La strategia del candidato Charlie Brown

La strategia del candidato Charlie Brown

Prima di raccontare questa storia, ci sono alcune cose da precisare: il Tennessee è lo stato più rosso degli Usa — rosso in senso sbagliato, se fosse il caso di precisare — ed è dal 1979 che i governatori vengono sistematicamente rieletti per il secondo mandato, senza troppa speranza per il candidato (democratico, quasi sempre) che si trovano contro. In realtà anche sul ’79, anno in cui la rielezione non è avvenuta, c’è bisogno di una precisazione: Ryan Blanton, che ricopriva la carica, era appena stato condannato a ventidue mesi di carcere per frode postale. Quindi, diciamo, conta fino a un certo punto. Poi: non è la prima volta che i democratici candidano uno sconosciuto. Un paio di anni fa è stato avviato sulla strada verso il Senato tale Mark Clayton, carpentiere di Nashville, noto teorico del complotto e acceso detrattore della causa omosessuale, con picchi di omofobia e una poltrona alla vice presidenza di un’associazione anti-gay. Imbarazzante, quantomeno.

Detto questo, il resto della storia è quasi tenero. In uno scenario deturpato, scosso, destabilizzato, la tassa di iscrizione alla candidatura, prevista dalla base del partito e variabile da Stato a Stato, è azzerata e il numero di firme necessarie a correre come governatore è ai minimi storici. Senza dover mettere mano al portafogli e con la necessità di soli venticinque consensi per lanciarsi in politica, fuori dai banchetti per finanziare la campagna dovrebbe esserci la fila. Ma non è così. Anzi, i candidati democratici si trovano in mezzo alla bagarre quasi inconsapevoli, senza nessuna voglia di partecipare — o con delle idee bislacche — e sicuramente senza nessuna speranza di vincere. Le sorti dello Stato rimarranno nelle mani di Bill Haslam, che nel 2010 ha condotto una campagna milionaria, forte di un patrimonio personale che si aggira attorno al miliardo di dollari, a discapito del suo probabile contendente (ci sono ancora le primarie da passare), l’inconsapevole, tutt’altro-che-volontario, Charles V. “Charlie” Brown.

Di Charlie Brown fino a qualche giorno fa non c’era praticamente traccia in Rete, se non questa pagina Facebook, sguarnita e un po’ triste, minata tra le altre cose da un errore di battitura nel nome dello stesso candidato. Sappiamo che ha 72 anni, gran parte dei quali spesi a girare per il Sud degli States impegnato nella sua attività di costruttore, è un cacciatore appassionato — e su questo fonda le poche idee politiche che ha — ha una moglie che si chiama Julia Sue e non ha un sito Internet (ma nemmeno gli altri candiati, riporta il Tennesseean).

La cosa veramente peculiare è che questo particolare candidato ha scelto, più o meno autonomamente e più o meno accerchiato dagli eventi, di non intraprendere alcuna campagna. Non si tratta solo di non prevedere alcun investimento, non organizzare banchetti né raccolte fondi — in realtà, scrive Caleb Hannan su Slate , qualcosa Brown lo ha chiesto, in forma privata — ma di rinunciare anche agli spot televisivi, ai cartelloni pubblicitari, ai cartelli di fronte a casa e al parlare con i vicini. «Non ho messo i cartelli, perché non credo nei cartelli» ha detto Brown ad Hannan, quando il giornalista è riuscito a raggiungerlo telefonicamente nella sua casa di Oakdale — 212 abitanti nel Tennessee più sincero. Quello che si è limitato a fare è stato scrivere agli editor di tutte le pubblicazioni che gli venissero in mente una lettera di invito piuttosto scalcinata che iniziava con «voglio far finire il culo al governatore Haslam — che Brown guarda con il giusto grado di sospetto — sulla sedia elettrica» e finiva con «per favore, unitevi alla Nra (National Rifle Association).

Non passi l’idea che Brown sia totalmente inconsapevole della sua posizione, però, perché, forse per far buon viso a cattivo gioco, forse perché era il suo piano fin dall’inizio, qualche idea vagamente orientata ce l’ha. Anzi, fonda la sua linea politica, con la quale marcerà comunque a testa alta verso la più alta carica dello Stato, su tre punti fondamentali e irremovibili, che gli sono apparsi da subito chiari, non appena ha ricevuto la chiamata a scendere in campo. «Ero al bordo della statale e qualcosa mi ha investito qui, nel petto. Mi sono messo in ginocchio e ho pregato» e altre cose del genere, hanno dato vita al trittico del candidato senza campagna.

Primo: la Bibbia torni a essere insegnata nelle scuole pubbliche («non sono un predicatore, capiamoci. Ma la Bibbia dice “lasciate che i pargoli vengano a me”», e come dargli torto?). Secondo: alzare il limite di velocità nello Stato da settanta a ottanta miglia all’ora («ma non so se posso. Mi hanno detto che posso»). Terzo: usare il suo stipendio da governatore per aiutare i suoi amici cacciatori («voglio comprare dei bei cervi grossi e liberarli nelle zone di caccia del Tennessee»).

Ora, la domanda è come, con queste premesse e al netto di tutti gli atteggiamenti sospetti che si possono attribuire a Haslam, Brown possa aver accumulato 92mila preferenze nei sondaggi, a detta sua pescate in un bacino che sorge attorno a un’associazione di cacciatori e coltivatori, ferventi impallinatori di scoiattoli. La risposta semplice sta nel vantaggio alfabetico che vuole Charlie in cima all’elenco dei candidati — lo stesso era accaduto a Clayton. La risposta complessa è che, in effetti, Brown non incarna soltanto il prototipo del cittadino poco istruito e sempliciotto che popola il vastissimo Sud, ma anche quello dell’elettore a caccia di semplificazioni di fronte a un sistema politico sempre più complesso e lontano dalle strade. Può sembrare un paragone inappropriato e forse abusato nel corso degli anni, ma quando nel 2008 Obama ha vinto le presidenziali, si appoggiava sullo strazio di un’amministrazione ai limiti dell’incomprensibile e abbracciava il sentimento delle minoranze fino ad allora silenti. Oggi, mentre gli apici del partito Democratico discutono sui massimi sistemi, la politica estera dell’amministrazione Obama ha preso un paio di buche non da poco, i repubblicani sono diventati amici delle banche — sai che novità — e si sono allontanati dal sentimento popolare, il Tea Party prende derive liberali e Occupy è una cosa da ragazzini, perché non dovrebbe essere il momento per l’anonimo Brown di fare sentire la sua voce, e valere la sua urgenza di grossi cervi da cacciare?

Non ha speranza di vittoria, e tornerà alla sua vita da pensionato con qualche bella storia da raccontare, però Charlie Brown è quanto di più vicino al sentimento di pancia degli elettori ci sia oggi nella politica americana. Teniamolo da conto.

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