Twitter e la dura sfida con la censura

Twitter e la dura sfida con la censura

A bloccare Twitter ci aveva già provato il premier turco Recep Tayyip Erdogan quando lo scorso marzo aveva ordinato all’Autorità delle Telecomunicazioni turca Btk, la chiusura del sito di microblogging. Al grido di «sradicheremo Twitter. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale» alla Turchia fu tolta, in una notte, la possibilità di cinguettare. Qualche giorno dopo però la Corte Costituzionale turca con una sentenza stabilì la fine della censura, in nome della libertà di espressione.

Questa volta invece i problemi di censura per Twitter arrivano dal Pakistan. Nell’ultimo mese infatti il capo dell’Autorità Pakistana per le Telecomunicazioni, Abdul Batin, ha richiesto almeno cinque volte a Twitter l’eliminazione di contenuti considerati blasfemi, dalla versione pakistana del sito. I contenuti contestati riguardano in particolar modo quelli dei blogger anti-Islam, oppositori del governo, ma anche un disegno offensivo su Maometto e delle fotografie di Corani bruciati. Il sito di microblogging ha acconsentito, per la prima volta in Pakistan, alla rimozione dei tweet in questione, affermando che non si tratta di un cambiamento di visione generale riguardo alla questione della libertà di parola, ma che la volontà è quella di raggiungere poco per volta una serie di accordi con i singoli Paesi. In maniera tale da poter operare sui singoli post senza ricorrere alla drastica soluzione di chiudere il sito.

Una mossa che però non è piaciuta granché alla Electronic Frontier Foundation (l’organizzazione internazionale non profit di avvocati che si occupa della tutela dei diritti digitali e della libertà di parola), che ha ripreso duramente Twitter sostenendo che «la società ha fatto un passo indietro nei confronti della libertà di espressione». C’è poi anche il caso della Russia dove sono stati bloccati i tweet di alcuni account ucraini tra cui quello del gruppo politico Pravy Sektor, una decisione aspramente criticata principalmente per due ragioni. Per prima cosa Twitter non possiede dipendenti o beni in Russia, quindi di conseguenza non sarebbe tenuto a rispettare le decisioni prese dai tribunali locali. In secondo luogo molto più semplicemente perché la censura è stata eseguita su un account ucraino da parte di autorità russe. Eva Galperin, analista di politca globale per la Eff, ha lanciato un monito «se Twitter non riesce a mantenere vivo il confronto politico, in un Paese dove i media indipendenti sono sempre di più sotto attacco, allora mi chiedo quale sia la sua funzione reale».

Già qualche settimana fa in Russia si vociferava di malumori da parte di Putin nei confronti dei cinguettii, tanto è vero che Roskomnadzor, l’ente statale russo per il monitoraggio delle telecomunicazioni, ha minacciato il blocco del servizio, in seguito alle richieste ignorate da parte Twitter della cancellazione di alcuni contenuti. A rincarare la dose ci si sono messi anche i politici: Ruslan Gattarov ad esempio ha accusato Twitter di violare le leggi sui dati personali. Maxim Ksenzov invece, numero due di Roskomnadzor, ha definito Twitter uno strumento politico e che secondo lui le «conseguenze del blocco dei social netrwork» sarebbero minori rispetto al «danno subito dalla società russa».

Come non ricordare poi il caso di Pavel Durov, il giovane startupper russo fondatore del social network VKontakte, una sorta di Facebook in salsa sovietica, costretto a lasciare la guida della società su presunte pressioni dei servizi segreti russi. In concomitanza dei disordini tra Russia e Ucraina la Federal Security Service (i servizi segreti russi) avrebbero fatto pressioni su Durov per ottenere i dati personali degli organizzatori delle proteste di Kiev. La resistenza di Durov però è costata al giovane Durov la cessione delle azioni del social network di sua proprietà.

E tornando al Pakistan peraltro, un altro episodio di censura significativo ha segnato la cronaca di queste ultime ore. Un numero dell’edizione cartacea dell’International New York Times versione pakistana, infatti è stato stampato con un grande spazio bianco vuoto all’interno di una pagina che avrebbe dovuto ospitare un articolo (per la precisione quello che viene definito un op-ed) dal titolo “La tirannia della blasfemia in Pakistan”.

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