Mario Draghi e l’Europa irriformabile #nonsoloitalia

Mario Draghi e l'Europa irriformabile #nonsoloitalia

Riforme, riforme e poi ancora riforme: è questa la ricetta della Bce che Mario Draghi ha illustrato ai suoi colleghi riuniti a Jackson Hole. Chi si aspettava l’annuncio di un prossimo quantitative easing (acquisto di titoli pubblici con creazione di base monetaria) è rimasto deluso. Forse anche questo intervento “non convenzionale” entrerà in futuro nella cassetta di attrezzi dell’Eurotower, ma per ora bisogna attendere. La Bundesbank non vuole e non lo vuole nemmeno Draghi: si tiene il bazooka per il momento in cui arriverà una nuova bufera dei mercati, adesso non vuole abbassare la guardia. I governi debbono fare la loro parte, la politica fiscale non può affidarsi alla supplenza della politica monetaria. Questo è il mantra recitato anche negli Stati Uniti.

Dunque, riforme, ma quali? Chi le deve fare? Draghi ha parlato urbi et orbi anche se non ha fatto nomi. In una nota al testo ha scritto anche “cuneo fiscale”, ed è evidente che in questo caso aveva in mente l’Italia. Il presidente della Bce ha detto che «occorre poi ridurre le imposte, ma in modo da non aumentare il deficit, abbassando le tasse in quelle aree in cui l’effetto espansivo di questa manovra è maggiore, riducendo contemporaneamente le spese improduttive dove l’effetto restrittivo di questi tagli è più basso». E questa sembra una ricetta buona soprattutto per la Francia. Cerchiamo dunque di dare un nome, un cognome e una indicazione concreta al grande totem riformatore attorno al quale si levano tanti canti di battaglia.

Matteo Renzi ha aperto molti cantieri politici e istituzionali, lasciando in secondo piano quelli economici

Sull’Italia si è già detto tutto e di più. La lettera inviata dalla Bce il 5 agosto 2011 contiene un elenco dettagliato di cose, alcune delle quali restano ancora da fare, come ad esempio la riforma del mercato del lavoro per rendere più facile l’assunzione e il licenziamento (così scriveva quella lettera). Il governo Monti ha realizzato la riforma delle pensioni e Matteo Renzi ha aperto molti cantieri, soprattutto politici e istituzionali, lasciando in secondo piano quelli economici, che invece sono prioritari, come gli ha spiegato Draghi durante il tête-à-tête nella villa di campagna a Città della Pieve. Molte di quelle riforme avranno effetti benefici solo tra alcuni anni. Ce ne sono due, invece, che possono dare risultati subito: una nuova normativa sul lavoro e la riduzione del cuneo fiscale in modo più organico e consistente rispetto agli 80 euro . Ma tutto questo è noto e dibattuto.

Molto meno si discute sulle riforme degli altri paesi. A preoccupare la Bce in questo periodo non è solo l’Italia, ma forse ancora di più la Francia. François Hollande dice chiaro e tondo che non può rispettare il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit Pil, e non vuole nemmeno farlo. Quest’anno il bilancio si chiuderà con un buco superiore al 4, con buona pace di Jean-Claude Juncker e di chi sarà il prossimo commissario per l’economia.

La Francia non rischia un attacco dei mercati visto che il suo debito ha un rating molto elevato. Ancora. Le agenzie si stanno rendendo conto che Parigi vive grazie a una rendita di posizione generata dall’asse con Berlino. I suoi fondamentali, invece, non sono affatto buoni. In questi anni ha evitato una recessione lunga e dura come quella italiana continuando a sostenere la congiuntura con la spesa pubblica, ciò ha creato distorsioni che si ripercuotono anche sul mercato del lavoro. Quanto a lungo potranno durare le trentacinque ore settimanali (che in concreto si traducono in lunghissime ferie lungo tutto l’anno) in presenza di un calo della produttività e degli investimenti? La richiesta francese di flessibilità che tanto piace anche agli italiani, in realtà è un alibi per non fare le riforme. Ormai è evidente, plateale, non sfugge più a nessuno. Tanto meno a Draghi.

