherà anni dopo Renzi in una sua relazione da segretario della Margherita. «Eppure, quel professore, distante da me come non mai, mi ha insegnato a studiare meglio, ad approfondire, a passare le serate in biblioteca per poter il giorno dopo mostrargli tutti i documenti trovati sul delitto Matteotti, ha stimolato il dibattito, partendo, peraltro, da posizioni a mio giudizio indifendibili. Oggi sono grato come non mai a lui per quanto sono riuscito a crescere nel confronto dialettico».

Chi pensa che il Renzi-Rottamatore sia un’invenzione del XXI secolo sbaglia. Già negli anni novanta l’adolescente scout si era messo in testa di mandare in pensione un po’ di gente.

Aprile 1992. Si è appena votato. La Dc per la prima volta alle elezioni nazionali non ha superato il 30 per cento (29,66 alla Camera) e ha perso il 5 per cento. Alla guida c’è Forlani, «che anche nella formazione delle liste – scrive il diciassettenne Renzi sul «Divino» – ha commesso i suoi errori e dovrà passare la mano, come è giusto che sia per un segretario che perde il 5 per cento. La Dc, e queste sono parole di chi crede in questo partito, deve veramente cambiare, in modo netto e deciso mandando a casa i Forlani, i Gava, i Prandini e chi si oppone al rinnovamento. Non so chi sarà il nuovo segretario ma mi auguro che abbia le carte in regola per guidare con onestà e intelligenza una fase di mutamenti storici per il nostro Paese». «Rinnovamento»: una delle parole più usate nella politica italiana perennemente proiettata verso il futuro, senza che a nessuno venga mai di preoccuparsi del presente. Ma Renzi ne aveva anche per i partiti di sinistra. A quei tempi c’erano il Pds, guidato da Achille Occhetto (16,11%) e il psi di Bettino Craxi (13,62%). «Lo stesso discorso – scrive sempre Renzi – si può fare per socialisti e pidiessini, con Craxi che aveva affermato solennemente: “Se scendiamo sotto il 14 per cento, me ne vado”, per poi puntualmente rimangiarsi il tutto e con Occhetto che riesce ad andare sotto (abbondantemente) la soglia del 18, ma che non accenna neppure alle dimissioni». Il giovane Renzi conclude la sua analisi con un argomento che riprenderà poi nel 2013 di fronte al governo delle larghe intese. «Si parla di svariate formule con maggioranze addirittura eptapartitiche, ma credo che le formule siano da accantonare per una volta: con un governo “istituzionale” troviamo il maggior numero di consensi scavalcando i partiti e giungiamo veramente a queste sospirate riforme per poi tornare a votare con il nuovo sistema elettorale (la legge elettorale Mattarella, adottata per la prima volta alle elezioni politiche del 1994, nda)».

Sul secondo numero del Divino, gennaio 1992, Renzi si esibisce in un attacco ai suoi compagni di scuola per come hanno manifestato in occasione della prima guerra del Golfo e della guerra in Jugoslavia. «Premesso che non voglio dare giudizi né sui benefici che può provocare uno sciopero studentesco né sull’attuale, drammatica situazione jugoslava, desidererei dire anch’io la mia sul comportamento tenuto dagli studenti, o quantomeno da una parte di essi, in occasione di questa incredibile guerra fratricida. Circa un anno fa, infatti, la scuola era tappezzata di volantini e manifesti, firmati, se non erro da Prospettiva Socialista, che invitavano gli studenti a scioperi, manifestazioni contro le “truppe imperialiste (credo che si legga Stati Uniti) che imperversano nel Golfo Persico”. Nessuno, allora, pensò che Lituania, Estonia, Lettonia, contemporaneamente, vivevano momenti drammatici a causa dell’invasione dell’Armata Rossa, ma tutti gli scioperanti si occupavano soltanto della crisi irachena. Adesso la situazione è molto strana: in Croazia si lotta, si sgozzano i bambini e nessuno al Dante sembra essersene accorto. Non capisco proprio perché i bravi studenti che quasi tutte le mattine del gennaio ’91 si alzavano prima per mettere all’ingresso dell’istituto dei cartelloni inneggianti allo sciopero antiamericano, anche quest’anno non anticipino la sveglia di una ventina di minuti per permettere l’affissione anche di un solo cartello recante la scritta “Oggi sciopero per la Croazia”. Personalmente ritengo che non cambierebbe niente in Jugoslavia, ma entrerei a scuola felice per aver visto all’opera delle Persone (sì, con la «p» maiuscola) coerenti. Invece il cartellone non è comparso e non mi rimane che un’unica, amara, riflessione: vuoi vedere che se invece dei Serbi, in Croazia avessero lottato le truppe imperialiste il Dante avrebbe assistito a tanti scioperi?».

La passione giornalistica per qualche tempo proseguì anche dopo il liceo, con l’esordio su Mat- tina, l’inserto regionale dell’Unità negli anni novanta, diretto da Gabriele Capelli.

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