Breve guida all’ascolto di “Rayuela”

Breve guida all'ascolto di “Rayuela”

Che Cortázar adorasse il jazz è cosa nota. Chiunque abbia letto Rayuela (Il gioco del mondo, nella prima edizione italiana) lo sa. Seguire i protagonisti del libro vuol dire anche immergersi nell’epoca d’oro di questa musica, tra sassofoni, assoli di piano e nottate infinite passate a discutere di musica, letteratura e filosofia. Horacio, Gregorovius, la Maga e tutti gli scapestrati personaggi che affollano gli appartamenti parigini della prima parte di Rayuela ascoltano quanto di meglio il jazz avesse offerto tra gli anni Venti e i primi Cinquanta, seguendo i trentatré e i quarantacinque giri scelti da Ronald. Un bicchiere di mate, una bottiglia di vodka, innumerevoli sigarette e poi via, il suono gracchiante della puntina sul disco.

Ecco perché uno degli infiniti modi per godersi il capolavoro di Cortázar — non certo il più ortodosso — è quello di lasciarsi sedurre dalle canzoni e dai musicisti che si susseguono pagina dopo pagina, ed ecco come è nata questa playlist. Musicista per musicista, tra una brevissima biografia e le parole dello stesso scrittore argentino, un percorso alla scoperta del jazz delle origini.

Louis Armstrong (1901-1961)

Non si può che iniziare da lui, il cantante e trombettista da cui ogni cosa è partita. Cortázar lo chiama quasi sempre con il suo soprannome, Satchmo — che significa “grande bocca” e non è il caso di spiegare perché. Armstrong è la prima star, il più famoso e importante musicista del jazz “classico”, quello degli anni Venti e Trenta, prima che arrivasse Charlie Parker e facesse piazza pulita di tutto e di tutti con la sua rivoluzione bop. Ronald fa partire sul giradischi Don’t play me cheap, mentre Babs si agita sulle sue ginocchia, e «il tema era abbastanza banale per permettersi quelle libertà che Ronald non le avrebbe concesso se Satchmo avesse cantato Yellow Dog Blues, e perché nell’alito di Ronald sulla sua nuca c’era una mescolanza di vodka e sauerkraut che titillava spaventosamente Babs». I dischi scelti quella sera da Ronald, il vero fanatico del Jazz di Rayuela, sono quelli della grande stagione di Armstrong, non a caso considerata dai protagonisti «come il periodo del gigantismo di Picasso, se vuoi».

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Leon Bix Beiderbecke (1903-1931)

Cornettista e pianista, “Bix” è stato uno dei primissimi bianchi del jazz. La sua musica, potente e basata sull’improvvisazione, si fonde con la sua leggenda. La dipendenza dall’alcol lo porterà via non ancora trentenne, ma sono bastati dieci anni di attività per fare di lui un nome di primo piano nel panorama jazzistico degli anni Venti. E Cortázar non potrebbe fargli un omaggio migliore: «Un tema banale, sonato male, un vecchio disco con un aspro fondo di puntina, un raspare, scricchiolare, crepitare incessanti, un riprovevole saxo che in una notte del ventotto o del ventinove aveva sonato con la paura di perdersi, sostenuto da una percussione da collegio per signorine, un piano qualunque. Ma poi veniva una chitarra incisiva che pareva annunciare il passaggio a un’altra cosa, e all’improvviso (Ronald li aveva preavvisati alzando un dito) una cornetta si separò dal resto e lasciò cadere le prime note del tema, appoggiandosi su esse come su un trampolino. Bix spiccò il salto in pieno cuore, il limpido disegno s’iscrisse nel silenzio con un lusso di zampata». Scusate se è poco. A proposito, il pezzo in questione è I’m coming, Virginia.

