Merkel e i falchi, è tutto un gioco delle parti

Merkel e i falchi, è tutto un gioco delle parti

Merkel che “sconfessa i falchi” Weidmann e Schäuble? Curioso. Mentre agenzie e giornali  italiani rigurgitano della presunta notizia, nella stampa tedesca non si trova un solo rigo neppure a cercarlo con il lanternino. A dire il vero, nemmeno la grande stampa francese o anglosassone registra una simile rottura, che sarebbe a dir poco clamorosa se fosse vera. Se davvero la cancelliera tedesca avesse «cestinato» il rigore del presidente della Bundesbank e del suo ministro delle Finanze in nome della «flessibilità» in salsa italica sarebbe un notizione che avrebbe fatto colare fiumi di inchiostro, a cominciare dai “templi” del rigorismo: la Frankfurter Allgemeine Zeitung e lo Handelsblatt. Invece niente. Tutti distratti? Difficile. Siamo di fronte all’ennesimo esempio di fantasia al potere, in nome della notizia sexy che oltretutto fa comodo a Palazzo Chigi (il quale ci ha certamente messo del suo con un sapiente “spinning”).

Eppure, basta ascoltare con attenzione quello che ha detto la cancelliera e il suo entourage. «Tutta la flessibilità di cui abbiamo bisogno per superare i problemi – ha dichiarato un paio di giorni fa – si trova in strumenti già presenti nell’attuale Patto di stabilità». Notare bene: «strumenti già presenti». E mercoledì, nel dibattito sul summit Ue di questa settimana, ha ribadito: «il Patto indica da un lato chiari “guard rail” e limiti per i deficit pubblici, dall’altro contiene numerosi elementi di flessibilità. Dobbiamo usarli entrambi, come già è stato fatto in passato». In effetti, consentire due volte alla Francia di spostare il ritorno del deficit sotto il 3 per cento, o all’Italia nel 2013 di fare più deficit per pagare i debiti della pubblica amministrazione per rilanciare l’economia sono un esempio concreto di questa flessibilità già attuata. E il Patto già prevede di tenere in conto “fattori ciclici”, o emergenze impreviste, e oltretutto già ormai si parla del più nebuloso deficit strutturale (al netto di fattori ciclici e una tantum) anziché di quello nominale.

Merkel stessa però ha avvertito più volte, come ha fatto questa settimana il suo portavoce Steffen Seibert, che «il rispetto delle regole è cruciale per la credibilità del Patto». È esattamente lo stesso che ha detto il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che secondo i media italiani sarebbe tra quanti la Merkel avrebbe «sconfessato». «Il governo federale – avvertiva anche una fonte dell’esecutivo tedesco – osserva con preoccupazione che, sebbene i deficit dell’eurozona siano diminuiti, sono invece aumentati i debiti pubblici. Restiamo convinti che non si possa finanziare a debito la crescita, e che dunque riforme strutturali e risanamento dei conti debbano continuare». Chi scrive ha chiesto a un’altra fonte del governo tedesco un commento sui titoli italiani. Risposta: «Totali fesserie. La cancelliera è stata chiara: il Patto di stabilità è il Patto di stabilità». Non basta, semmai chi è stato sconfessato duramente dalla Merkel è stato il suo vice, il leader socialdemocratico Sigmar Gabriel. Lui sì aveva parlato di un allentamento del patto in cambio di riforme, salvo poi vedersi costretto a rimangiare le sue stesse parole.

Intendiamoci, non si può negare un cambiamento di toni e accenti da parte della leader tedesca, che solo pochi mesi fa non si sarebbe sognata di parlare con tanta insistenza di “flessibilità”, sia pure nel pieno rispetto delle regole del patto. O di usare, come ha fatto mercoledì al Bundestag, l’espressione «risanamento dei conti favorevole alla crescita». La cancelliera sa che Italia e Francia hanno un problema (è preoccupata più ancora per Parigi che per Roma), e che hanno disperatamente bisogno di ossigeno. Ed è certamente intenzionata ad andare loro incontro sfruttando al massimo le possibilità esistenti. Non a caso parla spesso di strumenti come la Banca europea per gli investimenti, che potrebbe erogare prestiti senza toccare i bilanci nazionali. E magari, anche se è presto per dirlo, potrebbe chiudere un occhio se l’Italia davvero arriverà al pareggio di bilancio strutturale nel 2016 anziché, come chiesto da Bruxelles, già nel 2015. Purché naturalmente le riforme si facciano.

Lì però finisce e, assicurano varie fonti tedesche, al di là dei toni più duri Angela Merkel potrebbe sottoscrivere punto per punto le dichiarazioni di Weidmann e Schäuble: guai ad annacquare il Patto, o cedere a richieste come “scorporare” alcune spese (peraltro non lo chiede più neppure l’Italia), o allungare ad libitum i tempi per rientrare nei limiti. O peggio, consentire che i debiti pubblici continuino a crescere senza sosta. Semmai, è un gioco delle parti: lei concede un’“apertura” su cose in realtà già esistenti per fare un favore a Hollande, ma soprattutto a Renzi, i “falchi” avvertono però i “latini” a non allargarsi e pensare a uno stravolgimento nei fatti del Patto. È il classico “good cop-bad cop” (tecnica del poliziotto buono-poliziotto cattivo, ndr), ma il messaggio dei tre è assolutamente omogeneo. Italia e Francia, insomma, possono aspettarsi comprensione e attenzione, ma non improbabili regali o eccezioni. Del resto, lo hanno capito. Soprattutto Matteo Renzi, che ha rinunciato a parlare di “modifica del Patto” o anche di “scorpori” o simili. 

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