
La comicità, quella genuina, vera, innata, è una catena ininterrotta che prende avvio da un punto di partenza A e si slega in un susseguirsi di momenti, di luoghi e di vettori fino al punto di arrivo B. Cambia, cresce, evolve ma non si ferma. Ci sono casi, non così rari, in cui è possibile individuare senza ombra di dubbio il punto sorgente della catena. La A proiettata verso un B, esistente, immaginario o prevedibile. Per un certo gruppo di comici la A è ancorata al dicembre del 1973 e la catena si srotola placidamente per tutto il 1974, per poi diventare altro, perdere qualche anello e rimanere come un ferro incrostato di salsedine e patelle aggrappata a un vecchio molo.
Alla base del ferro c’è un nome, a sua volta anello di una catena che ha nel nostro A il suo punto di arrivo. Michael O’Donoghue, editor di National Lampoon , la rivista satirica fondata ad Harvard da Douglas C. Kenney e che è il progenitore di quello che sto per raccontare. O’Donoghue aveva pubblicato con National Lampoon un disco dal titolo Radio Dinner, composto di parodie e sketch e che sarebbero diventate il prototipo — in grado di convincere l’editore Matty Simmons — della National Lampoon Radio Hour, che per tutto il ’74 ha rappresentato un riferimento per la comicità da seconda serata, e per tutto il resto dei quarant’anni a venire ha rappresentato un unicum comico difficilmente raggiungibile.
Un passo indietro: scrivere di tutto ciò che è targato National Lampoon è come scrivere delle origini dell’uomo. Non si sa bene che argomenti trattare perché tutto sembra dannatamente importante e degno di nota. Però l’esistenza della NLRH offre l’impagabile opportunità di focalizzarsi su un prodotto particolare, che avrebbe poi aperto la strada alla comicità visiva del marchio, sfociando come una piena di materiale viscoso e condito di parrucche improbabili, baffi finti e almeno un’anguria esplosiva, destinato a intaccare prima la televisione e poi il cinema. IlSaturday Night Live all’epoca della sua prima stagione — il cui intero cast originario è composto da attori e scrittori provenienti da NLRH — e pietre miliari come Caddyshack, Vacation, Animal House e The Blues Brothers.
Trasferire la comicità della rivista di Kenney in un’ora di trasmissione radio, l’idea era semplice e il materiale umano c’era. Parliamo di John Belushi, naturalmente, Dan Aykroyd, Chevy Chase, i fratelli Murray, Bill e Brian , Christopher Guest, Gilda Radner , Harry Shearer, Harold Ramis, Joe Flaherty, Richard Belzer, Tony Scheuren, Windy Craig, Flo & Eddie, George Coe, Gary Goodrow, Norman Rose, per citarne alcuni che nel futuro non tanto lontano avrebbero spaccato in due gli schermi. Parliamo di gente che avrebbe costruito il futuro della comicità americana, e non a caso. Leggende, probabilmente.
A discapito del nome, la NLRH si è dimezzata dopo tredici episodi: il materiale necessario a coprire un’ora di trasmissione era moltissimo e il pozzo di National Lampoon era ricco, ma non infinito. Chevy Chase era quello che appariva per primo nelle fotografie, anche se il merito dell’inventiva andava quasi tutto a O’Donoghue e Bob Tischler — che aveva già lavorato a Radio Dinner — e anche se il figlio prediletto della trasmissione, quello che avrebbe preso il posto di un O’Donoghue sfibrato, sul punto di lasciare anche il magazine oltre che lo show, nella primavera del 1974, sarebbe stato Belushi, come direttore creativo. Brian Doyle-Murray era quello che organizzava le feste nella metropolitana, improvvisava lo svuotamento degli uffici di Madison Avenue per cercare di incunearsi nel business delle piscine coperte, invitava Bowe e quando questi declinava si vestiva da Bowe. Anche se poi sarebbe stato il fratello minore Bill a incarnare il lato spostato della famiglia. La vena comica della National Lampoon Radio Hour era scioccante e viaggiava nell’etere in maniera imprevedibile, settimanalmente, ma senza mai contare su un appuntamento fisso. Traghettata alle orecchie in ascolto da qualcosa come seicento diverse stazioni locali, ognuna con la sua lingua, ognuna con il suo gusto, ma tutti ipnotizzate dalla perfezione degli sketch, dal cadere al millimetro dei tempi comici e dell’incarnare un sentimento così giusto — per epoca e taglio — da ricordare molto da vicino gli esordi radiofonici di John Cleese, Michael Palin e Graham Chapman alla BBC. Quello che poi sarebbe diventato il Flying Circus, quelli che poi si sarebbero chiamati Monty Python.
Sentire quei ragazzi, quegli attori straordinari e così straordinariamente spontanei, allora poco più che trentenni, masticare le parole e trattenere le risate dietro il filtro di un microfono, dà la dimensione di quella che era l’industria di allora. Inventare e costruire, mettere pezzo su pezzo di un genio che era troppo presto per chiamare carriera, ma che poi si sarebbe tradotto in una carica esplosiva che aveva nella NLRH la sua miccia, che tutti ne fossero consapevoli o meno.
La National Lampoon Radio Hour ha chiuso i battenti il 28 dicembre 1974, lasciandosi dietro poco più di un anno di puro splendore, qualche album, e deflagrando nella galassia dell’entertainment una manciata abbondante di schegge impazzite. Non sarebbero passati più di dieci mesi prima che la voce di Chase — la stessa che aveva imitato, schernito e trafitto le orecchie d’America per mezz’ora alla settimana — annunciasse per la prima volta: «Live, from New York, it’s Saturday Night!», passando per sempre alla storia.