Il presidente della Bce nella sua ultima conferenza stampa a Francoforte, ai primi del mese, ha sottolineato come la crescita sia ripresa nei paesi che si sono riformati. E aveva in mente chiaramente la Spagna dove il prodotto lordo è salito dell’1,2 per cento e la produzione industriale del 2,9. E tuttavia, accanto a questo risultato positivo, Madrid deve ancora fare i conti con cifre da far venire i brividi: la disoccupazione è al 25 per cento e rischia ornai di diventare una cancrena creando quella che gli economisti chiamano “isteresi” (cioè l’incapacità del tasso di disoccupazione di tornare al livello iniziale perché più a lungo si resta fuori del lavoro meno chance si hanno di trovarne un altro). Un quarto della forza lavoro si gira i pollici assistita dal governo e infatti il disavanzo pubblico viaggia perso il 6 per cento, il doppio rispetto al limite del patto di stabilità. E non c’è verso che possa scendere. Il saldo primario al netto degli effetti del ciclo è ancora negativo (l’Italia è in attivo per 4,7 punti del Pil). Di conseguenza, sale anche il debito: con un aumento del 66 per cento dal 2009 al 2014, la Spagna sta dopo l’Irlanda (che ha raddoppiato lo stock di debito pubblico) e segue immediatamente Giappone e Grecia. In Italia il debito è cresciuto del 30,6 per cento, meno rispetto agli Stati Uniti (+42,4) e alla Francia (+42 per cento). Tutte cifre contenute nella relazione della Banca dei regolamenti internazionali, emanazione delle maggiori banche centrali.

Non solo: i prezzi in Spagna sono già sotto zero, l’ultimo dato indica meno 0,3 per cento, dunque la deflazione è arrivata e ciò significa che il debito pubblico e quello privato resteranno molto elevati. Insomma, non si può dire che la Spagna segua un sentiero economico virtuoso, tanto più che l’aggiustamento è gravato quasi esclusivamente sulla forza lavoro in termini di salari e occupazione.

Berlino ha avuto un effetto depressivo sulle economie dei suoi principali partner e ha appiattito l’intera zona euro

Non sfugge all’esigenza di riformarsi nemmeno il colosso tedesco. A suo vantaggio c’è la riforma del mercato del lavoro avviata prima della crisi dal governo Schröder. Ha dato buoni risultati, soprattutto ha consentito di recuperare molto rapidamente dopo il crollo del 2008. I profitti sono aumentati e con essi la produzione. Ma il lato oscuro è una compressione salariale prolungata oltre il necessario che ha indebolito la domanda interna e ha ristretto il mercato di sbocco per i tre paesi che più vendono in Germania. Cioè Francia, Italia e Spagna. Dunque Berlino ha avuto un effetto depressivo sulle economie dei suoi principali partner e ha appiattito l’intera zona euro nel momento in cui, al contrario, la sua economia cresceva grazie alle esportazioni soprattutto nelle aree fuori dall’euro. La bilancia con l’estero, infatti, segna un attivo pari al 7 per cento del prodotto interno lordo, segno chiarissimo di questo neomercantilismo pernicioso per il resto dell’Eurolandia. Tutto questo lo hanno detto chiaramente sia il Fmi sia il G20 (per quel che vale), ma Angela Merkel ha fatto orecchie di mercante.

Dunque, alla Germania viene richiesta una politica fiscale espansiva. Non sembra che il governo di coalizione sia intenzionato a fare una svolta del genere. Ma ci sono anche altre riforme dal lato dell’offerta, per esempio la liberalizzazione nei servizi. C’è un fabbisogno di investimenti nelle infrastrutture che si è aggravato in questi anni di crisi. Ma soprattutto c’è un sistema bancario pieno di buchi e contraddizioni.

La Kanzelrin è riuscita a tenere fuori dalla unificazione bancaria gli istituti locali che sono proprio quelli più dissestati, anche perché passano di lì finanziamenti che rispondono alla logica di un altro mercato, quello politico. Non solo. La seconda banca del paese, la Commerzbank è controllata ancora dal governo che l’ha salvata dal collasso nel 2008. E il colosso Deutsche Bank, perno dell’intero Modell Deutschland, ha in pancia una quantità enorme di derivati a rischio e di titoli marci americani che la rendono una bomba ad orologeria. Da questo punto di vista, l’interesse tedesco dovrebbe spingere verso un più coraggioso e rapido rilancio dell’economia, ma una ripresa in tutta l’area euro spingerebbe per forza di cose ad alzare i tassi: proprio quello che Deutsche Bank deve assolutamente evitare per non vedersi svalutare i propri asset. Come si vede, i problemi interni della Germania condizionano la politica monetaria ed economica dell’intera Eurolandia, come è inevitabile visto che i destini di chi adotta la stessa moneta sono inestricabilmente intrecciati.

