La brutta fine della moneta unica austro-ungarica

La brutta fine della moneta unica austro-ungarica

Cosa c’entra l’Euro con l’unificazione monetaria dell’Austria-Ungheria? Ce lo spiegano Christophe Blot e Fabien Labondance in uno studio che confronta l’Euro a varie aree monetarie, fra cui gli Stati Uniti, di cui già si è molto discusso. Originale e nuovo è invece il paragone con l’Austria-Ungheria.

Quando fu creata la monarchia duale d’Austria e Ungheria, i due reami mantennero bilanci separati e autonomi in un contesto di libera circolazione dei capitali e delle merci e con una moneta unica, il Fiorino Austro-Ungarico. In aggiunta, solo alcuni capitoli di spesa pubblica furono messi in comune con il vincolo che il loro saldo restasse sempre in pareggio, per non interferire con i bilanci dei due Regni. La politica monetaria fu affidata a un soggetto terzo e indipendente, la OBU Osterreichische-Ungarische Bank, di natura giuridica privata (vi suona familiare?).

Proprio così! Nonostante sia bene non cadere in (troppo) facili parallelismi, almeno nei suoi tratti generali quell’entità sovranazionale ricorda l’Europa attuale: due politiche fiscali e di bilancio separate e “gelose” della loro autonomia (carica di significati metaeconomici), che per necessità, più che per vera e propria scelta, richiedevano una politica monetaria super partes, equidistante, neutrale e per ciò stesso rigida.

Nella ricostruzione dei due autori, tra il 1867, data di creazione del nuovo assetto statuale, e il 1892, anno dell’aggancio del Fiorino all’oro, ci fu una graduale crescita di importanza per gli obiettivi di controllo dell’inflazione, mantenimento della stabilitá monetaria e difesa del valore esterno della moneta. I target monetari finirono per avere il sopravvento nelle scelte della Obu e, in mancanza di collaborazione tra le politiche economiche dei due Regni e tra queste e la Obu, il sopravvento anche nella politica economica in generale.

Ieri come oggi, finché l’economia ha goduto di buona salute, non ci furono problemi. Viceversa, quando cominciarono a diventare evidenti i segnali irreversibili di declino politico ed economico dell’Impero (gli stessi che hanno concorso allo scoppio della Grande Guerra), di pari passo aumentarono le pressioni dei due Governi per guadagnare maggior influenza sulle scelte di politica monetaria. In particolare, si ottenne che la metà del Consiglio di Amministrazione della Obu fosse di nomina governativa, con la evidente intenzione di disegnare mix di politiche economiche a carattere espansivo e di supporto alla politica fiscale.

Non sapremo mai come sarebbe andata a finire. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ha interrotto i tentativi di evoluzione istituzionale allora in corso, oltre a ridisegnare la mappa politica dell’Europa con la scomparsa dell’Austria-Ungheria e della Prussia. Né quanto accadde dopo può servire per capire rischi, costi, benefici e dinamiche della rottura di un’area monetaria sovranazionale. I due autori lo affermano espclicitamente: la fine del Fiorino Austro-Ungarico, e la successiva adozione di due monete separate per l’Austria e l’Ungheria, avvenne in condizioni storiche estreme (la Guerra Mondiale, la sconfitta degli Imperi centrali, la breve parentesi della Repubblica Popolare di Ungheria, la fine dell’Ottocento, etc.).

Non è quindi possibile alcuna trasposizione nel tempo a una ipotetica dissoluzione dell’Euro. Per di più, non era solo la dicotomia economia reale – economia monetaria che non funzionava. Politiche macroeconomiche anticicliche e di stabilizzazione devono, per essere afficaci, poter fare affidamento su un sistema di welfare sufficientemente sviluppato e su una concezione e un ruolo dello Stato molto diversi da quelli tipicamente ottocenteschi (paternalistici e patrimoniali) dell’ultimo Impero d’Europa.

Proprio mentre sintetizzano questi fatti, Christophe Blot e Fabien Labondance invitano alla massima prudenza, perché il mondo da allora è completamente cambiato, e riconoscere i nessi di causalità – già di per sé impresa “eroica” nei macrosistemi socio-economici-politici – potrebbe in questo caso essere addirittura impossibile o vano.

Forse però un insegnamento molto generale può essere tratto: conviene non aspettare l’ultimo momento prima di metter mano a ammodernamenti e miglioramenti del sistema istituzionale e di governance dell’economia. L’Austria-Ungheria si cullava dell’intramontabilità degli allori asburgici e si convinse a provare a cambiare solo quando già risuonavano le cannonate del primo conflitto mondiale.

Con questo non si vuol certo sostenere che la riforma del modo in cui si faceva politica economica in Austria-Ungeria avrebbe cambiato i fatti di inizio Novecento. Chi mai lo può dire? Non si vuol neppure affermare che la strada giusta fosse quella, dopo l’estremo della politica monetaria totalmente insensibile alla congiuntura (il gold standard), di una banca centrale direttamente rispondente ai Governi (il processo che era stato in fretta e furia avviato). Sarebbe stato un eccesso opposto.

Tuttavia, se nei quasi cinquanta anni di vita della monarchia bicefala, dal 1867 al 1918, le riforme della governance economica fossero iniziate prima – e proseguite gradualmente – avrebbero potuto essere completate (sono state pensate in fretta e interrotte dalla guerra) e così divenire strumento in più per la risoluzione dei problemi.

E allora, ripetiamocelo una ultima volta: non aspettiamo che il cambiamento sia l’ultima scelta a disposizione, disperata come quasi tutte le ultime scelte.

Per saperne di più:

Christophe Blot e Fabien Labondance, Réformer la zone euro: un retour d’expériences,Revue du Marché Commun et de l’Union Européenne (n. 566)

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