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Duke Ellington (1899-1974)

Il Duca ha attraversato più di mezzo secolo di jazz, sempre da protagonista. Dotato di un carisma e di un genio fuori del comune, Ellington è il leader per eccellenza: ha composto brani che sarebbero rapidamente diventati standard (uno su tutti: Mood Indigo), guidato orchestre e formazioni di ogni tipo, scoperto nuovi musicisti, il tutto con una passione e una perseveranza che ha davvero pochi uguali. E proprio uno di questi lp “standard” viene baciato da Ronald e poi messo sul piatto: «Per un attimo la macchina Ellington li rase al suolo con il favoloso tema della tromba di Baby Cox, l’ingresso sottile di Johnny Hodges, come se niente fosse, il crescendo (ma già il ritmo cominciava ad indurirsi dopo trent’anni, una tigre vecchia benché ancora elastica) fra riff tesi e al tempo stesso liberi, piccolo difficile miracolo: Swing, ergo sum». Il brano s’intitola It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing), e Duke l’ha composto all’inizio degli anni Trenta. Successivamente, Ella Fitzgerald ne darà un’interpretazione memorabile.

Stan Getz (1927-1995)

Pochi sono stati i sassofonisti amati e apprezzati quasi all’unanimità come Stan Getz, “The Sound”. Qui non siamo davanti al genio che rompe le regole per aprire nuovi orizzonti musicali: nel suo sax non troverete l’anelito mistico di John Coltrane, né le dissonanze di Charlie Parker. Troverete però un jazz dolce, melodico, amante dell’improvvisazione, una musica che non chiede altro di essere ascoltata, basta alzare la puntina e far partire il disco. Stan Getz, ovvero «un volpone [che…] ti si pianta venticinque minuti davanti al microfono, e così può lasciarsi andare come vuole, dare il meglio che ha». In Rayuela non viene nominato nessun brano specifico, ma io ho sempre immaginato Ronald scegliere Early autumn tra la pila di dischi accatastati: in questo pezzo uno Stan Getz poco più che ventenne incide uno dei suoi primi assoli con la big band di Woody Herman. Ben prima del bossa nova e del periodo in cui The Sound ha iniziato a occupare stabilmente la cima delle classifiche di vendita.

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John Birks “ Dizzy” Gillespie (1917-1993)

Il nome di Dizzy Gillespie è inscindibile da quello di “Bird”, Charlie Parker. I due, insieme a Bud Powell, hanno dato vita alla più grande rivoluzione del jazz del dopoguerra, quella del bebop. Un modo di suonare totalmente innovativo rispetto ai canoni del passato, basato su velocità e improvvisazione. Un rivolgimento che a molti, in quei tardi anni Quaranta, ha fatto esclamare frasi come quella di Oliveira: «Toglimi quella porcheria. Io non vengo più al Club se qui bisogna ascoltare questa scimmia ammaestrata». Se Bird, con il suo sax, era istinto fuori dagli schemi, potenza distruttrice e creatrice allo stesso tempo, Dizzy era la mente del bop. Compositore e trombettista, ci ha lasciato alcuni standard indimenticabili. Questa è A night in Tunisia, nella leggendaria interpretazione al Carnegie Hall.

Lionel Hampton (1913-1998)

Lionel Hampton è il papà del vibrafono nella musica jazz: è stato il primo a dare a questo strumento una sua identità e una sua collocazione nelle big band degli anni Trenta. C’è poco da dire: senza di lui non sarebbe mai esistito Milt Jackson, e quindi non sarebbero mai esistiti nemmeno i Modern Jazz Quartet. Hampton, in Rayuela, è uno degli idoli di Ronald: «Il vibrafono saggiava l’aria, iniziando equivoche scale, lasciando un gradino in bianco ne saltava cinque in una volta e riappariva più in altro, Lionel Hampton cullava Save it pretty mamma, si lasciava andare e cadeva rotolando fra vetri, girava sulla punta di un piede, costellazioni istantanee, cinque stelle, tre stelle, dieci stelle, le andava spegnendo con la punta della scarpetta, si dondolava con un ombrellino giapponese roteante vertiginosamente nella sua mano, e tutta l’orchestra fu trascinata nella caduta finale, una tromba rauca, la terra, di nuovo giù, equilibrista a terra, finibus, finita». Ascoltare per credere.

