Guardia di Finanza, la fine dell’era Pollari

Guardia di Finanza, la fine dell’era Pollari

Le Fiamme Gialle vivono cicli storici. Corsi e ricorsi fatti di forti tensioni e pure indagini della magistratura. Qualche mela marcia, professionisti di altissimo rango e truppa dedita al proprio lavoro nonostante le paghe appena sopra la soglia dell’accettabilità. Ovviamente a fare cronaca è solo la prima categoria. Anche se spesso le inchieste si sono rivelate molto diverse rispetto alle ipotesi accusatorie. La belva della cronaca giudiziaria è però sempre affamata. Come ovvio che sia. Così la scorsa settimana il generale Vito Bardi, comandante in seconda della Gdf, è finito sulle prime pagine dei giornali. Sarebbe indagato per un’ipotesi di corruzione, per vicende collaterali, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato all’arresto del Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Livorno, Fabio Massimo Mendella. Secondo l’accusa sarebbero state girate mazzette per pilotare gli accertamenti.

Nell’inchiesta appare anche il nome di Emilio Spaziante, che di Bardi è stato il predecessore e che quasi in contemporanea è finito indagato nell’inchiesta sul Mose di Venezia. Poco dopo che le cronache avevano registrato il coinvolgimento di striscio nell’inchiesta Expo di Mario Forchetti, già generale di divisione, comandate della Regione Lombardia e responsabile della sezione economica dell’Aise.

Per la prima volta sono stati perquisiti degli uffici all’interno del Comando Generale della Gdf

Per la prima volta un altissimo comandante è finito indagato? No. La novità è che per la prima volta sono stati perquisiti degli uffici all’interno del Comando Generale della Gdf. Non era successo nel 1994 quando scoppiò, da una costola di Mani Pulite, lo scandalo soprannominato “Fiamme Sporche”, quando fu coinvolto il generale Giuseppe Cerciello e assieme a lui decine di finanzieri del Nord Italia. E non era successo nemmeno nel 1976. Nello scandalo “petroli” finiscono Raffaele Giudice, comandante generale, e Donato Lo Prete, altro generale accusato di aver lavorato al fianco dei petrolieri, a loro volta accusati di un danno all’Erario da 2mila miliardi di lire.

La Gdf e le indagini sgonfiate di Woodcock

Con ciò per quanto riguarda il comandante in seconda Bardi bisognerebbe avere pazienza e aspettare l’evoluzione dell’inchiesta. Visto che al momento non sembra esserci nessuna pistola fumante nei suoi confronti. D’altronde anche un altro scandalo, più recente, che ha coinvolto i vertici della Gdf, si è sgonfiato dopo due anni. Nel 2011 l’allora capo di Stato maggiore e numero tre della Gdf Michele Adinolfi viene accusato di aver rivelato l’esistenza dell’inchiesta napoletana condotta da Henry John Woodcock al presidente dell’agenzia di stampa AdnKronos Pippo Marra in maniera che fosse avvertito l’uomo di punta della presunta loggia segreta P4, Luigi Bisignani. I pm di Roma, cui il caso è stato trasferito da Napoli, nel 2013 ne hanno chiesto larchiviazione. Nessuna prova a carico. Certo l’accusa di una P4 ha fatto scalpore e sollevato nella memoria – per la verità di non troppi italiani – il suono di un’altra Loggia ben più celebre: la P2. Negli elenchi sequestrati da personale delle Fiamme Gialle all’interno di Villa Wanda c’erano parecchi alti ufficiali della Finanza i cui nomi si sono poi incrociati con scandali successivi (alcuni dei quali legati a Silvio Berlusconi) ma anche con nomine e incarichi di elevato livello.

Alcuni giornali in questi giorni si sono cimentati nella descrizione dei presunti ufficiali infedeli, i cui nomi passerebbero da un’inchiesta all’altra: dal Mose all’Expo fino al caso Unipol. A nostro avviso il termine infedeli è un po’ semplicistico. A volte, risulta di parte come quel giornalismo che ha già le risposte prime delle domande. La questione è molto più complessa. In quest’ultima tornata di indagini rispuntano nomi che hanno riempito le cronache dell’estate del 2006. Come se – posto esistesse – la maledizione dell’ex ministro Vincenzo Visco si fosse abbattuta su alcuni degli ufficiali all’epoca schierati dall’altra parte. Ci riferiamo allo scontro avvenuto tra Visco e l’allora comandante generale Roberto Speciale.

