La cricca dei prelati nelle inchieste giudiziarie

La cricca dei prelati nelle inchieste giudiziarie

Le chiese da ricostruire a L’Aquila dopo il terremoto che diventano un affare da milioni di euro, il ritorno della cricca di Bertolaso e soci in relazione con vescovi e preti, i nomi di cardinali che rimbalzano in interrogatori e intercettazioni da Genova a Milano a Venezia: un quadro allarmante emerge ormai da mesi nel rapporto fra Chiesa, affari e politica. E non sono fatti inediti, anzi. Se i riferimenti alle porpore non mancano nei nuovi faldoni degli inquirenti, in alcuni casi invece tornano alla luce vicende antiche mai del tutto chiuse. Ma in generale più del profilo giudiziario delle singole posizioni di questo o quel prelato, materia ancora tutta da verificare, a emergere è un quadro sempre più dettagliato in cui spesso le grandi diocesi sono state parte integrante di un sistema di potere che ha dominato negli anni l’economia e la politica in Italia. L’allarme allora è suonato pure in Vaticano e non a caso il papa ha parlato per due giorni consecutivi – il 15 e il 16 giugno – con estrema durezza di corruzione e corrotti non tralasciando «ecclesiastici» e « prelati».

«Sui giornali», ha detto il papa, «noi leggiamo tante volte: ah, è stato portato in tribunale quel politico che si è arricchito magicamente. È stato in tribunale, è stato portato in tribunale quel capo di azienda che magicamente si è arricchito, cioè sfruttando i suoi operai. Si parla troppo di un prelato che si è arricchito troppo e ha lasciato il suo dovere pastorale per curare il suo potere». «E dobbiamo dire la verità», ha aggiunto, «la corruzione è proprio il peccato a portata di mano, che ha quella persona che ha autorità sugli altri, sia economica, sia politica, sia ecclesiastica». L’ecclesiastico, dunque, si comporta a volte esattamente come l’imprenditore o l’uomo politico. Il colpo assestato dal pontefice all’interno della sua stessa Chiesa è stato duro e forse le parole di Bergoglio, nella loro gravità, sono anche il sintomo di un problema non risolto, di resistenze che l’azione di pulizia e trasparenza del papa sta incontrando.

Per questo Francesco ha deciso di rincarare la dose: «Ieri abbiamo detto che c’erano tre tipi, tre gruppi: il corrotto politico, il corrotto affarista e il corrotto ecclesiastico. Tutti e tre facevano del male agli innocenti, ai poveri, perché sono i poveri che pagano la festa dei corrotti! Il conto va a loro».

C’è tensione Oltretevere – e non da oggi – per quello che sta accadendo nelle procure. Già il Papa tornando dalla Terra Santa aveva detto che il caso del possibile finanziamento dello Ior alla “Lux Vide” di Ettore Bernabei (Opus Dei) andava chiarita fino in fondo. In quel caso era stato chiamato in causa l’ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che avrebbe voluto aiutare gli amici produttori di «don Matteo» e di tanti altri film-tv a sfondo religioso trasmessi dalla Rai negli ultimi anni. Poi Bertone è stato anche chiamato in causa in relazione a un aiuto dato dallo Ior al gruppo Carige, la banca dominatrice del sistema finanziario ligure travolta ormai dalle indagini della procura di Genova. I giudici parlano ora di «sodalizio criminoso» all’interno dello stesso istituto; il cardinale – in passato arcivescovo di Genova – naturalmente non c’entra nello specifico, e tuttavia i suoi rapporti con questo mondo, con gli uomini che lo hanno rappresentato, sono forti e si tratta di legami stabili fra mondo finanziario, sanitario e curia genovese.

L’Expo è un caso a parte. La curia di Milano – guidata dal cardinal Scola – si è impegnata fino ad oggi nell’evento individuandolo come un’occasione di rilancio per la città e per la Chiesa mentre il papa, prima titubante, ha poi dato il suo prudente appoggio a una di partecipazione vaticana tutta incentrata sul tema delle risorse alimentari per i poveri e sulla presenza attiva all’Expo della Caritas milanese e internazionale; la Santa Sede – inoltre – ha provato a ridurre al minimo le spese per il proprio padiglione. E tuttavia nel corso di intercettazioni legate alle inchieste sugli appalti truccati dell’Expo, è venuto fuori il nome del cardinale Giuseppe Versaldi, attualmente presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, dicastero destinato probabilmente a essere assorbito dalla neonata Segreteria per l’economia creata ad hoc da Francesco per superare i troppi organismi finanziari vaticani. Versaldi è di scuola bertoniana e Giandomenico Frigerio, ex democristiano passato a Forza Italia pesantemente implicato nelle indagini, lo chiama in causa più volte in varie conversazioni. E però, anche in questo caso, conta soprattutto il ruolo di uomo di potere del cardinale, quantomeno viene trattato come tale da chi gestiva affari illeciti, insomma la considerazione in cui era tenuto in quanto esponente di alto rango finanziario dei sacri palazzi.

A Venezia – ormai è storia nota – il nome che finisce nelle carte della procura è quello pesante dell’allora patriarca della città veneta, il cardinale Angelo Scola, successivamente nominato arcivescovo di Milano. Scola a Venezia ha una fondazione, la Marcianum, che è il suo fiore all’occhiello dove però fra soci fondatori e sostenitori si trovano alcuni dei protagonisti assoluti della indagini della magistratura sulla cupola lagunare (dal Consorzio Venezia Nuova, alla Regione Veneto al gruppo Mantovani).

Naturalmente il cardinale ha precisato di «non ha mai esercitato “pressioni” né “richieste indebite” per reperire le risorse necessarie alla Fondazione Studium Generale Marcianum». In sostanza i finanziamenti di cui si parla sarebbero tutti regolari. Ma ciò che colpisce è la contiguità così evidente fra il patriarcato di Venezia e il gruppo di potere oggi al centro di un’inchiesta fra le più gravi portate avanti dalla magistratura, un’indagine tale da coinvolgere trasversalmente partiti e gruppi imprenditoriali e far tremare un pezzo fondamentale del potere del nord-est e quindi dell’intero Paese. A L’Aquila, infine, il gruppo “storico” della cricca legata fra gli altri all’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso, ha tentato – è quanto emerge ora da nuove indagini – di speculare sulla ricostruzione di antiche chiese i cui appalti valevano milioni. Per fare questo si è appoggiata sulla collaborazione, probabilmente non del tutto consapevole, di monsignor Giovanni d’Ercole, ex vescovo ausiliare de L’Aquila mandato pochi mesi or sono ad Ascoli. Ma il riemergere della cricca e dei suoi rapporti con qualche prelato, rimanda inevitabilmente al dicastero di Propaganda Fide, agli appartamenti prestigiosi scambiati coni potenti, alle polemiche che intercorso qualche anno fa fra l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzo Sepe, e il Vaticano in merito a quelle vicende in un scarico velenoso di responsabilità (Sepe è stato prefetto di Propaganda fide). Senza contare la coda di gentiluomini di sua sanità, scandali sessuali, conti allo Ior e grandi opere che la storia si porta con sé.