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Oscar Peterson (1925-2007)

Peterson è stato uno dei pianisti più importanti della storia del jazz. Poteva suonare qualsiasi cosa e in qualsiasi modo: senza essersi legato mai a uno stile particolare, spaziava dall’uno all’altro senza problemi grazie alla sua tecnica indiscutibile. Ha collaborato con tutti i più grandi, da Hawkins a Webster, da Getz a Ella Fitzgerald. E Cortázar ce ne parla così: «Wong e Ronald guardavano un disco che girava lentamente, trentatré giri e mezzo al minuto, né uno in più né uno in meno, e in quei giri Oscar’s Blues, naturalmente eseguito dallo stesso Oscar al piano, un certo Oscar Peterson, un certo pianista con qualcosa della tigre e della felpa, un certo pianista triste e grasso, un tizio al piano e la pioggia contro il lucernario, insomma, letteratura».

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Bessie Smith (1895-1937)

Quando il jazz si fonde con il blues non si può non pensare alla voce roca, profonda, rabbiosa e triste allo stesso tempo, di Bessie Smith. Il suo periodo d’oro è stato senza dubbio quello degli anni Venti: in quel decennio ha cantato con gente come Louis Armstrong e Benny Goodman, arrivando a comporre standard che sopravvivranno al suo declino, che è andato parallelo al declino del blues, e alla sua tragica morte in un incidente stradale. C’è ampio spazio per la sua musica in Rayuela: è Etienne a nominare Empty bed blues, lo fa per cercare un compromesso tra il bop di Dizzy Gillespie — mal sopportato da Oliveira, come abbiamo visto — e l’orchestra fin troppo classica di Paul Whiteman, evocata da Ronald. Cortázar è insuperabile nel descrivere la voce di Bessie Smith: «La puntina crepitava terribilmente, qualcosa cominciò a muoversi sul fondo come strati e strati di cotone tra la voce e gli orecchi, Bessie che cantava con la faccia bendata, dentro una cesta di biancheria sporca, e la sua voce usciva sempre più soffocata, aggrappandosi agli stracci usciva e invocava senza collera né elemosina I wanna be somebody’s baby doll, si ripiegava nell’attesa, una voce all’angolo di strada e di casa zeppa di nonne, to be somebody’s baby doll, più calda e ansante, ansimando ormai I wanna be somebody’s baby doll».

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Lester Young (1909-1959)

Fondamentale tenorsassofonista degli anni Trenta. È stato soprannominato “The President” dopo aver battuto Coleman Hawkins in un contest di sax. Dolce, malinconico, intimista: la sua musica è esattamente come lui, con le sue occhiaie e le sue stravaganze. Si perderà tra alcol, droghe e crisi di depressione senza mai smettere di suonare, fino alla fine. Questa la formazione ascoltata da Gregorovius e gli altri: «Lester Young, saxo tenore, Dickie Wells, trombone, Joe Bushkin, piano, Bill Coleman, tromba, John Simmons, contrabbasso, Jo Jones, batteria. Four O’Clock Frag. Sì, lucertole grandissime, tromboni in riva al fiume, blues strascicanti, probabilmente drag voleva dire lucertola di tempo, interminabile strascico delle quattro del mattino. O tutt’altra cosa». Era il jazz di Kansas City.

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Bonus track

Il jazz è ovunque nel mondo cortázariano, a volte risale in superficie, altre volte si fa più nascosto.

Esiste in particolar modo un bellissimo racconto, Il persecutore (fa parte della raccolta Le armi segrete, ma lo si può trovare anche in volume singolo, pubblicato da Einaudi), totalmente incentrato sulla figura di Charlie Parker. Anche in Rayuela, d’altro canto, i riferimenti a canzoni e musicisti sono molto più numerosi di quelli qui riuniti. Per chi volesse avere una visione più esauriente non posso che consigliare questo approfondimento della Fundación Juan March di Madrid. Se invece avete bisogno di un “Bignami” sul jazz, quello che preferisco è Jazz music di Flavio Caprera (Mondadori). Infine, segnalo con piacere che al mondo esistono ancora anime generose e caritatevoli: qualcuno ha riunito in una playlist di YouTube la gran parte della canzoni presenti in Rayuela.