I grillini si appellano al Papa per salvare la domenica

I grillini si appellano al Papa per salvare la domenica

Una santa alleanza per salvare le domeniche festive. Potrebbe suonare così la richiesta di sostegno avanzata dai Cinque Stelle a Papa Francesco. Un endorsement pontificio nella battaglia parlamentare che i grillini combattono dall’inizio della legislatura contro il decreto Salva Italia del governo Monti. E in particolare contro la liberalizzazione delle aperture degli esercizi commerciali. «Ci appelliamo alla sensibilità del Papa – racconta il deputato M5S Michele Dell’Orco, primo firmatario di una proposta di legge in materia – Perché lanci un nuovo monito sulla questione. Solo un suo intervento può attirare l’attenzione su questo problema». E non si tratta dell’invocazione di un parlamentare un po’ troppo religioso. Proprio in questi giorni a Montecitorio il gruppo dei Cinque Stelle sta valutando la possibilità di recapitare un appello in Vaticano.

Il tema non è nuovo. La vicenda risale al dicembre 2011, quando il governo tecnico di Mario Monti ha inserito nel decreto Salva Italia la possibilità per gli esercizi commerciali di aprire senza vincoli. Da Natale a Capodanno, domeniche comprese. Un intervento per rilanciare i consumi e sostenere la ripresa economica, improntato al principio della libera concorrenza. Ma finito al centro delle polemiche. Fin dai primi giorni i piccoli esercizi commerciali hanno gridato allo scandalo, denunciando i rischi delle “aperture selvagge”. Considerate, nella migliore delle ipotesi, un indebito favore alla grande distribuzione organizzata. 

«È arrivato il momento di domandarci se lavorare la domenica è una vera libertà»

A difesa delle domeniche festive è schierato da tempo il Vaticano. Anche il Pontefice, oggi invocato dai grillini. Pochi giorni fa Papa Francesco è intervenuto con decisione sull’argomento. «Forse — le sue parole durante una visita a Campobasso — è arrivato il momento di domandarci se lavorare la domenica è una vera libertà». Una riflessione non solo religiosa. «È un tema che non interessa solo i credenti, ma interessa tutti come scelta etica – le parole del Pontefice – La domenica libera dal lavoro sta ad affermare che la priorità non è all’economico, ma all’umano, al gratuito, alle relazioni non commerciale ma familiari, amicali. Per i credenti alla relazione con Dio e con la comunità». 

Stando attenti a non confondere il sacro con il profano, l’attenzione torna in Parlamento. Dall’inizio della legislatura, il Movimento Cinque Stelle combatte a Montecitorio una battaglia contro la liberalizzazione delle aperture dei negozi. Non è il solo. Nell’ultimo anno, alla proposta di Dell’Orco se ne sono affiancate altre sei (uno è un progetto di legge popolare nato su iniziative di Confesercenti). Adesso in commissione Attività produttive qualcosa inizia a muoversi.

Lo scorso 18 giugno il comitato ristretto ha approvato un testo base. Un documento – il relatore è il Pd Angelo Senaldi – per cercare una sintesi tra le numerose proposte di legge presentate. Per mitigare gli effetti del decreto Salva Italia, il testo prevede l’obbligo di dodici chiusure annue per gli esercizi commerciali. Serrande abbassate in corrispondenza delle principali festività religiose e civili. Da Ferragosto al 1° Maggio, passando per la festa della Repubblica del 2 giugno, Natale e Santo Stefano. Saranno i comuni, però, a poter individuare fino a sei deroghe, spostando la chiusura prevista in un altro giorno dell’anno. «Ecco il punto – racconta Senaldi al telefono – Non ci sono particolari vincoli e non si parla di domeniche». In aggiunta, il testo prevede l’istituzione di un fondo per il sostegno delle micro, piccole e medio imprese del commercio. 

Il confronto in commissione è aperto. Per ora tutti i gruppi hanno dato il proprio assenso al testo base. Si sono astenuti solo Scelta Civica – contraria a modificare il decreto di Monti – e i Cinque Stelle. «Ma il nostro è solo un segnale politico» conferma Dell’Orco. «Il testo base è un buon inizio. Dodici chiusure vanno bene, anche se ci aspettiamo molto di più. Vorremmo lasciare maggiore possibilità di scelta agli enti locali». Con ogni probabilità la proposta di legge arriverà in Aula dopo la pausa estiva. Mancano ancora alcune audizioni, poi si partirà con l’esame degli emendamenti. Considerato l’intasamento dei lavori nelle commissioni – alle prese con diversi decreti in scadenza – è facile immaginare che i lavori non finiranno prima della metà di settembre. 

Confesercenti ha presentato un’indagine sugli effetti delle “aperture selvagge”

Intanto si iniziano a tirare le somme sulla liberalizzazione voluta dal governo tecnico. Pochi giorni fa Confesercenti ha presentato un’indagine sugli effetti delle “aperture selvagge”. I risultati non sembrano positivi. Complice la crisi economica, tra il 2012 e il 2013 il settore ha perso oltre 100mila posti di lavoro. «La liberalizzazione – ha chiarito il segretario generale di Confesercenti Mauro Bussoni – avrebbe dovuto stimolare la concorrenza, favorire nuova occupazione e rilanciare i consumi attraverso l’incremento delle occasioni di acquisto per le famiglie italiane. Constatiamo che l’intervento non ha raggiunto alcuno dei tre obiettivi». A due anni dall’approvazione della norma, il saldo tra aperture e cessazioni di attività è in negativo di quasi 40mila unità. 

In commissione Attività produttive quasi nessuno si stupisce. Durante i lavori che hanno preceduto la presentazione del testo base, i dati dell’Istat sono stati studiati con attenzione. «La diminuzione del potere di acquisto delle famiglie – racconta Senaldi – si è accompagnata a un crollo dei consumi». E la liberalizzazione selvaggia forse non è la risposta. Specie se – come denunciano i piccoli esercizi commerciali – a guadagnarci è solo la grande distribuzione organizzata. «Personalmente – continua Senaldi – credo che per tutelare la concorrenza sia necessario garantire una pluralità di attori sul mercato».

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