Tutti gli scandali del presidente

Tutti gli scandali del presidente

Questa non è la storia del perché tutti gli scandali politici dopo l’otto agosto 1974 portano il suffisso -gate. Dopo che la pistola fumante era stata data in pasto alla stampa, dopo che il fantoccio espiatorio di tutti i mali dello Stato si era allontanato dal terreno ustionante in elicottero. Lasciando ai posteri l’ultima immagine, quella che — guardatela come vi pare — lo imprime nella mente da vincitore. Questa non è la storia di Richard Nixon, di Bob Woodward e Carl Bernstein, dei rifugiati cubani, delle cattive abitudini del presidente, dell’incapacità dei democratici, del Vietnam, del modo di fare le cose che va sempre in direzione opposta a dove dovrebbe andare. Questa è, attraverso cinque passaggi fondamentali, cinque punti focali, cinque traguardi eccellenti, la storia di come la politica e l’opinione pubblica sono, in fondo, la stessa cosa. Di come lo scandalo è nella mente di chi legge, che si chiami -gate o -opoli, che sul banco degli imputati ci sia il demonio o un santo.

Watergate (1972 – 1974)

Sì, bisogna partire da qui, e non è soltanto una questione di semantica. È che questo è il punto di svolta. Prima di Nixon nessun altro presidente aveva dimostrato tanta tenacia da mentire sistematicamente alla stampa e agli elettori. Sapendo di sapere, ma così convinto di se stesso da credere veramente in quello che diceva. Da dichiararsi estraneo ai fatti anche quando i fatti stessi lo mettevano in una posizione di assoluta colpevolezza. Se non di fronte alla legge, per lo meno di fronte all’ideologia istituzionale. Se non di fronte al popolo, per lo meno di fronte ai suoi collaboratori più stretti. Nessun presidente prima di Nixon aveva dimostrato tanta faccia tosta da non ammettere le proprie colpe fino al punto di trovarsi letteralmente con le spalle al muro. A tre anni dallo scandalo vero e proprio, mai disposto a scusarsi e anche allora pronto a scrollarsi di dosso le accuse come forfora. Non più di un dettaglio imbarazzante nella vita di una persona altrimenti impeccabile.

È che questo è il punto in cui i media prendono coscienza di sé, con tutto quello che ne consegue. L’ inchiesta del Washington Post che ha scoperchiato il Watergate rappresenta indubbiamente un momento di svolta per il giornalismo politico, ma anche la presa di consapevolezza di un potere deliberato. Se i giornalisti possono inguaiare Nixon, possono fare qualsiasi cosa. Da quel momento la stampa ha in mano un arma distruttiva e delicatissima, potenzialmente disastrosa ma raffinata. La stampa entra, la stampa esce e quello che rimane è la verità.

Dopo l’inchiesta di Woodwartde Bernstein, dopo il passaggio dalla graticola di Frost, il più grande nemico interno alla democrazia americana era ammansito. La stampa aveva preso in mano le redini della politica e d’un tratto si era trovata allo stesso livello dell’opinione pubblica, con in più il potere pratico di fare la differenza.

Billygate (1978 – 1980)

Non è un grande scandalo. Anzi, potrebbe non esserlo per niente, ma è la prima prova che un colpo a segno per sentirsi imbattibili.

Billy Carter , imprenditore e fratello di Jimmy, trentanovesimo presidente, in carica da meno di un anno all’epoca dei fatti, aveva un debole per la Libia. La sua “pistola fumante” è stato un accordo da 220mila dollari ricevuti dal governo libico per alcuni servizi di consulenza, non meglio precisati, svolti tra 1978 e il 1979. C’è chi ha giurato di aver visto passare telegrammi che lo inchiodavano due milioni di volte alla croce dello scandalo — tanti chiodi quanti i pezzi da uno che avrebbe ricevuto in realtà. C’è chi giura che anche Jimmy era coinvolto nella faccenda, ma il presidente — che tutto era meno che uno sprovveduto — si è impegnato a prendere le distanze dal sangue del suo sangue ancora prima che la bolla scoppiasse. «Sono molto preoccupato dal fatto che Billy possa avere ricevuto dei fondi dalla Libia, e sia quindi in dovere nei confronti dello stato libico. Questi fatti mi obbligano a rivedere i miei rapporti con lui fino al termine del mio mandato presidenziale. Billy non ha influenzato in alcun modo i rapporti degli Stati Uniti con la Libia in passato, e non lo farà in futuro» ha dichiarato a un certo punto.