La maledizione di Visco

La vicenda parte nel luglio del 2006 e si conclude un anno dopo. Visco chiede al Comandante del Corpo di avvicendare quattro ufficiali in Lombardia. Speciale rifiuta. Trapelano notizie secondo cui si tratterebbe di persone impegnate nell’inchiesta Unipol. Visco smentisce. La mossa sarebbe stata suggerita da “criticità ” emerse nel comando della Lombardia. Visco chiede a Speciale di integrare la lista consueta di trasferimenti con quattro nomi: il comandante regionale della Lombardia, generale Forchetti; il comandante del Nucleo provinciale Regionale della Lombardia, colonnello Lorusso; il comandante del Nucleo provinciale della polizia tributaria di Milano, colonnello Pomponi; il gruppo dei servizi di polizia giudiziaria, Tomei. Speciale, assieme al suo braccio destro Emilio Spaziante (lo stesso dell’inchiesta Mose), non accetta e rassegna le dimissioni. Il caso esplode. Interviene anche il Parlamento. Querele. Gli ufficiali non vengono trasferiti. (Almeno non in quell’occasione) Speciale viene sostituito con Cosimo D’Arrigo, rifiuta un incarico alla Corte dei Conti. Diventa parlamentare del Pdl. Nascono, dagli attriti con Visco, ricorsi al Tar e inchieste che lasciano indenne (non in primo grado) l’ex generale.

In molti hanno sostenuto che all’origine della scelta del governo Prodi di trasferire gli ufficiali milanesi ci fosse la volontà di congelare l’inchiesta Unipol-Bnl. Una teoria che sicuramente faceva comodo al centro-destra, basti pensare alla fuga di notizie de «Il Giornale» con l’intercettazione di Fassino mentre dichiarava: «Abbiamo una banca». Forse Visco temeva altro. Una eccessiva concentrazione di poteri e persone nel luogo più cruciale d’Italia: Milano e il Palazzo di Giustizia meneghino. Basti pensare alle inchieste in corso all’epoca, compresa quella su Telecom.

In pezzi il network di Pollari

Che cosa avevano in comune Speciale, Spaziante (vicenda Mose), Forchetti (vicenda Expo) e gli altri tre ufficiali milanesi? Il riferimento culturale e professionale di Nicolò Pollari

Che cosa avevano in comune Speciale, Spaziante (vicenda Mose), Forchetti (vicenda Expo) e gli altri tre ufficiali milanesi? Il riferimento culturale e professionale di Nicolò Pollari, l’ex numero uno dei servizi militari coinvolto e travolto dall’inchiesta sul sequestro Abu Omar. Forse il tentativo di intervenire su Speciale, e a cascata sugli altri, mirava appunto a Pollari. Una questione ben più ampia rispetto a Unipol. Visco era a conoscenza del fatto che negli anni precedenti Sismi e Gdf avevano creato un sistema efficacie di relazioni. Alcuni dicevano un network di cui Spaziante, vicino a Giulio Tremonti e al suo consigliere Milanese (anche il suo nome è finito nelle carte dell’inchiesta Mose), era un cardine importante. Un network a cui negli anni avrebbero fatto riferimento altri ufficiali della Gdf. A detta di alcuni Vito Bardi, l’attuale comandante in seconda, già coinvolto nella vicenda P4 assieme – ma per strade diverse – ad Adinolfi e Walter Manzon, finito ora nell’inchiesta sul Mose. Senza dimenticare Vincenzo delle Femmine che era in corsa per un posto di rilievo nei servizi quando il suo nome – coincidenza – è comparso nelle carte dell’inchiesta Bpm-Ponzellini. Le accuse verso questi ufficiali possono riassumersi in un concetto: aver passato ad altri informazioni. La domanda dunque è «Fiamme Gialle e Servizi Segreti devono vivere su pianeti separati?». Non sappiamo rispondere. La domanda andrebbe girata al governo. Però quello che adesso si può dire è che l’era Pollari è davvero finita.

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