I cult
L’Italia ha una grande storia di cinema, e tanti film apprezzati anche all’estero, dal neorealismo fino a La grande bellezza. Ma ha prodotto anche un altro tipo di film che, in mancanza di una definizione migliore, chiameremo “di culto”. Sono film entrati nell’immaginario collettivo degli italiani così a fondo da dare luogo a memi: espressioni, frasi fatte o battute istantaneamente comprensibili come riferimenti. (per fare un esempio, chi non ha mai sentito l’espressione «Ma siamo uomini o caporali»?).
La domanda che poniamo in questo articolo è: quanto della situazione economica dell’Italia del dopoguerra è stata riflessa e ha trovato riscontro in questa cinematografia cult? O quanto, invece, i film cult rappresentano evasione e quindi temi non correlati, o magari anche in contrasto con la situazione economica?
Pil e debito
Di tutti questi mutamenti economici avvenuti in Italia dal dopoguerra non è possibile trattare in un breve articolo. Perciò, seppur con grave danno, siamo costretti a sintetizzarli tutti in due sole figure. La prima, qui sotto, riproduce il tasso di crescita del Pil reale, cioè quanto l’Italia ha prodotto in più rispetto all’anno precedente. Come si vede questo tasso, seppur positivo, è diminuito costantemente dal dopoguerra. Il tasso di crescita positivo significa che siamo sempre più ricchi. Ma è anche sempre più anemico: ciò vuol dire che trovare lavoro è sempre più difficile perché le aziende assumeranno sempre di meno e i profitti e i salari cresceranno sempre più lentamente. Quindi siamo sempre più ricchi, ma sempre meno ottimisti per il futuro.
La seconda figura qui sotto raffronta il livello del Pil reale (cioè aggiustato per l’inflazione) con il debito pubblico (anch’esso reale). Possiamo interpretare il debito pubblico come un “di più” di consumi che la popolazione si permette chiedendo a prestito a investitori stranieri o alle nostre future generazioni. In relazione al rapporto debito/Pil si riconoscono quattro fasi nella Figura 2. La prima fase dal dopoguerra fino al 1965 è un periodo di crescita della produzione rispetto al debito. Cioè: l’Italia è povera ma cresce tanto e chiede a prestito relativamente poco. Dal 1965 fino al 1980 il debito cresce alla stessa velocità del Pil. Gli anni ’80-’95 invece rappresentano un’impennata del rapporto debito/Pil, cioè prendemmo a prestito per consumare più di quanto ci potevamo permettere. Infine, il periodo dal ’95 fino ad oggi sono stati anni in cui si è fatto un grande sforzo per controllare il debito (attraverso una alta tassazione).
Le fasi del cult
Analogamente, possiamo identificare quattro fasi nella storia dei cult.
Fase 1 (1945-1965): “Che bella parola: cuoco” (Miseria e nobiltà, 1954).
La frase è di Felice Sciosciammocca, il personaggio squattrinato e affamato interpretato da Totò. Questa prima fase è contraddistinta da una situazione di relativa povertà (Pil basso) ma di ottimismo dovuto all’alto tasso di crescita. I cult di questo periodo sono quelli di Totò, i cui personaggi spesso mirano a sbarcare il lunario, e quelli di Alberto Sordi con protagonisti che vengono da background modesti ma esprimono (ne è un esempio Nando Moriconi, il fan degli Stati Uniti di Un americano a Roma). Il boom economico è dietro l’angolo.
Fase 2 (1965-1980): “La zingarata: una partenza senza meta né scopi” (Amici miei, 1975) .
In questa fase, l’Italia, dal punto di vista economico, è arrivata. Sbarcare il lunario non è più il nostro problema principale e il tasso di crescita non è ancora così basso da generare pessimismo. Quindi altri problemi vengono alla ribalta; da un lato una ricerca di significato della vita ( Amici miei, appunto); dall’altro il problema di rivendicazioni sociali (Fantozzi, 1975, l’altro grande cult di questo periodo che si richiama a problemi ideologici di quelli che erano gli anni di piombo). È ironico osservare come il posto fisso da impiegato di Fantozzi, dipinto allora come monotono, scialbo e triste, rappresenti per le attuali giovani generazioni una meta agognata.
Fase 3 (1980-1995): «Cambiar car è una scelta di vita, believe me!» (Vacanze di Natale, 1983).
La frase è di Donatone, il cumenda interpretato da Guido Nicheli. Questa è la fase del consumismo, della finanza rampante e dei baby pensionamenti. L’Italia si sente ricca e per questo felice (per quanto il modello fosse sostenuto a colpi di debito pubblico). Lontane sono le preoccupazioni dei personaggi di Totò: se il tasso di crescita è minore che in passato, le conseguenze ricadono solo su alcuni. Ricordiamo a questo proposito due frasi cult di personaggi non rampanti: “Da dove vieni? Da Napoli? Emigrante? No!” (Ricomincio da tre, 1981)e anche – non poteva mancare – Eccezziunale veramente! dal film omonimo del 1982.
Fase 4 (1995 – giorni nostri): «Non tornare più, non ci pensare più a noi, non ti voltare, non scrivere, non ti fare fottere dalla nostalgia» ( Nuovo Cinema Paradiso, 1988)
La frase è di Alfredo, il proiezionista interpretato da Philippe Noiret, ed è diretta al giovane Totò che sta per emigrare a Roma. In questi anni, nonostante il nostro Pil alto, viviamo una fase di grande pessimismo sul futuro pienamente giustificata dai tassi di crescita anemici. È interessante osservare come questa fase sia priva di cult paragonabili a quelli dei periodi precedenti, tanto che siamo stati obbligati a scomodare una pellicola anagraficamente appartenente alla fase precedente. Una carenza che può forse ascriversi alla predominanza del cinema Usa o di Internet.
In conclusione, ci sembra che il film cult italiano non sia riconducibile in generale a un cinema di pura evasione. Anzi: almeno inteso come quello che riesce a creare memi, ha rispecchiato tutto sommato fedelmente la condizione economica. Tuttavia questo è vero solo fino agli anni Duemila. Da allora il cinema italiano, almeno nella dimensione cult, sembra aver perso la capacità di riflettere l’economia e la società del nostro tempo e di creare un linguaggio poetico comune.