Se Jimmy Carter avesse aspettato qualche mese a ripudiare Billy, avrebbe scoperto che probabilmente il fratello era stato la vittima di un piccolo impaludamento coordinato. Un’ inchiesta del Wall Street Journal ha messo in luce come la colonna vertebrale dello scandalo, una serie di articoli pubblicati sul New Republic, potessero essere in realtà parte di una campagna di diffamazione volta a metter in cattiva luce il gabinetto presidenziale. Francesco Pazienza, un agente del Sismi, sosteva che Michael Ledeen, l’autore degli articoli, fosse stato pagato profumatamente per distorcere la realtà. Lo stesso pazienza è stato condannato in absentia per estorsione di informazioni e diffusione di notizie false in merito all’affare Billy. Oggi tutto pende irrisolto — Billy Carter è morto nel 1987, senza una sentenza, portando con sé i segreti della cattiva stampa.

Irangate (1985 – 1987)

Il fatto che Reagan non fosse del tutto presente a se stesso è una cosa che torna nel parlare comune degli elettori statunitensi. Il fatto che fosse all’oscuro di un massiccio traffico d’armi tra gli Stati Uniti, l’Iran e i Contras nicaraguensi è un po’ più difficile da credere. Ma sul piatto c’è l’innocenza finché il popolo lo ritiene e in tutti gli altri casi la pubblica lapidazione. Per cui andiamo con la massa e lasciamo correre.

Durante il secondo mandato dell’amministrazione Reagan c’era questo problema degli ostaggi americani detenuti in Libano da un gruppo terroristico iraniano. La soluzione più facile per il rilascio dei prigionieri — se così si può dire — era quella di pagare in armi i carcerieri, che ne avevano tanto bisogno per muovere una guerriglia che poi si sarebbe ripresentata alle porte americani sotto altre spoglie. Naturalmente «non trattiamo con i terroristi» era già uno slogan piuttosto diffuso nelle stanze del potere, ma non in quelle dello Stato di Israele che in un primo tempo sembrava disposto a fornire le armi agli iraniani per poi essere rifornito dagli Usa in uno scambio “pulito”. Ostaggi per armi senza che gli Stati Uniti toccassero mai né armi né ostaggi, ma a patto che a un certo punto qualcuno mettesse mano al portafogli: Israele, come da prassi. Poi qualcosa è andato storto, Israele ha cominciato ad ambire a lidi più tranquilli ed è finita che qualcuno ha venduto direttamente le armi agli iraniani. Qualcuno vicino all’amministrazione, qualcuno che avrebbe dovuto sapere ma non agire. Colonnelli, forse membri del Congresso.

Se poi i proventi della trattativa sono andati a finire nelle tasche dei Contras nicaraguensi, allora impegnati a ostacolare un governo di stampo comunista, comincia a chiudersi un cerchio piuttosto stretto attorno al collo del presidente, noto Contras-entusiasta.

L’idea che non avesse dato l’autorizzazione non ha mai convinto nessuno fino in fondo, non la porzione di opinione pubblica sufficiente a sollevare uno scandalo per lo meno. Ma allo stato delle cose, Reagan ne è uscito abbastanza pulito e anzi ha portato a termine il suo secondo mandato appuntandosi sul petto le trattative con Gorbachev che sarebbero poi sfociate nell’accordo Inf. «Gli Usa non hanno scambiato armi per ostaggi» ha dichiarato pubblicamente il presidente nel 1986, appena prima di essere messo in relazione con la distruzione di montagne di documenti compromettenti e giusto in tempo per ritrattare tutto nel marzo del 1987: «Le cose non sono andate come dovevano, me ne prendo la piena responsabilità».

Il confine tra l’onestà e la necessità di pulirsi la coscienza è labile, e tutti i responsabili alla fine l’hanno pagata. Chi avesse passato veramente la linea è ancora in dubbio.