Nessuno dei quattro grandi paesi che adottano l’euro è davvero a posto, nessuno può alzare il ditino o indossare l’aureola del santo. Ma chi è in grado di convincerli a seguire la retta via? È questo il dilemma che Draghi ha posto indirettamente, ma con chiarezza. E si è scontrato contro un muro, perché nessuno oggi ha il potere di farlo, certo non la Ue che è ridotta sempre più a un club di nazioni chiassose e litigiose, ma nemmeno la Bce che pure è l’unica istituzione federale dotata di veri strumenti d’intervento. I cambiamenti principali finora sono stati compiuti sotto la pressione degli eventi, davanti a rischi drammatici come la crisi bancaria del 2008, il crack della Grecia nel 2010 o il collasso dell’euro nel 2012. E sono comunque rimasti cambiamenti a metà, accettati di mal grado dalla Germania che pure vanta il proprio europeismo federalista.

Draghi ha chiesto un’ulteriore cessione di sovranità e vuole un patto per le riforme da accompagnare al patto fiscale. Se si vuole dare all’euro una intelaiatura più solida è un passaggio inevitabile. Ma oggi non c’è consenso né tra i paesi del sud né in quelli del nord Europa. Dunque, la politica economica europea è in un cul de sac. La Bce alla fine sarà costretta a fare come la Fed se arriverà davvero una nuova tempesta finanziaria. Ma senza dietro un paracadute politico, nessuno può garantire che sia davvero efficace. Draghi lo sa e lo ha detto. Anche la sua diventerà una predica inutile?

«Il passaggio dal finanziamento bancario al finanziamento sui mercati può avere implicazioni per la stabilità finanziaria»

Il rischio è ancor più forte se si passa alla riforma delle riforme, quella del sistema finanziario dove è cominciato il grande crack. Qui i passi sono stati ben più timidi di quelli compiuti dalle politiche fiscali dei governi. I grandi protagonisti, le megabanche, i supermarket della moneta, i fondi di investimento, hanno continuato ad assumere rischi come se nulla fosse e poco è cambiato del loro comportamento. Sono migliorati gli strumenti di controllo, anche se non a sufficienza, ma sono sempre interventi ex post, nulla che possa in alcun modo prevenire lo scoppio a catena di nuove bolle e una crisi sistemica. Lo dice la stessa Banca dei regolamenti internazionali nell’ultima relazione e ancor più in quella dello scorso anno. «Il passaggio dal finanziamento bancario al finanziamento sui mercati dei capitali può avere implicazioni per la stabilità finanziaria durante la normalizzazione della politica monetaria», sostiene Jaime Caruana , ex governatore della Banca di Spagna ora direttore generale della Bri. La politica monetaria permissiva (tassi bassi a lungo e abbondante liquidità) ha semmai alimentato i comportamenti più azzardati.

Nei paesi emergenti preoccupa la bolla creditizia (soprattutto in Cina, in Brasile e in Turchia). Nelle economie avanzate «ha preso piede la caccia al rendimento sostenuta e generalizzata» e «gli operatori di mercato non stanno scontando pressoché alcun rischio». Sono segnali chiari di «sconnessione fra le dinamiche dei mercati finanziari e gli andamenti di fondo dell’economia mondiale» e «generano sconcerto». Così la Bri. Ma Draghi lo sa bene, avendo guidato a lungo il Financial Stability Forum che avrebbe dovuto avanzare proposte di riforma. Certo, a Jackson Hole il tema era l’occupazione, ci sono altre sedi per discutere di finanza, ma è evidente a tutti che nemmeno il mercato del lavoro perfetto può funzionare se non funziona al meglio il mercato dei capitali. Ecco perché andrebbe messo in cima al catalogo delle riforme mancate che minacciano l’economia mondiale.

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