Lista Tsipras, dove i generali tradiscono gli elettori

Lista Tsipras, dove i generali tradiscono gli elettori

È vero che la politica è l’arte del possibile, ma in molti casi – anche se ad essere in gioco sono persone degnissime – è anche l’arte del ridicolo. Sto leggendo da giorni con una curiosità crescente, ma anche con una vago senso di stupore, le cronache interne del dibattito politico – molto importante – che si sta svolgendo dentro la lista Tsipras. Già in questa spirale autolesionista c’è qualcosa di paradossale: essendo uno dei sei partiti italiani che sono riusciti a raggiungere la fatidica soglia del quattro per cento, gli animatori dell’Altra Europa avrebbero dovuto festeggiare, insieme con i loro elettori, godersi questo risultato millimetrico (e anche fortunato) che per un pugno di voti gli ha garantito una prospettiva e una rappresentanza di tre seggi nell’Europarlamento.

Alcuni di questi dirigenti, invece, si sono subito avvitati, invece, in una perfetta parabola autolesionista, in una surreale resa dei conti interna. Cuoriosamente il problema parte dalla leadership, che in casa Tsipras assume la denominazione aulica di “comitato dei garanti”. Un consesso dove persino una persona degnissima e teoricamente al di sopra di ogni sospetto come Barbara Spinelli sembra essere tarantolata dal virus dell’incoerenza cronica che colpisce anche le migliori menti impegnate nel gioco della sopravvivenza quotidiana di Palazzo.

Dopo aver fatto una campagna elettorale quasi paradossale gridando ai quattro venti: “Se eletta rinuncerò al mio seggio”, infatti, la Spinelli adesso ci ripensa, e si ritrova a terremotare i delicatissimi equilibri fra le identità prodotti dalle urne, perché a seconda di come sceglie optando per una circoscrizione o per un’altra, butterà fuori da Strasburgo l’eletto di uno dei due partiti che le hanno dato la possibilità di correre: o Rifondazione, o Sinistra e libertà. È ovvio che un garante, o un saggio, non dovrebbero avere dubbi, e in una logica di responsabilità dovrebbe rinunciare al suo seggio per far posto – fra l’altro – a due candidati giovani e preparati, che si sono conquistati le preferenze sul campo, certi che la promessa della loro capolista di fare la nobile portatrice d’acqua sarebbe rimasta tale.

Da sinistra, Paolo Flores D’Arcais, Alexis Tsipras e Barbara Spinelli, il 7 febbraio 2014 a Roma (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Ma la politica è anche una droga, e adesso l’editorialista di La Repubblica sembra voler fare l’esatto contrario di quello che prometteva poco più di un mese fa in ogni sede e in ogni luogo, a cominciare dalla sua prima partecipazione rilevante a Omnibus, ospite di Lilli Gruber. Come giudicarla? Con almeno un decimo della severità che la Spinelli da politologa riservava – giustamente – ai protagonisti del teatrino: se non rinuncia a questo seggio non dilapiderà solo la sua credibilità, ma anche quella di chi ha creduto nella sua lista. Prima raccomandazione: in questa inspiegabile conversione di rotta non adoperare mai la formula dorotea “gli amici me lo chiedono”, nemmeno nella variante gauchista “i compagni me lo chiedono” né tantomeno in quella carismatica “Alexis (Tsipras) me lo chiede”. È una scusa ridicola, anzi grottesca, per chi – come lei – esalta il principio di responsabilità individuale, e la Spinelli lo sa bene. Se Barbara farà la scelta giusta, invece, saremo in piedi ad applaudire la sua coerenza, temprata ancora di più dalle debolezza della tentazione, che è sempre umanissima, e dalla forza del gran rifiuto, che è sempre coraggioso.   

        

Ma per completare il quadro, non si può tacere dal corollario di questa incoerenza, che è esploso nel dibattito che sta attraversando Sinistra e libertà dopo il voto. Temo, e mi scuso se sono brutale nella sintesi, che dopo il 40% di Renzi, e un quorum del 4% così sofferto, sia quasi un affronto agli elettori aprire una diatriba interna all’insegna di una posizione politicamente insostenibile del tipo: sì, ma noi vorremo entrare nel partito del socialismo europeo. Ma come? Sel ha votato a grande maggioranza nel suo congresso di sostenere la candidatura di Alexis Tsipras e adesso alcuni dei suoi dirigenti si fanno folgorare dal richiamo della foresta di Martin Schultz?

Non basta: si è votato con un simbolo che arrivava persino (improvvidamente) a sacrificare la parola “Sinistra” per scegliere l’identità radicale e carismatica del leader di Syriza, e adesso improvvisamente dopo aver chiesto voti in suo nome cambiano idea? La cosa più surreale, nel ragionamento di questa minoranza, però, è quella di dire: “Beh, siccome il Pd ha preso il 40% dobbiamo prendere atto di questo fatto nuovo ed unirci a lui” (sia pure chiamando questa richiesta di annessione con i sinonimi caritatevoli che la politica offre, da “processo fondativo”, “percorso comune”, e altre amene puttanate di questo tipo).

Questo sì sarebbe un furto di rappresentanza a quel milione di elettori che hanno votato la lista Tsipras prchè non volevano votare il Partito democratico. Sarebbe come se gli elettori leghisti scoprissero dopo il voto che una parte dei loro dirigenti vogliono confluire in Noi Sud, come se chi ha votato Giovanardi si ritrovasse in una costituente con Pannella (e viceversa), come se un elettore grillino si ritrovasse in un progetto comune con Forza Italia. Tutto è legittimo, certo, perché esiste la libertà di mandato. Ma nulla può impedire che appaia anche ridicolo: non è una bella figura quella dei generali che abbandonano il proprio esercito, ma lo è ancora meno quella di coloro che lo fanno dopo una battaglia vinta sul filo di lana.

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