Troopergate (1993)

Una delle cose più belle dello spulciare i vari -gate che hanno investito porzioni più o meno grandi della politica americana è quella del costruire collegamenti a posteriori. Alla fine si scopre che tutto è collegato, che i nomi bene o male sono sempre gli stessi e tornano come tornano le abitudini delle persone coinvolte. Michael Ledeen, voce del Billygate, si è poi trovato invischiato nell’Irangate come consulente particolare. George H. Bush — che ha vissuto centinaia di gesti inconsulti ma nemmeno uno scandalo — era implicato nell’Irangate come membro dell’amministrazione. E così, se guardiamo al Troopergate dalla giusta prospettiva, troviamo un Bill Clinton già in splendida forma.

Nel 1993, l’ American Spectator riportava le dichiarazioni di due agenti della polizia dell’Arkansas che dicevano di aver organizzato incontri sessuali per l’allora governatore. Bill Clinton, per l’appunto. Nella storia compariva una donna di nome Paula, poi conosciuta per cognome, Jones, che avrebbe colto la palla al balzo per denunciare il futuro presidente per presunte molestie, perpetuate nel 1991.

Il fatto, anche qui, è che David Brock , l’autore degli articoli che hanno sollevato il polverone dello scandalo, si era detto restio a pubblicare se i testimoni fossero stati pagati. «Per onestà intellettuale, in nome del buon giornalismo» aveva aggiunto. A fronte di quasi settemila dollari accordati a ciascun agente, le scuse di Brock sono state tempestive. Come l’indennizzo di Clinton nei confronti di Jones quando, nel 1995, con ben altre gatte da pelare, ha perso la causa.

Monicagate, Lewinskygate, Tailgate, Sexgate o Zippergate (1995 – 1998)

Se ci deve essere un punto apicale designato per questo percorso attraverso gli scandali, non può che essere il Sexgate — o comunque vogliate chiamarlo. L’affare Lewinsky. Non per altro, quanto per l’incredibile risonanza mediatica che la questione ha ricevuto. È a questo punto, nel 1998, che la politica arriva finalmente a collidere con il gusto della pubblica opinione. Parliamo di sesso orale, di una ventiduenne in carne, di un presidente dal sorriso furbetto, di un’amministrazione non proprio brillante e di una scrivania sotto la quale nascondersi. Nello studio ovale, per di più. Pane per la stampa e per le masse, che non presuppone una particolare finezza nella comprensione, che a ben vedere con la politica non ha quasi niente a cui spartire — se non che i fatti avvengono in una nota casa di Washington D.C.

Non so se c’è bisogno di sintetizzare una storia che tutti conoscono, se non altro attraverso gli highlights: lei faceva la stagista, lui era il presidente. Lei non ha mai detto di avere avuto una relazione con lui, ma lo ha fatto dire da una sua amica ad alcune persone che, quasi per caso, in quel momento stavano spaccando in due il capello sul caso Jones. Lui si aggrappa al verbo essere e alle sue declinazioni , nega tutto, si arrampica sui vetri, balbetta e poi ammette tutto.

L’opinione pubblica è stata capace con questo caso, di sostituirsi alla politica. Non è dalla fine indagine del Washington Post sul Watergate che si tracciano i contorni della conclusione, ma dal caso Lewinsky — ancora adesso in grado di evocare un misto di eccitazione e sconforto, curiosità e vergogna senza precedenti. È questo il grande scandalo, il vero -gate. E non sta nel fatto che il presidente in carica avesse una relazione segreta con una stagista, non nelle presunte deviazioni sessuali, non nella sfacciataggine della descrizione dettagliata di una fellatio in un’aula di tribunale alla presenza della famiglia dell’imputato. Ma nell’enorme portata mediatica, in grado di generarsi da una scintilla volendo trascurabile. Non è nell’invenzione del suffisso, la storia, ma nell’uso che se ne è fatto. In come alla fine tutto si sia trovato sullo stesso piano, quello della realtà soggettiva sfruttata a suo tempo da Nixon, in grado di trasformare una voce in un moto di indignazione, una brezza in un uragano, il volto di un uomo in quello di un criminale. Senza poi badare troppo a quanto c’è di vero, la storia farà il suo corso.

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