Pizza ConnectionExpo: gli appetiti sui padiglioni stranieri

Expo: gli appetiti sui padiglioni stranieri

Saranno 143 i Paesi stranieri che parteciperanno a Expo 2015. Dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Saranno 60 in tutto i padiglioni che dovranno essere consegnati alle singole delegazioni che arriveranno sul sito espositivo milanese di Rho-Pero. Ogni Paese porterà la sua eccellenza in linea con l’oggetto dell’esposizione universale, che nel 2015 sarà dedicata alle virtù e alle problematiche dell’alimentazione nel mondo.

1,3 miliardi di euro gli investimenti stranieri in Expo. Contando solo Cina, Stati Uniti, Germania e Russia si arriva a circa 160 milioni di euro

Un’Expo, ha detto qualcuno al momento della decisione sul tema, «a vocazione terzomondista». Certo è che in fatto di miliardi e corsa all’appalto di terzomondista c’è stato e ci sarà davvero poco. L’appetito per l’allestimento dei padiglioni stranieri non ha tardato ad arrivare, e le indagini più recenti hanno mostrato che quell’appetito ha scatenato cifre e persone.

Un miliardo e trecento milioni di euro, a tanto ammonta  la cifra degli investimenti stranieri in Expo. Basti pensare che solo dando uno sguardo alle voci Cina, Stati Uniti, Germania e Russia si arriva a una cifra di investimenti che sfonda il muro dei 160milioni di euro. Non è un caso che proprio l’inchiesta sulla cosiddetta “cricca” degli appalti Expo, abbia visto il suo piatto forte proprio nell’allestimento dei padiglioni riservati ai Paesi esteri.

Appalti, sub-appalti e linee guida per i Paesi stranieri

Esclusi i lavori per le fondamenta i lavori dei padiglioni stranieri saranno realizzati direttamente dai Paesi con un regime contrattualistico di tipo privato. Si tratta di spazi self built, ovvero progettati e realizzati dai Paesi, o di spazi rent, cioè progettati e realizzati dall’Organizzatore e poi affidati ai Paesi. Niente rapporti col pubblico per il Paese committente che, di fatto, non risponde né alla legge italiana, né alle linee guida per quanto riguarda i sub-appalti. Un grattacapo quest’ultimo non da poco, in particolare per i controlli preventivi dell’antimafia.

I Paesi esteri aderiscono volontariamente alle linee guida sugli appalti: fino ad ora l’unica adesione arriva dalla Germania

I progetti preliminari e quelli definitivi dei 60 Paesi che allestiranno il padiglione saranno sottoposti alla vigilanza di Asl, Arpa e della stazione appaltante, ma la difficoltà sarà proprio quella di vigilare in modo ottimale sui sub-appalti: in sostanza il protocollo di legalità stipulato tra Regione Lombardia, Comune di Milano e la società Expo spa non può essere imposto ai Paesi stranieri.

Proprio nel tentativo di costruire un regolamento comune Expo ha cercato di far aderire volontariamente i Paesi alle linee guida, ma, si legge nel resoconto del sopralluogo che il 26 febbraio scorso la commissione regionale antimafia ha fatto sul sito dell’esposizione, «finora solamente la Germania ha aderito volontariamente». Secondo quanto risulta a Linkiesta la lista a oggi non si è allungata, anche se nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovrebbero essere in calendario una serie di incontri tra il commissario unico di Expo spa Giuseppe Sala e i rappresentanti delle istituzioni lombarde per capire in quale direzione ci si sta muovendo sul punto.

Da Expo fanno sapere che «al momento, è vero, tra i firmatari volontari risulta solo la Germania, ma i Paesi che stanno già lavorando sui propri padiglioni, e sono una quindicina, si stanno appoggiando al consorzio Valori (società indicata da Expo nel momento in cui i Paesi stranieri chiedono a Expo stessa di gestire la costruzione del padiglione, ndache ha sottoscritto i protocolli di legalitàExpo 2015 ha messo a disposizione il servizio, a spese di chi lo utilizza, di scavi e fondazioni tramite questa società ma i Paesi sono liberi di usufruirne o meno».

