Per Juncker la Commissione è sempre più un miraggio

Per Juncker la Commissione è sempre più un miraggio

Più passa il tempo, più sembra complicarsi la partita per le nomine Ue, soprattutto per quella del presidente della Commissione. A sentire molti diplomatici, sebbene uno dei più prestigiosi possibili candidati, il direttore del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, si sia ufficialmente “sfilato”, le chance per il “vincitore” delle europee, il popolare Jean-Claude Juncker, si stanno assottigliando. «Sarei molto sorpreso — dice un alto diplomatico di un grande Stato membro — se il lussemburghese alla fine ce la facesse».

Il fronte anti-Juncker, è in effetti bellicoso e rischia di allargarsi. Parliamo del premier britannico David Cameron, anzitutto, ma anche dei “colleghi” di Svezia (Fredrik Reinfeldt), Olanda (Mark Rutte) e Ungheria (Viktor Orban). Anche Matteo Renzi al G7 della scorsa settimana a Bruxelles è apparso quanto meno freddo rispetto a Juncker («nessun candidato ha avuto la maggioranza assoluta, nessuno può porre veti o diktat, ci vorrà una soluzione di consenso»). La partita registra questi lunedì e martedì una nuova tappa, con la cancelliera tedesca Angela Merkel a colloquio in Svezia con i principali “anti-Juncker”: Cameron, Reinfeldt, e Rutte. Lo svedese si è peraltro premurato di presentarsi al minivertice di Harpsund, 700 chilometri a nord di Stoccolma, con un’intervista sparata in prima dal Financial Times. Un’intervista in cui ribadisce il suo no secco alla nomina di Juncker. «Per me, per la Svezia — dice Reinfeldt — è da mettere in discussione il processo stesso (con la nomina di «candidati di punta» alle europee, ndr). Non sosteniamo l’idea perché escluderebbe tutta una serie di possibili presidenti della Commissione». È anche il refrain di Londra (che però ce l’ha anche personalmente con Juncker), ma anche di Rutte e Orban. E anche lo stesso Renzi ha spiegato di voler prima «il programma» e poi parlare di nomi, mentre il presidente francese François Hollande è stato poco chiaro, a volte è parso sostenere Juncker, in altre dichiarazioni è apparso molto più perplesso.

In realtà crescono i dubbi se davvero Juncker sia la risposta giusta all’avanzata degli euroscettici e dei dubbi di tanti che hanno votato per partiti “normali”, e alle importanti sfide che l’Ue si trova di fronte. «Dieci anni fa sarebbe stato un fantastico presidente, quasi come Jacques Delors — commenta un diplomatico — ma gli anni non passano invano e Juncker è ora stanco e affaticato». I maligni dicono che sia un po’ troppo affezionato alla bottiglia, e questa è una nomea — giusta o sbagliata che sia — che non giova all’ex premier del Granducato. Certo è che comunque anche durante i dibattiti televisivi e nelle conferenze stampa è apparso opaco, poco brillante.

La decisione dipende da Angela Merkel, che ha le chiavi della partita. Si sa che non è mai stata entusiasta del lussemburghese, quando diede il suo sì al vertice Ppe a Dublino al nome di Juncker non si aspettava la «dinamica» che si è poi sviluppata. Certo è che ora proprio questa “dinamica” la sta mettendo sotto forte pressione in patria, con la stampa – dal potentissimo tabloid Bild al settimanale Der Spiegel schierato per il “rispetto” della volontà popolare (anche se, sondaggi alla mano, appena il 10 per cento dei tedeschi sapeva chi fosse Juncker al momento del voto). La Merkel vuole tenere a bordo nell’Ue la Gran Bretagna, e riesce male a immaginare di imporre a colpi di maggioranza qualificata (prevista dai trattati Ue per la nomina del presidente della Commissione) un nome inviso a un Paese di primo piano come il Regno Unito, ma anche a Paesi più piccoli ma importanti come Olanda e Svezia. Per non parlare di Francia e Italia. Qualcuno ha messo in giro la voce che Juncker – oggetto di pesantissimi attacchi della stampa britannica (da ultimo il Sun ha parlato di un «nazi link» visto che suo padre fu coscritto a forza dalla Wehrmacht nella seconda guerra mondiale) — potrebbe gettare la spugna. Il settimanale Der Spiegel ha addirittura scritto (ma è stato seccamente smentito da un portavoce) che il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy «si aspetta» che il lussemburghese si ritirerà. Se Juncker uscisse di scena ritirandosi spontaneamente, però, si passerebbe a un altro incubo per la leader tedesca: le rivendicazioni del socialdemocratico Martin Schulz — arrivato secondo alle elezioni — di provarci lui. La Merkel non lo vuole a Bruxelles — almeno non nella Commissione. Si dice che non lo voglia neppure come semplice commissario, carica cui il socialdemocratico aspira. «La cancelliera potrebbe esser tentata dal liquidare Juncker per liberarsi in un colpo anche di Schulz», commentano fonti diplomatiche Ue. Dovrebbe però trovare una spiegazione convincente per l’opinione pubblica soprattutto in patria. E convincere anche il Parlamento europeo, che deve approvare a maggioranza assoluta il nome indicato dal Consiglio europeo.

Intanto, continua a Bruxelles il toto-nomine. I più gettonati sono quelli del premier irlandese, gradito a Londra, Enda Kenny, popolare, ma anche dell’ex premier finlandese (anche lui popolare) Jyrki Katainen, che si è dimesso a sorpresa di tutti, ad aprile, in vista di non meglio precisate «cariche Ue». Riemerge però anche un altro nome rilanciato soprattutto dalla stampa francese: quello dell’attuale commissario al Mercato Interno Michel Barnier. Un popolare iscritto all’Ump di Nicolas Sarkozy ma che, scrive Le Monde, potrebbe essere “digeribile” da Hollande, oltre ad esser gradito a Londra (a Bruxelles ha difeso il mercato interno e i principi del liberismo in un modo che ai britannici è piaciuto), e forse persino al Parlamento europeo, visto che si era ufficialmente candidato alla presidenza della Commissione, salvo poi dover farsi da parte per lasciar passare Juncker. Certo è che i principali gruppi dell’Europarlamento (popolari, socialisti, liberali e verdi) insistono che non voteranno per nessun nome che non sia uno dei candidati. La storia insegna però che molte pronunce categoriche di Strasburgo sono risultate a conti fatte ben meno granitiche. La partita, comunque, è ancora lunga. «Impossibile immaginare dove saremo a fine giugno» ha detto la stessa Merkel. Nessuno, del resto, può ancora definitivamente escludere che Juncker alla fine ce la farà.

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