Le quattro priorità europee di “Renzi Frenzy”

Le quattro priorità europee di “Renzi Frenzy”

Per definirlo, Angela Merkel ha saccheggiato il linguaggio della corrida: «El Matador». Per il Financial Times è uno «young man in a hurry». Gli analisti dell’Istituto Bruegel, il più prestigioso think tank del Vecchio Continente, hanno attinto alla cinematografia di sir Alfred Hitchcock: Matteo Renzi è Frenzy, un mix di smania e agitazione, nomignolo già circolato a febbraio, ai tempi della sua hitchcockiana – o, piuttosto, machiavellica – defenestrazione di Enrico Letta.

«The Renzi Frenzy» è il titolo del report di Bruegel, firmato dai ricercatori Silvia Merler e Alessio Terzi, sul significato del voto italiano e sul suo impatto in ambito europeo. Come buona parte della stampa internazionale, il think tank (acronimo per Brussels European and Global Economic Laboratory) ha accolto con sollievo la vittoria a valanga del premier, a dispetto dei sondaggi della vigilia. Sebbene in Italia l’affluenza sia calata rispetto alle elezioni del 2009, scrive il Bruegel, «resta una delle più alte del continente, intorno al sessanta per cento». Ma soprattutto, il successo di una partito apertamente europeista come il Pd, con cifre che a Roma non si vedevano dai tempi della Dc fanfaniana, anno 1958, e la perdita di due milioni e mezzo di voti, rispetto alle Politiche di un anno fa, da parte dei grillini, aprono prospettive interessanti sul futuro.  

Secondo i due ricercatori, le lezioni derivate dal voto italiano sono principalmente tre. La prima è la legittimazione elettorale di Renzi e della sua piattaforma riformista, che ha messo in un angolino l’operazione di palazzo con cui l’ex sindaco di Firenze ha conquistato il potere, e che adesso, però, dovrà superare la prova dei fatti. Inoltre, prosegue il think tank, «l’Italia ha fatto una scelta chiaramente pro-europea, non così ovvia prima del voto», perché durante la campagna elettorale la voce degli euroscettici era sembrata crescere d’intensità. Questo rischio, fortunatamente, non si è materializzato, «in parte a causa del tradizionale atteggiamento degli italiani nei confronti dell’Europa» (nel nostro Paese la fiducia nei confronti delle istituzioni continentali è scemata nel corso del tempo, ma resta più alta rispetto a quella riposta nella politica nazionale). In terza battuta, gli analisti sottolineano la distanza del risultato di Roma da quello francese, riferendosi al 25 per cento raggiunto dal Front National di Marine Le Pen. In due Paesi fondatori dell’Unione gli esiti elettorali sono stati clamorosamente opposti, il che potrebbe avere conseguenze sul tradizionale asse franco-tedesco e preludere a una ristrutturazione della geografia delle alleanze continentali.

Insomma, in Europa sta per nascere il governo «Angela Renzi», come scriveva giorni fa sul Foglio Claudio Cerasa? Il premier italiano ha sempre dribblato le domande sulle convergenze tra leader, o tra Paesi. D’altra parte, è vero che il gradimento di François Hollande va da un minimo storico all’altro, e che gli unici due governi di primo piano usciti rafforzati dal voto hanno sede proprio in Italia e in Germania. Last but not least, dal primo luglio Roma avrà la presidenza di turno dell’Unione, un ruolo che non è così risolutivo, ma neppure del tutto ornamentale. La conseguenza, secondo il Bruegel, è che «l’Italia dovrebbe proporsi come il Paese leader del progetto di una maggiore integrazione europea». Renzi dovrebbe approfittare dell’occasione offerta dal semestre italiano, ma se vuole raggiungere l’obiettivo ultimo di rafforzare la struttura continentale, è chiamato a stabilire un ordine di priorità e fissare, per ciascuna materia, le effettive possibilità di realizzazione.

Il think tank ne suggerisce quattro. In primo luogo, l’immigrazione, un argomento che, peraltro, interessa da vicino l’Italia, una delle principali porte del continente. Secondo gli articoli 79 e 80 del Trattato di Lisbona, l’Unione europea «ha la competenza di definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di Paesi terzi che entrano e soggiornano legalmente in uno degli Stati membri» (i quali, a loro volta, conservano la facoltà di stabilire i tassi di ammissione). Bruxelles deve ridurre l’immigrazione clandestina, attraverso una politica di rimpatrio efficace, e può incentivare l’integrazione di chi risiede in maniera legale o stipulare accordi per la riammissione dei migranti nel loro Paese di origine. Questi principi non devono rimanere sulla carta: secondo il Bruegel, bisogna rafforzare Frontex – il sistema di pattugliamento delle frontiere dell’Unione, fin qui inefficace, il cui budget è stato ridotto nel 2014 – e coordinare le politiche di asilo.

La seconda materia-chiave è la politica energetica. Anche qui si suggerisce di rafforzare il coordinamento tra i vari Stati, con il proposito di giungere progressivamente a un mercato unico realmente integrato, che possa ridurre la dipendenza da un unico fornitore (a marzo, in piena crisi ucraina, il think thank aveva elaborato un piano per sganciare il continente dall’abbraccio mortale con la Russia e il suo gas, proponendo una strategia mista che comprendeva maggiori importazioni da Norvegia e Nord Africa, un aumento della produzione in Olanda, rigassificatori, riduzione dei consumi,…).

In terza battuta, occorre tradurre in progetti chiari il vago auspicio del premier italiano su «un’Europa dei cittadini, e non dei diktat imposti dall’alto». In sostanza, si tratta di allontanare l’immagine di un’istituzione di natura tecnocratica, incapace di comprendere la vita quotidiana delle persone, andando al di là dello sterile dibattito su austerity e riforme strutturali, con una serie di misure concrete (il Bruegel ne cita una, di matrice renziana, il servizio civile europeo). Infine, Bruxelles dovrebbe potenziare il finanziamento delle piccole e medie imprese, che hanno sofferto il credit crunch dovuto alla crisi.

Quanto alla disciplina fiscale, al dogma del 3 per cento e così via, il think tank scrive che il Fiscal Compact è eccessivamente rigido, ma è servito a calmare i mercati e che, in ogni caso, modificare un trattato inter-governativo richiede una procedura lenta e complessa (né l’Italia, con il secondo peggior rapporto debito/Pil del continente dopo la Grecia, può permettersi il lusso di fare la voce grossa).

L’Unione ha bisogno di una nuova governance economica, ma questo processo non avverrà sotto la presidenza italiana, perché occorrerà firmare un nuovo trattato. Quello che Renzi può fare, per rilanciare l’idea di Europa, è modificare l’attitudine dei governi verso gli investimenti pubblici e il loro ruolo nel sostenere la crescita. Al tempo stesso, il premier dovrà avanzare concretamente sul piano delle riforme interne, se vuole dare credibilità alla sua azione continentale e cogliere un’opportunità “aurea”, che non dovrebbe essere in alcun modo sprecata.