Expo 2015 ha messo a disposizione il servizio, a spese di chi lo utilizza, di scavi e fondazioni tramite la Valori s.c.a.r.l. consorzio stabile ma i Paesi sono liberi di usufruirne o meno

In queste settimane «le delegazioni straniere arriveranno a Milano anche per discutere di questi aspetti e capire l’aspetto tecnico dell’adesione volontaria ai protocoli» riferisce Expo spa a Linkiesta. Certo è che a conti fatti risulta una copertura di 16 Paesi su 60 padiglioni da allestire, cioè un quarto del totale, una situazione che a undici mesi dal via dell’esposizione sarebbe potuta essere più avanzata.

Al momento, comunica la società Expo Spa a Linkiesta sui cantieri, oltre all’Italia stanno lavorando ai padiglioni Germania, Uzbekistan, la Santa Sede, Giappone, Cile, Angola, Azerbaijan, Cina, Regno Unito, Corea del Sud, Uruguay, Bahrain, Guinea, Bulgaria, Francia, Israele, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Messico, Svizzera, Monaco, Oman, Kuwait. La Germania è sui cantieri per la fase 1 (scavi e fondazioni) già dal 2 aprile scorso, gli altri quattordici Paesi stranieri arriveranno tra la fine di giugno e il 10 luglio.

Il rischio criminalità organizzata

Era stato chiaro nel marzo scorso Antonio Lareno, responsabile di Expo per conto della Cgil, che nel marzo scorso diceva al Fatto Quotidiano:  «Il Paese committente potrebbe sbagliare clamorosamente, senza sapere chi si porta nel cantiere. Dubito infatti che la maggior parte degli appalti vengano affidati fuori dall’Italia». Il rischio che arrivi qualche società in odor di mafia a lavorare sui padiglioni stranieri in seguito a una trattativa privata non è così lontano.

Sfuggendo alle maglie della legge sugli appalti pubblici (che già fatica a tenere alla larga imprese colluse) non ci sarà nemmeno l’obbligo di presentare la certificazione antimafia: la certificazione esiste solo in Italia, ed è possibile che qualcuno uscito dalla porta delle opere principali rientri dalla finestra lavorando proprio sui padiglioni stranieri. Il pericolo è acuito dalla terza edizione dei controlli antimafia che innalzano la soglia per cui richiedere l’informativa: la base si è spostata da 50mila a 100mila euro. Una situazione che potrebbe scatenare un’altra situazione paradossale, perché in ogni, caso i Paesi ospitati saranno comunque obbligati a comunicare i nominativi delle imprese che stanno lavorando sui padiglioni alla prefettura, che però, «a questo punto», riferiscono fonti della commissione comunale antimafia «nel caso in cui venga fuori che su questi padiglioni c’è una società con una interdittiva antimafia o senza la certificazione antimafia in ordine, la prefettura stessa sarebbe di nuovo davanti a una situazione inedita a livello procedurale, e di fatto non si sa cosa farà».

In queste settimane arriveranno a Milano le delegazioni straniere per discutere sul punto delle linee guida per gli appalti

I ritardi e la necessità di operare in tempi stretti per portare a termine i lavori fa tutto il resto. Così a oggi non si conoscono ancora le aziende che lavoreranno all’interno dei padiglioni esteri e di fatto, come scritto, mancano le adesioni volontarie degli stessi Paesi alle linee guida, nonostante, per ora, stiano lavorando con il consorzio Valori, che ha sì firmato i protocolli di legalità, ma che vede una compagine di oltre 60 imprese consorziate. 

Inchieste e padiglioni stranieri

Emergeva già dall’inchiesta che portò in manette la “cricca” Expo: è la realizzazione dei padiglioni stranieri il piatto forte dell’inchiesta su Expo 2015. La presunta cricca del “professore” Gianstefano Frigerio, del “Compagno G” Primo Greganti e di Luigi “detto Gigi” Grillo lo sapeva bene. Per capirlo – ha scritto Alessandro Da Rold su Linkiesta – basta leggere le carte dell’inchiesta che li ha portati in carcere per associazione a delinquere e turbativa d’asta giovedì 8 maggio. L’obiettivo, secondo l’accusa, non sarebbe stato altro che quello di «forzare» e «velocizzare» la messa in atto delle opere per costringere i Paesi a utilizzare società vicine alla cupola bipartisan per poi incassare le tangenti.

