Democrazia direttaNessuna fine, il nuovo quorum rilancerà i referendum

Nessuna fine, il nuovo quorum rilancerà i referendum

In Italia si stanno restringendo gli spazi della democrazia? Secondo i critici delle riforme istituzionali messe in cantiere dal governo, sì. Se queste dovessero vedere la luce nella formulazione attuale, il Senato non sarà più un organo eletto dai cittadini, per le leggi di iniziativa popolare sarà necessario raccogliere 250mila firme invece di 50mila e i referendum abrogativi saranno ammessi se le firme raccolte saranno più di 800mila (contro le 500mila attuali). Tanto basta per far parlare ad alcuni – parlamentari M5S e non solo – di “svolta autoritaria”.

I sostenitori della riforma fanno però notare che la trasformazione del Senato in organo elettivo di secondo livello marcia di pari passo con la fine del bicameralismo perfetto, per cui Palazzo Madama sarà di norma escluso dal procedimenti di formazione delle leggi, salvo limitate – per quanto importanti – eccezioni. Le leggi di iniziativa popolare sono poi uno strumento che finora non ha funzionato: nella XVI legislatura ne sono state presentate 27, di cui una sola approvata, 15 sono state assegnate alle competenti commissioni senza mai essere discusse, nove hanno iniziato l’esame e lì si sono fermate, una è ancora da assegnare. Alzare la soglia di presentazione dovrebbe (ma di questo non c’è alcuna garanzia nel testo della riforma) spronare il Parlamento ad avere maggior considerazione di quelle proposte che riescono a superarla.

E poi c’è il “nuovo” referendum abrogativo. L’innalzamento del numero di firme necessarie suscita le critiche di molti, tra cui quel Marco Pannella, padre della stagione referendaria italiana. Secondo il leader dei Radicali solo le grandi organizzazioni sarebbero in grado di raccogliere un numero tanto elevato di firme. Anzi, considerando l’ultimo caso dei referendum radicali sulla giustizia appoggiati da Forza Italia e nonostante questo non arrivati al traguardo delle 500mila firme, lo scoglio rischia di essere proibitivo per chiunque. Contro questa argomentazione milita però un altro caso: il referendum sul “Porcellum” per cui nel 2011 vennero raccolte in appena due mesi – e da un comitato promotore senza grandi organizzazioni al suo interno – oltre un milione di firme. La consultazione non ebbe mai luogo perché, dopo il via libera della Cassazione, fu la Corte Costituzionale a ritenerlo inammissibile: avrebbe lasciato un inaccettabile vuoto legislativo.

Nel disegno di riforma l’innalzamento del numero di firme è comunque controbilanciato da un nuovo sistema di calcolo del quorum: non più il 50 per cento più uno degli aventi diritto ma il 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Applicato retroattivamente, questo sistema non avrebbe cambiato granché nella storia italiana: dal 1974 (referendum sul divorzio, primo della storia repubblicana) fino al 1990 il quorum viene sempre raggiunto e la percentuale di affluenza alle urne è talmente alta che la differenza sarebbe stata scarsa (dal 50% si sarebbe scesi al 44%); il referendum sulla caccia del 1990, fermatosi al 43% circa degli aventi diritto, seppur di poco non ce l’avrebbe fatta comunque (nel 1987 votò l’89% degli italiani, e il quorum sarebbe stato al 44,5%); quasi tutte le consultazioni successive non arrivate al quorum (1997 e 2000 i referendum radicali su giustizia e altro, 2003 sull’articolo 18, 2005 sulla procreazione assistita, 2009 sul sistema elettorale) si sono fermate tra il 25% e il 35% degli aventi diritto, troppo lontano dal quorum perché un diverso calcolo (affluenza, pure in calo, è rimasta sopra all’80%  fino al 2006) potesse fare la differenza. Unica eccezione il referendum del 1999 per l’abolizione della quota proporzionale nelle elezioni della Camera dei deputati, promosso da Segni e Di Pietro, che arrivò al 49,6% degli aventi diritto: in questo caso se il quorum fosse stato calcolato sull’affluenza alle ultime politiche (nel 1996 votò l’82,91% degli elettori), il referendum sarebbe passato.

Se nel passato sarebbe cambiato poco, guardando al futuro questa modifica del calcolo del quorum potrebbe essere promettente e, contrariamente a quanto temono i detrattori, allargare gli spazi della democrazia diretta in Italia. Alle ultime politiche (2013) ha votato il 72,2% degli aventi diritto: il “nuovo” quorum per un eventuale referendum sarebbe quindi del 36,1%, una soglia non irraggiungibile. E se dovesse confermarsi la progressiva disaffezione del popolo italiano verso le urne l’asticella da superare si abbasserebbe ulteriormente nelle successive elezioni, con la possibilità di attivare un circolo virtuoso. Finora infatti molti referendum non hanno raggiunto il quorum perché i contrari a un eventuale esito positivo della consultazione potevano contare sulla somma tra astensione fisiologica e astensione volontaria per ottenere il risultato desiderato, e non sull’espressione nell’urna di un voto negativo. Ma se la soglia dovesse scendere fino a circa un terzo degli aventi diritto sarebbe molto rischioso per chiunque sperare in una vittoria dell’astensione. A quel punto forse i referendum tornerebbero ad essere tenuti in considerazione non solo dai favorevoli ma anche dai contrari e le percentuali di votanti in questo tipo di consultazioni tornerebbero a salire.

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