Il 25 febbraio 2014, si legge tra le carte dell’inchiesta, è Stefano Gatti, l’ambasciatore Expo e responsabile dei lotti, a contattare Paris lamentandosi del contenuto della lettera destinata ai rappresentanti dei Paesi partecipanti ad Expo 2015 «affinché si occupino della piastrinatura dei rispettivi Padiglioni secondo le ristrette tempistiche». La conversazione – scrivono gli inquirenti – evidenzia l’intenzione di Paris di scavalcare Giuseppe Sala, commissario unico per Expo2015, in merito alla realizzazione dei padiglioni. Gatti difatti precisa: «Mi arrivano in mano cose che sono totalmente diverse da quello che è stato deciso (…) già la parola “imposta” è una follia assoluta (…) io continuo  a concordare delle cose con Peppe (Sala, ndr) e poi mi arrivano delle cose da te che sono completamente diverse, vengono inserite tutta una serie di cose in più che mai sono state discusse con il Bie, mai sono state discusse con Sala (…) Tu stai entrando in un circuito di una pericolosità pazzesca che finirà ad incidenti pazzeschi con i Paesi (…)».

È la realizzazione dei padiglioni stranieri il piatto forte dell’inchiesta su Expo 2015

“Incidenti pazzeschi”. Parola di ambasciatore, mentre ricatti e tangenti si sono mosse dietro i padiglioni esteri. Emblematico, stando all’inchiesta, il caso del padiglione cinese: la Cina, che vuole fare di testa sua e costruirsi da sé la propria struttura nello spazio assegnato. È Gatti a mostrare una serie di preoccupazioni in ordine all’eccessivo margine di autonomia lasciato ai cinesi: «Dobbiamo storcere il più possibile il braccio al cinese… perché se diamo il messaggio al cinese “tana libera tutti”(…) io non lo so come il cinese fa gli scavi e le fondazioni (…) … se a un certo punto passa il messaggio che il cinese fa come cazzo gli pare, gli altri dicono scusa ma perché a me hai rotto i coglioni…?».

La questione del padiglione cinese è di particolare rilevanza perché rappresenta «uno degli affari di massimo interesse per il sodale Greganti» – si legge nelle carte – che a Shanghai ha lavorato per trent’anni e ha portato pure un ufficio della Cmc di Ravenna. Greganti si adopera proprio per la Cmc come per la Cooperativa Viridia di Settimo Torinese. Con la prima intrattiene rapporti con Marco Travanini (Contracts Manager Cmc) e con Roberto Leonardi (direttore della divisione esterna dell’azienda). Il Compagno G ne parla proprio con Paris il 6 marzo del 2014: «… Se riesci ad aiutare … quella cooperativa al di là dell’allestimento». E Paris: «Do incarichi, spot, cosette libere». Il tesserato del Partito democratico è molto attivo sui padiglioni della Russia, un affare da 30 milioni di euro, mentre su quello della Cina, 50 milioni di euro. Greganti riceve da Cmc 10mila euro a semestre e una percentuale del 1% a progetto tramite la sua società Seinco. La Viridia, invece, lo ripaga con «una nuova autovettura». Abbastanza per far partire da Pechino una indagine interna per capire chi teneva i rapporti con il Compagno G.

Dalle carte dell’inchiesta emergono che le imprese vicine a Paris, Greganti & Co. sono pronte a intervenire anche sui padiglioni di Kazakistan, Azerbaijan, Svizzera, Emirati Arabi e Giappone. Appalti che facevano gola al professore Gianstefano Frigerio e all’imprenditore vicentino Enrico Maltauro.

La vera partita sui padiglioni ora si giocherà anche con gli appalti per i servizi. Su questo versante non è escluso che arriverà la lente di ingrandimento degli investigatori, in particolare per quanto riguarda il post-Expo.